Un ritratto d'epoca della giurista tedesca Anita Augspurg (1857-1943). Con i suoi capelli corti e la sua attitudine ribelle, sfidò i canoni estetici e morali della Prussia imperiale, diventando il simbolo del primo lesbofemminismo radicale europeo.
Il viaggio quotidiano della nostra rubrica per il mese del Pride oggi ci porta nel cuore dell’Europa di fine Ottocento, dove una donna aveva già capito tutto: che la liberazione delle donne, l’antimilitarismo e la visibilità lesbica erano armi politiche contro un unico nemico — il patriarcato autoritario.
Oggi accendiamo i riflettori su Anita Augspurg, una delle figure più luminose e scomode della storia femminista europea. Una giurista, giornalista e attivista che ha pagato con l’esilio la sua totale indisponibilità a piegarsi al fascismo.
La prima giurista dell’Impero tedesco, lesbica e radicale
Nata nel 1857, Anita capì presto che la Germania non avrebbe mai permesso alle donne di studiare. Così fece ciò che fanno le rivoluzionarie: aggirò il sistema. Si trasferì in Svizzera, si laureò in giurisprudenza e divenne la prima donna dottore in legge dell’Impero tedesco.
Lida Gustava Heymann (1868-1943), attivista radicale e compagna di vita e di militanza di Anita Augspurg. Insieme formarono la coppia più celebre del femminismo tedesco, finendo unite nella lista nera di Hitler e morendo in esilio a pochi mesi di distanza l'una dall'altra.
Viveva apertamente la sua omosessualità in un’epoca in cui farlo significava rischiare tutto. Per quarant’anni condivise vita, lotte e amore con Lida Gustava Heymann, compagna politica e sentimentale. Insieme fondarono giornali, collettivi, associazioni per il suffragio femminile e campagne per la decriminalizzazione dell’omosessualità, sfidando apertamente il codice penale prussiano.
La preveggenza contro il fascismo: Hitler come minaccia mortale
La grandezza di Anita non sta solo nelle battaglie vinte, ma nella sua terribile lucidità politica.
Già nel 1923, dieci anni prima dell’ascesa al potere, Anita e Lida identificarono in Adolf Hitler una minaccia mortale per la democrazia. Dopo il Putsch di Monaco, chiesero formalmente al governo bavarese l’espulsione di Hitler dalla Germania per tentato colpo di Stato.
Il nazismo non dimenticò.
Quando Hitler prese il potere nel 1933, Anita e Lida si trovavano all’estero. Fu la loro salvezza: i loro nomi erano in cima alla lista nera della Gestapo. Il regime confiscò i loro beni, bruciò i loro archivi, cancellò la loro memoria pubblica e le condannò all’esilio eterno.
Morirono in Svizzera nel 1943, a pochi mesi di distanza, senza aver mai smesso di fare resistenza culturale.
Il filo con il presente: l’asse Meloni–Salvini–Vannacci e la caccia alle “femministe”
La storia di Anita Augspurg risuona con una potenza inquietante nell’Italia del 2026.
Anita ci insegna che i regimi autoritari colpiscono sempre per primi chi unisce femminismo e visibilità LGBTQI+. È lo stesso schema che vediamo oggi nella retorica della destra radicale: da Giorgia Meloni a Matteo Salvini, fino alle uscite del generale Roberto Vannacci, che negli ultimi giorni — ospite a Otto e mezzo — ha definito l’autodeterminazione di genere una “deviazione” e le quote paritarie “un’offesa”.
È la stessa grammatica del patriarcato tossico che, cento anni fa, bollava suffragette e lesbiche come “sovversive della razza”.
E non è un fenomeno solo italiano: dalla retorica di Donald Trump ai deliri reazionari di Elon Musk, la strategia è identica. Normalizzare l’intolleranza per distrarre dai disastri sociali.
Ma la memoria di Anita Augspurg ci ricorda una verità semplice e incandescente:
Il femminismo o è intersezionale, lesbico e antifascista, oppure non è.
E noi, come Anita, non faremo un passo indietro.
— vanessa mazza TLGBQI+


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