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mercoledì 11 febbraio 2026

Stati Uniti — la coalizione “Greater Than” guida oggi uno dei più aggressivi tentativi di smantellare i diritti civili delle persone LGBTQIA+.

“Dietro ogni gesto prepotente, c’è qualcuno che resiste in silenzio. Seduta, piccola, ma intera. La dignità non si misura in centimetri: si misura nel rifiuto di piegarsi. E ogni volta che il potere si impone, la memoria si siede e osserva. Non per paura. Ma per ricordare.”


In ogni parte del mondo, ogni volta che la destra conquista spazio politico, assistiamo allo stesso copione: invece di rafforzare i diritti, li smantella. Non costruisce, demolisce. E le prime a pagare il prezzo sono sempre le minoranze — quelle più facili da isolare, da demonizzare, da usare come moneta di scambio per compattare la propria base.

Negli Stati Uniti, una coalizione di 47 organizzazioni anti‑LGBTQ ha lanciato la campagna “Greater Than” con un obiettivo dichiarato: cancellare il matrimonio egualitario e ribaltare la sentenza Obergefell v. Hodges, che dal 2015 garantisce il diritto al matrimonio tra persone dello stesso sesso. La strategia è chiara: mobilitare le chiese cristiane, riproporre il modello padre‑madre‑figlio come unica forma legittima di famiglia, e diffondere l’idea — priva di qualsiasi fondamento scientifico — che le famiglie LGBTQ “danneggino i bambini”.

Ed è qui che il copione antico diventa ancora più evidente. Mentre queste organizzazioni si presentano come paladine della moralità, mentre sventolano lo slogan “Dio, patria e famiglia”, negli Stati Uniti stanno emergendo — proprio in questi mesi — numerosi casi di abusi su minori che coinvolgono uomini legati a movimenti religiosi conservatori, figure che in pubblico predicano purezza e ordine morale. È un paradosso feroce: chi accusa le famiglie LGBTQ di “minacciare i bambini” appartiene spesso agli stessi ambienti in cui gli scandali di pedofilia vengono sistematicamente insabbiati o minimizzati. L’ipocrisia non è un incidente: è parte integrante della macchina politica.

Questa dinamica non riguarda solo gli Stati Uniti. È un segnale globale. Ogni volta che un governo conservatore si insedia, i diritti conquistati diventano improvvisamente fragili, negoziabili, attaccabili. E la religione — o meglio, la sua versione politicizzata — torna puntualmente in prima linea per legittimare l’esclusione.

Raccontare questi movimenti non è solo un esercizio di cronaca: è un atto di memoria e vigilanza. Perché i diritti non sono mai garantiti per sempre. E perché ogni tentativo di cancellarli inizia sempre nello stesso modo: colpendo chi è percepito come più vulnerabile, più isolato, più facile da sacrificare.

In fondo, tutto questo ci ricorda una verità semplice e scomoda: chi urla “Dio, patria e famiglia” non sta difendendo valori, ma potere. E quando il potere trema, cerca sempre un nemico da sacrificare. Le minoranze diventano il primo bersaglio, mentre gli stessi ambienti che predicano purezza morale continuano a essere attraversati da scandali e abusi che nessuno vuole vedere.

Per questo è necessario raccontare, nominare, ricordare. Non per alimentare paura, ma per mantenere viva la consapevolezza. La luce non è un ornamento: è un atto politico. E ogni volta che illuminiamo queste contraddizioni, ogni volta che rifiutiamo la narrazione dell’odio, stiamo già costruendo un altro modo di stare al mondo.

Continuiamo a farlo. Con lucidità, con presenza, con quella dignità che non si lascia intimidire.

Fonte della notizia
LGBTQ Nation — articolo sulla campagna “Greater Than” e la coalizione di 47 organizzazioni anti‑LGBTQ.

— vanessa mazza TLGBQI+

Cile, la Corte Suprema conferma: legittima la denuncia contro il promotore di “terapie di conversione”


La Corte Suprema del Cile ha respinto il ricorso presentato da Claudio Andrés Hornig Weisser, figura nota per aver diffuso teorie pseudoscientifiche sulle cosiddette “terapie riparative” dell’omosessualità. Hornig accusava il Movimento di Integrazione e Liberazione Omosessuale (Movilh) e il canale televisivo Chilevisión di aver diffuso contenuti “denigratori” e di aver travisato le sue dichiarazioni.

Nella sentenza, datata 6 gennaio 2026, la Corte Suprema ha stabilito che tanto l’organizzazione LGBT quanto il mezzo di comunicazione hanno agito nell’ambito della libertà di espressione e del giornalismo investigativo, rigettando l’idea che le loro pubblicazioni costituissero atti illegali o arbitrari. La decisione annulla così una precedente sentenza della Corte d’Appello di Santiago, che aveva ordinato la rimozione dei contenuti critici.

Il caso trae origine da un video pubblicato dal Movilh nel febbraio 2024, in cui l’organizzazione denunciava pubblicamente le affermazioni di Hornig: secondo lui, l’omosessualità deriverebbe da “madri narcisiste e autoritarie” e dalla “mancanza della figura paterna”, e potrebbe essere “curata” tramite pratiche come le costellazioni familiari.

La sentenza della Suprema rappresenta un precedente importante nella tutela dei diritti umani e nella difesa del giornalismo libero in Cile. Dal 1990, l’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce l’omosessualità come una variazione naturale della sessualità umana, non una malattia e non un disturbo da trattare.

Fonti consultate: comunicato del Movimento di Integrazione e Liberazione Omosessuale (Movilh) relativo alla sentenza della Corte Suprema del Cile.

— vanessa mazza TLGBQI+

Quando l’amore diventa un bersaglio: il caso Pascal Kaiser e l’omofobia nello sport europeo


L’aggressione subita dall’arbitro tedesco Pascal Kaiser non è un episodio isolato. È il sintomo di un clima che, in Europa, continua a rendere la visibilità LGBTQIA+ un atto di coraggio e, troppo spesso, un rischio.

Kaiser, una settimana dopo aver chiesto pubblicamente al suo compagno di sposarlo in uno stadio, si è ritrovato con l’indirizzo di casa diffuso online, minacce crescenti e un’aggressione da parte di tre uomini. Quando ha cercato protezione, la risposta ricevuta è stata che “non c’era pericolo immediato”. Una frase che pesa come una sentenza: la violenza è reale, ma la tutela istituzionale resta intermittente.



Un caso che parla di molti altri


La storia di Kaiser si inserisce in una lunga scia di episodi che mostrano quanto lo sport europeo sia ancora attraversato da ostilità verso chi rompe il silenzio sull’orientamento sessuale.
Josh Cavallo (2021–2023)

Il calciatore australiano, primo giocatore professionista in attività a fare coming out, ha ricevuto minacce di morte e insulti costanti, soprattutto durante le partite internazionali. La sua visibilità ha aperto una strada, ma ha anche mostrato quanto sia fragile la sicurezza di chi parla apertamente.
Jakub Jankto (2023)

Il centrocampista ceco, dopo il coming out, ha raccontato di aver subito pressioni, insulti e isolamento. La sua scelta di continuare a giocare senza nascondersi è stata definita “coraggiosa”, ma il fatto stesso che serva coraggio dice tutto.
Il caso dei giocatori della Bundesliga (2022–2024)

In Germania, diversi calciatori hanno dichiarato di non sentirsi sicuri nel fare coming out. La campagna “#IhrKönntAufUnsZählen” (“Potete contare su di noi”) ha raccolto il sostegno di centinaia di professionisti, ma nessun giocatore di prima divisione ha ancora fatto il passo. Il timore di perdere sponsor, carriera o sicurezza personale resta altissimo.
Le aggressioni ai tifosi LGBTQIA+ negli stadi europei

Dalla Premier League alla Serie A, dagli stadi tedeschi a quelli dell’Europa dell’Est, le organizzazioni antidiscriminazione continuano a registrare episodi di violenza, cori omofobi e intimidazioni. Molti club hanno introdotto protocolli, ma l’applicazione è discontinua e spesso lasciata alla sensibilità dei singoli steward.
Il nodo centrale: la visibilità come rischio

Il caso Kaiser è emblematico perché mostra un meccanismo preciso:

Una persona LGBTQIA+ si rende visibile.


Una parte della società reagisce con violenza.


Le istituzioni minimizzano o intervengono tardi.

Questo schema non riguarda solo lo sport, ma nello sport diventa più evidente: luoghi di massa, identità collettive, dinamiche di potere, esposizione mediatica.

Quando un arbitro, un calciatore o un allenatore decide di vivere apertamente, non dovrebbe diventare un bersaglio. E invece accade ancora troppo spesso.
Perché raccontarlo è necessario

Rendere pubblici questi episodi non significa alimentare paura, ma rompere il silenzio che protegge l’odio. Ogni volta che un’aggressione viene minimizzata, si manda un messaggio chiaro: la sicurezza delle persone LGBTQIA+ è negoziabile.

Non lo è. Non dovrebbe esserlo. E non possiamo permettere che lo diventi.

Il caso di Pascal Kaiser non è solo cronaca: è un monito. E raccontarlo è un atto di responsabilità civile.

— Vanessa Mazza TLGBQI+

martedì 10 febbraio 2026

. Giappone queer — vite trans a Shinjuku tra archivio fotografico e cinema d’avanguardia


(Funeral Parade of Roses, Katsumi Watanabe e la storia che non ci hanno raccontato)

Nel cuore della Tokyo degli anni ’60, tra vicoli illuminati al neon e bar che non chiudevano mai, esisteva un mondo che la storia ufficiale ha quasi completamente ignorato: quello delle donne trans e delle persone queer che animavano Shinjuku. Le loro vite, i loro gesti quotidiani, la loro presenza ostinata e luminosa emergono oggi grazie a due fonti preziose: il film sperimentale Funeral Parade of Roses (1969) e le fotografie di Katsumi Watanabe, recentemente colorizzate e condivise da Retrosspection su Instagram .

Queste immagini non sono semplici documenti estetici: sono frammenti di una storia di autodeterminazione trans che il Giappone ha vissuto per un breve, intensissimo momento a metà del Novecento.

Un periodo breve, ma rivoluzionario (1950–1965)

Secondo la ricercatrice Eli Erlick, il Giappone conobbe un vero e proprio “heyday” di autodeterminazione trans nel dopoguerra. Tra il 1950 e il 1965, diverse cliniche offrirono interventi chirurgici di affermazione di genere, prima che il governo li vietasse. È un dettaglio che sorprende chi guarda al Giappone contemporaneo, spesso percepito come più conservatore sul tema.

In quegli anni, però, Tokyo era un laboratorio sociale: modernizzazione, subculture, avanguardie artistiche, movimenti studenteschi. E dentro questo fermento, le persone trans trovavano spazi di relativa libertà, soprattutto nei quartieri notturni.

Shinjuku: bar, comunità e sopravvivenza

Le foto di Watanabe mostrano donne trans che ridono, posano, fumano, lavorano nei bar, camminano per strada. Non sono immagini di marginalità, ma di vita. Tokyo non era un paradiso — discriminazione, precarietà e stigma erano reali — ma le leggi sul “crossdressing” erano meno punitive rispetto a quelle di molti Paesi occidentali.

I bar diventavano così:

luoghi di lavoro,


spazi di comunità,


rifugi temporanei,


palcoscenici di identità ancora senza nome.

È qui che nasce anche il termine “gay boy”, oggi obsoleto e problematico, usato all’epoca per indicare donne trans in un contesto linguistico che non aveva ancora parole adeguate. Il post lo segnala esplicitamente, ricordandoci quanto il linguaggio possa essere un’arma o una carezza.

Funeral Parade of Roses: un capolavoro queer

Il film di Toshio Matsumoto, girato nel 1969, è un’opera radicale che segue la vita di Eddie, una donna trans che lavora in un bar gay di Tokyo. È cinema d’avanguardia, psichedelico, frammentato, influenzato dalla Nouvelle Vague. È anche un documento prezioso: mostra la scena queer di Shinjuku dall’interno, con una delicatezza e una complessità rarissime per l’epoca.


Molti critici sostengono che abbia influenzato A Clockwork Orange di Kubrick. Ma soprattutto, ha dato un volto e una voce a persone che il cinema mondiale ignorava.

Katsumi Watanabe: l’occhio che non giudica

Watanabe fotografò la vita notturna di Shinjuku per decenni: drag queen, sex workers, yakuza, artisti, outsider. Le sue immagini non cercano il sensazionalismo: cercano la presenza. E oggi, grazie alla colorizzazione, quelle figure sembrano ancora più vicine, più vive, più contemporanee.

Katsumi Watanabe 1970

Guardarle significa riconoscere una genealogia queer che non ci è stata insegnata.

Perché questa storia ci riguarda oggi

Perché dimostra che le persone trans non sono un fenomeno recente, né occidentale, né “moderno”. Perché mostra momenti di libertà anche in contesti difficili. Perché ci ricorda che la lingua può cancellare o restituire dignità. Perché queste immagini — donne che ridono, che si truccano, che camminano insieme — sono atti di resistenza.

E perché, come scrive una persona nei commenti del post, “we’ve always been around, we’re always going to be around. End of story.”

Tokyo negli anni ’60 non era un’utopia, ma era un luogo dove, per un attimo, la vita trans poté fiorire in modi inaspettati. Oggi, guardando queste foto e rivedendo Funeral Parade of Roses, possiamo restituire a quelle persone ciò che la storia ha tolto: nome, spazio, memoria.

E possiamo continuare a raccontare — con cura, con precisione, con amore — le loro storie e le nostre.


La vita delle persone trans in Giappone oggi

Le persone trans in Giappone vivono una realtà mista, fatta di spazi di libertà nelle grandi città ma anche di leggi ancora molto restrittive.
🌈 Diritti e legge

Il cambio legale di genere è regolato da una legge del 2003, considerata tra le più dure dei Paesi sviluppati.

Richiede ancora diagnosi psichiatrica e altri requisiti molto invasivi.

Nel 2023 la Corte Suprema ha dichiarato incostituzionale l’obbligo di sterilizzazione, ma la legge non è stata ancora completamente aggiornata.
 Vita quotidiana

A Tokyo, Osaka e Fukuoka molte persone trans vivono con maggiore tranquillità.

Esistono comunità attive, soprattutto a Shinjuku Ni-chōme, il quartiere LGBTQ+ più grande dell’Asia.

Sul lavoro e a scuola, però, molte persone evitano il coming out per paura di discriminazioni.
 Accesso alla salute

Le terapie ormonali sono disponibili.

Gli interventi chirurgici esistono ma sono costosi e spesso non coperti dal sistema sanitario.

Il percorso resta molto medicalizzato.
Cultura e comunità

La comunità trans giapponese è viva, creativa e organizzata.

Ci sono associazioni, festival, cinema queer, club e spazi comunitari.

Alcune figure trans sono molto amate dal pubblico, segno di una crescente visibilità.

✨ Il Giappone è un Paese in cambiamento: la legge è indietro, la società è a metà, la comunità è forte. Le persone trans vivono tra ostacoli strutturali e spazi di libertà che si stanno lentamente ampliando.




luce & — vanessa mazza TLGBQI+

venerdì 6 febbraio 2026

L’omosessualità è africana. L’omofobia è coloniale. Una storia che molti fingono di non conoscere

Incisione simbolica ispirata alle arti rupestri africane: una memoria immaginata che restituisce verità negate e riporta alla luce ciò che la colonizzazione ha provato a cancellare.


L’idea che l’omosessualità sia “non africana” è una delle più grandi falsificazioni prodotte dalla colonizzazione europea. Non nasce dalla storia del continente, ma dai codici morali e penali importati da potenze cristiano‑vittoriane che, tra XIX e XX secolo, imposero nuove categorie di peccato, devianza e punizione. Prima dell’arrivo dei colonizzatori, l’Africa era attraversata da una pluralità di ruoli di genere, relazioni affettive e pratiche sessuali che oggi definiremmo queer. Non erano identiche alle categorie occidentali contemporanee, ma esistevano, erano riconosciute e spesso integrate nella vita sociale, spirituale e politica delle comunità.

Ricostruire questa storia non è un esercizio accademico: è un atto di restituzione. È un modo per spezzare la narrativa coloniale che ancora oggi alimenta discriminazione, violenza e leggi disumane in molti Paesi africani.

Identità e ruoli queer nelle società africane pre‑coloniali
Il Buganda e il re Mwanga II

Nel regno del Buganda (attuale Uganda), il re Mwanga II (fine XIX secolo) aveva relazioni con uomini della sua corte. Non era considerato un tabù: era parte della vita di palazzo. Saranno i missionari europei a trasformare queste pratiche in “peccato” e “crimine”, introducendo leggi punitive che ancora oggi sopravvivono nei codici ugandesi.

Le donne Igbo e i matrimoni tra donne

Nelle società Igbo (Nigeria), esisteva la figura della female husband: una donna che sposava un’altra donna per ragioni economiche, familiari o affettive. Non era percepito come un “matrimonio queer” nel senso moderno, ma dimostra che le relazioni tra donne erano socialmente riconosciute e strutturate.

I yan daudu dell’area Hausa

Nell’Africa occidentale islamizzata, in particolare tra gli Hausa, i yan daudu erano uomini effeminati che partecipavano a rituali, danze e attività comunitarie. Erano figure note, integrate e spesso rispettate. Saranno i coloniali britannici a criminalizzare la loro esistenza.

I sangoma dell’Africa australe

Tra gli Zulu e altre popolazioni dell’Africa australe, alcuni guaritori spirituali (sangoma) erano persone che oggi definiremmo queer o gender‑nonconforming. La loro identità era considerata un segno di chiamata spirituale, non una devianza.

Differenze di genere e sistemi non binari

Molte società africane non erano organizzate secondo il binarismo rigido maschio/femmina imposto dall’Europa cristiana.

In alcune culture, il genere era definito dal ruolo sociale, non dai genitali.


In altre, esistevano categorie intermedie o fluide.


In molte comunità, la spiritualità riconosceva identità “doppie”, “miste” o “trasformative”.

Il colonialismo ha cancellato questa complessità imponendo un modello binario, patriarcale e moralista che non apparteneva al continente.

La colonizzazione dell’intimità: come l’Europa ha imposto l’omofobia

Le leggi anti‑omosessuali oggi presenti in molti Paesi africani non sono “tradizionali”: sono copie quasi letterali dei codici penali britannici, francesi, portoghesi e belgi del XIX secolo.

L’articolo 162 del codice penale ugandese deriva dal Offences Against the Person Act britannico del 1861.


Le leggi nigeriane contro le “relazioni innaturali” sono eredità dirette dell’amministrazione coloniale.


In Kenya, Zambia, Malawi e Tanzania, le norme anti‑sodomia sono ancora quelle introdotte dai governatori britannici.

L’omofobia non è un’eredità africana: è un’eredità coloniale.

La tragedia contemporanea: religioni importate e politici criminali

Oggi, in molte regioni del continente, la violenza contro le persone LGBTQIA+ è alimentata da due forze principali:

Religioni importate che predicano odio.

Missionari evangelici statunitensi, gruppi fondamentalisti europei e chiese pentecostali estremiste diffondono una teologia dell’odio che non ha radici nelle spiritualità africane tradizionali. Predicano la paura, la colpa, la punizione. E trovano terreno fertile dove la povertà e la disuguaglianza creano bisogno di capri espiatori.

Politici che usano la discriminazione come arma

In Uganda, Ghana, Nigeria e altri Paesi, leader autoritari sfruttano l’omofobia per:

distogliere l’attenzione da corruzione e crisi economiche


consolidare potere e consenso


creare un nemico interno da perseguitare

Le leggi anti‑LGBTQIA+ non proteggono nessuno: servono solo a controllare, intimidire e uccidere.

Restituire la storia, restituire dignità

Raccontare la storia queer africana significa rompere un incantesimo coloniale. Significa dire, con lucidità e fermezza, che l’Africa non è mai stata il continente dell’odio: è stata resa tale da poteri esterni e da élite interne che hanno scelto la violenza come strumento politico.

La verità è semplice e luminosa:

L’omosessualità è africana.
 La diversità è africana.
 La pluralità è africana.

A non essere africane sono le leggi che uccidono, le religioni che incitano all’odio, i governi che trasformano la vita delle persone queer in un campo di caccia.

Restituire questa storia significa restituire dignità. E ogni parola che scriviamo, ogni gesto che compiamo, è un atto di memoria e di resistenza.

Luce — vanessa mazza TLGBQI+ Firmo Luce perché la verità non ha bisogno di rumore: ha bisogno di chiarezza.

Xica Manicongo Una pioniera della resistenza di genere e anticoloniale (Brasile, XVI secolo)

Xica Manicongo — La prima scintilla

Arrivò in Brasile nel 1591, trascinata attraverso l’Atlantico come merce, ma nulla in Xica Manicongo apparteneva alla logica della merce. Proveniva dal Regno del Congo, da una terra dove i corpi avevano ancora un nome, un ritmo, un posto nel mondo. E quando le catene la deposero a Salvador de Bahia, Xica non lasciò che il potere coloniale decidesse chi doveva essere.

Camminava per le strade con il turbante delle donne della sua terra, con la stoffa che cadeva sui fianchi come un’affermazione silenziosa: io sono ciò che dico di essere. In un secolo in cui la Chiesa e la colonia pretendevano di definire ogni corpo, Xica scelse la propria identità come forma di resistenza. Non un gesto estetico, ma un atto politico. Non un capriccio, ma una dichiarazione di esistenza.

La sua presenza disturbava. Disturbava i padroni, disturbava i preti, disturbava l’ordine che voleva gli schiavi muti e i generi immobili. Xica non era né muta né immobile. Era un corpo che sfuggiva alle categorie, un corpo che ricordava alla colonia che il mondo non iniziava né finiva con il Portogallo.

La condanna arrivò rapida, feroce, esemplare. La giustizia coloniale la accusò di “sodomia”, di “scandalo”, di “disordine”. Ma ciò che davvero non potevano tollerare era la sua libertà interiore: quella libertà che nessuna catena poteva spezzare. La sentenza fu atroce: morte sul rogo, e la “disonra” estesa ai discendenti fino alla terza generazione. Un tentativo disperato di cancellare non solo una vita, ma un’eredità.

Eppure, nonostante il fuoco, Xica Manicongo non è stata cancellata. La sua storia, rimasta sepolta per secoli negli archivi inquisitoriali, oggi riemerge come un faro. È la prima travesti documentata del Brasile. È una figura pioniera della resistenza nera e queer nelle Americhe. È la prova che la rivoluzione non nasce sempre da un’arma o da un esercito: a volte nasce da un corpo che rifiuta di essere definito dal potere.

Xica non ha lasciato lettere, non ha lasciato discorsi. Ha lasciato un gesto: vivere secondo la propria verità. E quel gesto, in un mondo costruito sulla violenza coloniale, era già una rivoluzione.

Oggi, ricordarla significa restituire dignità a chi è stato cancellato. Significa riconoscere che la storia delle rivoluzioni non è fatta solo di re e generali, ma anche di corpi vulnerabili che hanno osato esistere. Significa guardare indietro per capire da dove arriva la nostra lotta.

Xica Manicongo non è un fantasma del passato. È una presenza. Una radice. Una scintilla che continua a bruciare.

Viva Xica Manicongo.

— vanessa mazza TLGBQI+

La farsa della moralità: quando il potere culturale si traveste da coscienza

J.K. Rowling 

Negli ultimi anni, J.K. Rowling è diventata una delle figure più controverse del panorama culturale globale. Non per la sua produzione letteraria, ma per l’uso politico della sua immagine pubblica. Le sue posizioni ostili verso le persone trans hanno trasformato la sua voce in un megafono per movimenti conservatori e gruppi della destra radicale, che hanno trovato in lei una testimonial “rispettabile” per legittimare agende escludenti.

Il recente clamore mediatico legato ai documenti del caso Epstein — nonostante l’assenza di prove che la colleghino direttamente al finanziere — ha rivelato qualcosa di più profondo: la fragilità strutturale della moralità performativa di certe celebrità. Basta un’ombra, un’informazione mal interpretata, un dettaglio decontestualizzato, perché la loro immagine “etica” crolli. Non perché emergano nuovi crimini, ma perché la credibilità era già incrinata dalle loro scelte politiche.

Rowling, negli ultimi anni, ha scelto di usare la sua influenza per attaccare i diritti delle persone trans, alimentando narrazioni che negano la legittimità delle identità di genere e diffondendo paure costruite. Una donna che, invece di ampliare lo spazio della solidarietà, ha tradito il genere, trasformando il corpo in frontiera anziché in alleanza. E quando una figura pubblica costruisce la propria immagine su una moralità selettiva, il terreno sotto i piedi diventa inevitabilmente instabile.

Il punto non è il caso Epstein. Il punto è ciò che questo episodio rivela: la maschera della moralità cade sempre quando è costruita contro qualcuno. Quando la propria “coscienza” serve a colpire i più vulnerabili, non è coscienza: è potere travestito da virtù.

Il caso Rowling è solo uno dei tanti esempi di un fenomeno più ampio: celebrità che predicano purezza mentre finanziano o amplificano ideologie reazionarie; figure pubbliche che si proclamano difensori della verità mentre attaccano minoranze già marginalizzate; un discorso pubblico che tollera la violenza simbolica ma si scandalizza solo quando emergono ombre più grandi.

Eppure, la verità è semplice: chi tradisce la solidarietà umana non può sostenere a lungo il peso della propria maschera morale.

— vanessa mazza TLGBQI+

Tributo ai ragazzi e alle ragazze che resistono in Iran



A chi non conosciamo per nome.
A chi non vediamo in volto.
A chi il mondo dimenticherà, ma non noi.
In Iran ci sono giovani che lottano per una libertà che non hanno mai potuto vivere davvero.
Lottano contro un’onda che sembra più grande di loro, più antica, più feroce.
Eppure continuano a muoversi, a resistere, a non scomparire.
Questa immagine non mostra i loro volti, ma racconta la loro condizione:
un’onda che minaccia di inghiottire tutto, e dentro quell’onda i segni della violenza, della repressione, del silenzio imposto.
Eppure, anche qui, c’è un simbolo che non si spegne:
la volontà di vivere, di essere, di non piegarsi.
A loro va questo tributo.
A loro va la nostra memoria.
A loro va la promessa che non saranno invisibili.

Nella verità, sempre — Luce (Vanessa)

mercoledì 4 febbraio 2026

🇷🇺 Russia: la repressione contro le persone LGBT+ entra in una nuova fase oscura

Una mappa oscurata e una mano che resiste: la repressione contro le persone LGBT+ in Russia non è solo politica, ma culturale e simbolica. Un tentativo di cancellare identità e libertà.

Il Ministero della Giustizia russo ha ufficialmente dichiarato “indesiderabile” l’ILGA World, la più grande federazione internazionale che riunisce oltre 2.000 organizzazioni LGBT+ in più di 170 paesi. Questa designazione non è solo simbolica: in Russia, collaborare con un’organizzazione “indesiderabile” può comportare fino a sei anni di carcere. Un messaggio chiaro e inquietante rivolto a chiunque difenda i diritti delle persone LGBTQIA+.

Julia Ehrt, direttrice esecutiva di ILGA World, ha definito la misura “grottesca”. E come darle torto? In un contesto dove la libertà di espressione è già fortemente limitata, questa decisione rappresenta un ulteriore passo verso la criminalizzazione dell’identità, della solidarietà e della diversità.

Ma non si tratta di un episodio isolato. Negli ultimi anni, il regime di Vladimir Putin ha intensificato una campagna sistematica contro la comunità LGBT+: libri censurati, film vietati, opere teatrali bloccate, mostre chiuse, contenuti oscurati. Le persone queer non possono riunirsi, non possono raccontarsi, non possono esistere pubblicamente.

Questa repressione non è solo politica: è culturale, sociale, simbolica. È il tentativo di cancellare ogni forma di pluralismo, di ridurre la società a un monolite ideologico fondato sulla paura e sull’omologazione.

In Europa, dove molti paesi avanzano — tra contraddizioni e conquiste — verso una maggiore inclusione, la Russia sceglie di voltare le spalle ai diritti umani. E lo fa con una violenza istituzionale che ricorda i momenti più bui della storia del continente.

Chi scrive non può che denunciare questa deriva. Non per ideologia, ma per dignità. Perché ogni persona ha diritto a vivere, amare, esprimersi e organizzarsi senza paura. E perché il silenzio, di fronte a questa repressione, sarebbe complice.


Un gesto di presenza, contro ogni silenzio. — Luce (Vanessa

martedì 3 febbraio 2026

“Il Confine Tra Democrazia e Abuso È Scritto Qui”


 L’articolo 13 della Costituzione è semplice: la libertà personale è inviolabile.

Nessuno può fermarti, perquisirti o privarti della libertà senza garanzie precise e senza un atto motivato dell’autorità giudiziaria.

È scritto così per un motivo: per impedire abusi, arbitri e derive autoritarie.

Quando si parla di “sicurezza” dimenticando questo articolo, non è sicurezza: è un altro nome per il controllo.

“Il fine settimana che abbiamo appena attraversato”


Il fine settimana appena trascorso è stato un concentrato di tutto ciò che questo mondo continua a rimuovere: diritti rimessi in discussione, vite spezzate nell’indifferenza, repressione normalizzata, verità che faticano a emergere.

In Emilia-Romagna, durante un Consiglio comunale, Costantino Righi Riva — ex candidato sindaco del centrodestra — ha dichiarato che il voto alle donne sarebbe stato un “attacco all’unità familiare”. Parole pronunciate nel 2026, mentre celebriamo gli 80 anni dell’Assemblea Costituente.

E allora la domanda diventa inevitabile, soprattutto per chi si definisce “cristiana” e “patriota”: che idea di donna avete? Una cittadina con pieni diritti, o una figura da ricondurre al ruolo domestico, come nelle distopie tipo Il racconto dell’ancella?

Perché quando si mette in discussione il suffragio femminile, non si parla solo del passato: si parla del futuro che qualcuno immagina per noi.

Nel Mediterraneo, dopo il ciclone Harry, si parla di centinaia — forse mille — persone disperse. I governi tacciono. E noi rischiamo di tacere con loro. È la stessa rimozione che attraversa Bolzaneto, la Diaz, il G8 di Genova: una memoria che riemerge solo quando serve giustificare nuove strette securitarie.

A Torino, cinquantamila persone in piazza per difendere uno spazio sociale. E come sempre, quando la partecipazione è ampia, arriva la narrazione tossica: infiltrazioni, violenti, ordine pubblico. Ma tra lacrimogeni e manganelli non c’erano solo agenti e “professionisti del disordine”: c’erano cittadini comuni, persone che erano lì per una causa legittima e che si sono ritrovate schiacciate in mezzo a un copione già scritto.

Un copione che non nasce oggi. Già negli anni Duemila, un ex Presidente della Repubblica descriveva pubblicamente una strategia basata su infiltrazioni, provocazioni, caos controllato e repressione successiva per ottenere consenso. Rileggerlo oggi fa venire i brividi.

E mentre tutto questo accade, il governo sta portando avanti un nuovo decreto in materia di sicurezza. Nel dibattito pubblico, molte voci critiche sostengono che questo provvedimento restringa gli spazi di libertà e garantisca una forma di impunità operativa alle forze dell’ordine, attraverso tutele legali e penali più ampie.

Ed è qui che nasce la domanda che in troppi evitano: perché nessuno si interroga? Perché non ci chiediamo cosa significhi vivere in un Paese dove la libertà si restringe e il controllo si allarga?

E beh… se manca l’intelligenza critica e l’empatia, tutto diventa più facile da accettare.


Dagli Stati Uniti, gli Epstein Files continuano a sollevare ombre pesanti. Alcuni materiali sono stati esclusi dagli atti ufficiali perché mostravano violenze estreme. Le email pubblicate delineano un quadro di abusi gravissimi, e resta sospesa la domanda più semplice e più scomoda: perché così pochi nomi sono stati davvero indagati? Chi ha protetto chi?

A Gaza, la situazione resta drammatica: civili che continuano a morire, ospedali al limite, blackout, nessuna tregua reale.

In Iran, la repressione non si è mai fermata. Ogni settimana arrivano notizie di nuove vittime, mentre la lotta delle donne e degli uomini iraniani continua, anche se il ciclo mediatico guarda altrove.

Negli Stati Uniti, resta aperta anche la ferita dei bambini separati dalle famiglie durante le operazioni dell’ICE: una pagina che molti artisti hanno ricordato proprio ieri sera, durante la grande festa della musica.

È stato un fine settimana che ci ricorda quanto sia fragile ciò che diamo per scontato: diritti, memoria, verità.

E quanto sia necessario restare vigili, presenti, capaci di nominare le cose anche quando fanno male.

martedì 27 gennaio 2026

Tanti auguri, Angela Davis. La tua analisi continua a guidare le lotte di oggi.🎂🍾👋


Angela Davis – un pensiero per il suo compleanno (con un giorno di ritardo)

Ieri era il compleanno di Angela Davis. Sto leggendo Donne, razza e classe e ritrovo nella sua analisi una lucidità che resta attuale. 

La sua frase più citata — “I am no longer accepting the things I cannot change, I am changing the things I cannot accept” — significa: “Non accetto più le cose che non posso cambiare, sto cambiando le cose che non posso accettare.”

Negli ultimi anni Davis ha criticato apertamente la situazione politica negli Stati Uniti, definendo questo periodo segnato da razzismo strutturale, restrizioni ai diritti civili e un clima politico sempre più polarizzato. In diverse interviste ha sottolineato che la crescita di movimenti autoritari e la criminalizzazione delle proteste mostrano quanto il Paese stia attraversando una fase “profondamente regressiva”, ma anche quanto sia necessario continuare a organizzarsi collettivamente.

Un compleanno che diventa occasione per ricordare la forza del suo pensiero critico e la necessità di non distogliere lo sguardo.

Tanti auguri, Angela Davis. La tua analisi continua a guidare le lotte di oggi.

Oggi la memoria pesa. Paura, vergogna, tristezza… sembrano un brutto sogno che ritorna, come se l’umanità non imparasse mai davvero.


La Giornata della Memoria
«L’unica via d'uscita è per il camino»: l'orrore che si fece parola
Esistono frasi che non avrebbero mai dovuto essere pronunciate. Parole che, nella loro brutale brevità, racchiudono l'essenza di un sistema progettato per annientare non solo il corpo, ma l'anima di un essere umano.

Quando i treni merci si fermavano sulla Judenrampe di Auschwitz-Birkenau, il "benvenuto" dei carcerieri era un monito agghiacciante: "Non uscirete di qui se non attraverso il camino".

La geografia del male
Questa frase non era una semplice minaccia, ma la descrizione tecnica di una catena di montaggio della morte. Il "camino" era quello dei forni crematori, l'ultimo atto di un processo di deumanizzazione che iniziava con la spoliazione dei beni e terminava con la riduzione dell'uomo in cenere.

Scrittori come Primo Levi o testimoni diretti come Liliana Segre hanno raccontato come quel fumo acre, perennemente visibile all'orizzonte del campo, fosse il promemoria costante della fragilità della vita nel lager.
Perché ricordare oggi?
Ricordare queste parole non serve a nutrire il macabro, ma a mantenere alta la guardia. La frase sul camino rappresentava il culmine di un percorso iniziato anni prima con l'indifferenza, la discriminazione e le leggi razziali.

Oggi, onorare chi è "uscito per il camino" significa:
Restituire un nome a chi era diventato solo un numero tatuato sul braccio.
Riconoscere i segnali dell'odio prima che diventino sistema.
Coltivare la memoria come antidoto all'indifferenza, quella che [Liliana Segre definisce più colpevole della violenza stessa]

Che il silenzio che segue questa frase ci aiuti a riflettere su ciò che l'uomo è stato capace di fare, affinché la "via del camino" rimanga solo un tragico monito impresso nei libri di storia.

Affinché la "via del camino" rimanga solo un tragico monito impresso nei libri di storia.
[Vanessa Mazza]

lunedì 26 gennaio 2026

Ancora una volta, l’Italia sceglie la parte sbagliata della storia


La presidente del consiglio, davanti all’ennesima follia di questo narcisista che destabilizza il mondo, decide ancora una volta di sostenerlo come alleato globale.

E non basta: rilancia perfino la candidatura di Trump al Nobel per la pace.

Pace. A lui.

È un gesto che parla da solo. Un gesto che ricorda da vicino ciò che accadeva quasi un secolo fa, quando l’Italia scelse di appoggiare la Germania nazista invece di difendere la democrazia e i diritti umani.

Oggi come allora, chi ci governa preferisce schierarsi con chi alimenta odio, violenza, suprematismo, propaganda. E lo fa fingendo neutralità, fingendo “realismo”, fingendo “interesse nazionale”.

Ma non è neutralità. È complicità.

E mentre il mondo affronta crisi, guerre, repressioni e violazioni dei diritti fondamentali, l’Italia si accoda all’estrema destra globale, scegliendo ancora una volta la parte sbagliata della storia.

Io no. Io scelgo la verità, la memoria, la dignità.

Nella verità, sempre — Luce (Vanessa)

Autoritarismo e responsabilità mediatica: il caso di Alex Pretti e la deriva della sicurezza negli Stati Uniti

Alex Pretti

La morte di Alex Pretti, 37 anni, cittadino statunitense, avvenuta durante un’operazione federale a Minneapolis, riapre un dibattito cruciale sul rapporto tra sicurezza, uso della forza e responsabilità istituzionale negli Stati Uniti. Le immagini diffuse nelle ultime ore mostrano un intervento caratterizzato da un impiego massiccio di agenti armati e da modalità operative che sollevano interrogativi sulla proporzionalità dell’azione.

Il caso ha immediatamente attirato l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale, non solo per la gravità dell’episodio, ma anche per il modo in cui viene raccontato. Alcune testate hanno adottato un linguaggio attenuato, ricorrendo a termini come “subdued” per descrivere l’intervento sugli individui presenti sulla scena. Una scelta lessicale che, nel contesto di un’operazione letale, rischia di trasformare la violenza in procedura amministrativa.

La questione centrale non riguarda solo l’operato delle forze federali, ma anche il ruolo dei media nel documentare e interpretare eventi di questa portata. In un momento storico in cui la democrazia statunitense è attraversata da tensioni profonde, la precisione del linguaggio giornalistico diventa un elemento essenziale. Minimizzare, smussare, ricorrere a eufemismi significa contribuire a una narrazione che normalizza l’uso della forza e indebolisce la capacità critica del pubblico.

Il caso Pretti si inserisce in un quadro più ampio, segnato da un crescente ricorso a operazioni di sicurezza ad alta intensità e da un dibattito politico polarizzato. Le immagini circolate in questi giorni mostrano un Paese in cui la gestione dell’ordine pubblico assume sempre più spesso tratti militarizzati, con implicazioni significative per i diritti civili e per la percezione stessa di legalità.

In questo contesto, il ruolo delle grandi testate internazionali è determinante. La credibilità del giornalismo non si misura solo nella capacità di riportare i fatti, ma anche nella scelta delle parole, nella trasparenza delle analisi, nella volontà di chiamare i fenomeni con il loro nome. Di fronte a episodi come questo, la responsabilità mediatica non è un dettaglio: è parte integrante della tenuta democratica.

Raccontare la morte di Alex Pretti significa interrogarsi sul presente degli Stati Uniti e sulle derive che lo attraversano. Significa rifiutare la normalizzazione della violenza istituzionale. Significa difendere il diritto del pubblico a una narrazione chiara, completa e non edulcorata.

Nella verità, sempre — Luce (Vanessa)