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La prova visiva della doppia persecuzione: in alto, le foto segnaletiche di un prigioniero omosessuale schedato ad Auschwitz nel 1943; in basso, la schedatura della Kriminalpolizei di Bremerhaven nel 1950. Due epoche diverse, ma la stessa identica violenza giudiziaria basata sul famigerato Paragrafo 175.
E in questa oscurità, restituiamo voce a un uomo che ha attraversato l’inferno e che, anche dopo la liberazione, ha dovuto combattere contro un mondo deciso a negargli dignità: Karl Gorath.
Il giovane infermiere marchiato dal Paragrafo 175
Nato nel 1912, Karl era un infermiere tedesco quando la sua vita venne spezzata dalla delazione di un ex compagno geloso. Nel 1938 la Gestapo lo arrestò e lo condannò in base al famigerato Paragrafo 175, la legge che criminalizzava l’omosessualità e che avrebbe distrutto migliaia di vite.
Il Triangolo Rosa e l’inferno dei campi
La macchina nazista fu spietata. Gorath venne deportato a Neuengamme, poi ad Auschwitz, infine a Mauthausen. Sul petto portava il Triangolo Rosa, il marchio infame che relegava gli omosessuali all’ultimo gradino della gerarchia concentrazionaria: violenze sistematiche, lavori forzati, torture mediche.
Sopravvisse solo grazie alla sua professione: negli ospedali dei campi era “utile”, e questo lo salvò fino alla liberazione del 1945.
La vergogna del dopoguerra: liberi, ma ancora criminali
La parte più oscena della sua storia arriva dopo. Mentre il mondo celebrava la fine del nazismo, la Germania democratica mantenne in vigore il Paragrafo 175.
Nel 1947, Karl Gorath fu processato di nuovo. Dallo stesso giudice. Per lo stesso “reato”. Perché aveva osato dichiarare pubblicamente la propria omosessualità.
Lo Stato gli negò ogni risarcimento, ogni pensione, ogni riconoscimento come vittima del nazismo. Per la legge, la sua deportazione era stata “legittima”.
Dalla Germania del dopoguerra all’Italia di Meloni, Salvini e Vannacci: la matrice dell’odio non cambia
La storia di Karl Gorath non è un reperto museale. È uno specchio. E quello che riflette oggi fa paura.
Nell’Italia governata da Giorgia Meloni e Matteo Salvini, assistiamo a un lento ma costante smantellamento culturale e politico dei diritti LGBTQI+. L’odio non indossa più la divisa delle SS: indossa giacche eleganti, siede nei talk show, firma decreti.
Emblematico quanto accaduto nelle ultime ore a Otto e mezzo, dove il neoeletto eurodeputato Roberto Vannacci ha negato l’esistenza stessa delle discriminazioni, sostenendo che “i gay hanno già tutti i diritti”, mentre porta avanti una crociata contro l’alternanza di genere nelle liste elettorali.
È la stessa strategia che vediamo nell’asse internazionale tra Donald Trump ed Elon Musk: normalizzare l’intolleranza, far credere che le minoranze siano “privilegiate”, per poi colpirle legalmente — famiglie arcobaleno, scuole, cultura di genere, identità trans.
È la stessa matrice ideologica che armò la penna dei legislatori del Paragrafo 175.
Ricordare Karl Gorath significa resistere
Raccontare Karl Gorath non è un esercizio di memoria sterile. È un atto politico. È uno scudo.
Perché l’odio cambia linguaggio, ma non cambia obiettivo: schiacciare la diversità, punire i corpi liberi, cancellare chi non si conforma.
Noi non dimentichiamo. Noi resistiamo.
— vanessa mazza TLGBQI+

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