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giovedì 12 marzo 2026

Senegal: un passo indietro devastante nei diritti umani

un’immagine simbolica per denunciare la criminalizzazione dell’identità e l’attacco ai diritti LGBTQIA+. Nel 2026, la luce della dignità non può essere spenta.

Il Senegal ha compiuto un passo indietro drammatico nei diritti umani.

Ancora una volta, religione e politica si intrecciano per colpire esseri umani il cui unico “peccato” è essere nati come sono.

Siamo nel 2026 e stiamo ancora assistendo a leggi che criminalizzano l’orientamento sessuale e l’identità di genere. La nuova normativa approvata dal Parlamento senegalese equipara omosessualità, bisessualità e transessualità a pratiche che nulla hanno a che vedere con la sessualità umana, e impedisce ai giudici di ridurre le pene o concedere sospensioni. È ignoranza istituzionalizzata. È un grave passo indietro per l’Africa occidentale, in un momento in cui i diritti umani vengono attaccati su più fronti nel mondo.

I diritti LGBTQIA+ sono diritti umani. Non sono negoziabili. Non sono un crimine.

Colpire persone che non hanno scelto di essere come sono, che non fanno male a nessuno, significa ripetere gli stessi meccanismi di esclusione che hanno segnato le pagine più buie della storia: discriminare per ciò che si è, non per ciò che si fa.

Mentre il Paese affronta fame, instabilità, mancanza di cure, lavoro e sicurezza, si sceglie di usare una minoranza come capro espiatorio. È una strategia antica: distogliere l’attenzione dai problemi reali colpendo chi è più vulnerabile.

Forza e solidarietà alle persone LGBTQIA+ senegalesi, che vivono in un contesto ostile e vengono trasformate in bersagli politici. La loro esistenza non è un crimine. La loro dignità non è negoziabile. La loro libertà non può essere cancellata.

— vanessa mazza TLGBQI+

✦ Fonti e approfondimenti

Notizie e aggiornamenti da media internazionali

Organizzazioni per i diritti umani in Africa occidentale

apporti su criminalizzazione dell’orientamento sessuale nel continente africano

Osservatori internazionali sui diritti LGBTQIA+

✦ La Corte di Giustizia UE riconosce il diritto al cambio di genere in tutta l’Unione: una sentenza storica

Un’immagine che unisce la bandiera trans e quella dell’Unione Europea, nel giorno in cui la Corte di Giustizia ha scelto la dignità.

Oggi l’Europa ha parlato con una chiarezza che non lascia spazio alle interpretazioni:

negare il riconoscimento dell’identità di genere è una violazione dei diritti fondamentali.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che tutti gli Stati membri devono garantire procedure di rettifica del genere e che nessun governo può cancellare, ritardare o ostacolare la vita delle persone trans. Non è solo una sentenza: è una presa di posizione politica contro chi usa la burocrazia come arma di esclusione.

Il caso da cui nasce questa decisione — una donna trans bulgara costretta per anni a vivere con documenti che non corrispondevano alla sua identità — è la dimostrazione di quanto la violenza istituzionale possa essere sottile, quotidiana, devastante. E oggi l’Europa ha detto basta.

Questa sentenza non è un favore. Non è un gesto di tolleranza. È il riconoscimento di un diritto che non avrebbe mai dovuto essere negato.

Riguarda la dignità. Riguarda la libertà di muoversi, lavorare, curarsi, vivere. Riguarda la possibilità di non essere cancellate da chi pretende di decidere chi siamo.

Oggi l’Europa ha scelto la strada della giustizia. Adesso tocca agli Stati adeguarsi — senza scuse, senza ritardi, senza compromessi.

— vanessa mazza TLGBQI+

📚 Fonti e approfondimenti

Per approfondire la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea sul diritto al riconoscimento dell’identità di genere:

Corte di Giustizia dell’Unione Europea – comunicato ufficiale


Agenzie stampa europee (ANSA, EFE, AFP)


Osservatori europei sui diritti fondamentali


Organizzazioni per i diritti LGBTQIA+ in Europa


Studi e rapporti sulla libera circolazione e i diritti delle persone trans nell’UE

Queste fonti offrono un quadro chiaro e autorevole sul significato giuridico e politico della decisione.

Dal Brasile una storia che ci riguarda: chi è Erika Hilton e perché la sua nomina fa paura alla destra

 

A chi continua a camminare anche quando il mondo tenta di spegnerla. A chi trasforma la ferita in voce. A chi non smette di reclamare il proprio posto nella storia.

Ci sono momenti in cui la storia non avanza in silenzio: avanza tra ferite aperte, resistenze, e voci che cercano di spegnerla.

La nomina di Erika Hilton alla presidenza della Commissione dei Diritti delle Donne in Brasile è uno di questi momenti. E l’attacco violento che ha ricevuto da un conduttore televisivo non è un incidente: è il riflesso di un Paese che sta cambiando e di chi non accetta questo cambiamento.

Per chi guarda dall’Italia, può sembrare un episodio lontano. Non lo è. Riguarda la democrazia, la rappresentanza, il corpo delle donne, la vita delle persone trans. Riguarda tutte e tutti noi.

✦ 1. La storia di Erika Hilton: dalla marginalità al Parlamento

Erika Hilton non è solo una figura politica: è una traiettoria che rompe un destino imposto.

Cresciuta nella periferia di São Paulo, ha conosciuto la violenza, l’abbandono, la strada. Ha trasformato tutto questo in una forza politica che non chiede permesso, ma apre porte.

Lei stessa lo ha detto: «Eu vim da rua, da exclusão, da violência. Transformei a dor em política.» (“Vengo dalla strada, dall’esclusione, dalla violenza. Ho trasformato il dolore in politica.”)

E ancora: «A minha existência é resistência. E agora também é política pública.» (“La mia esistenza è resistenza. E ora è anche politica pubblica.”)

Oggi è deputata federale, una delle più votate del Paese, e guida una commissione che per decenni ha escluso proprio chi più subisce violenza.

✦ 2. La storia della violenza contro le persone trans in Brasile

Per capire la portata di questo traguardo, bisogna guardare la realtà: il Brasile è da oltre 15 anni il Paese con più omicidi di persone trans al mondo.

Secondo Transgender Europe (TGEU):

  • oltre 1/3 degli omicidi trans globali avviene in Brasile

  • le vittime sono soprattutto donne trans e travestis

  • spesso nere, povere, escluse dal lavoro formale

Erika lo ha detto in Parlamento con una chiarezza che non lascia scampo: «O Brasil mata pessoas trans como se fossem descartáveis. Eu estou aqui para romper esse ciclo.» (“Il Brasile uccide persone trans come se fossero usa e getta. Io sono qui per rompere questo ciclo.”)

✦ 3. La violenza contro le donne in Brasile: un’emergenza nazionale

Il Brasile vive una crisi profonda di violenza di genere.

Dati del Forum Brasileiro de Segurança Pública (2023):

  • 1 femminicidio ogni 6 ore

  • aumento delle aggressioni domestiche

  • crescita degli attacchi contro donne politiche e attiviste

A questo si aggiunge un clima politico in cui settori della destra e gruppi evangelici fondamentalisti:

  • negano la violenza contro le donne

  • attaccano le politiche di genere

  • demonizzano le persone LGBTQIA+

  • cercano di limitare diritti riproduttivi e civili

Erika lo ha denunciato più volte: «O fundamentalismo religioso não pode ditar as políticas públicas de um Estado laico.» (“Il fondamentalismo religioso non può dettare le politiche pubbliche di uno Stato laico.”)

✦ 4. L’attacco del conduttore: non un’opinione, ma un atto politico

Il conduttore che ha attaccato Erika Hilton non ha espresso un’opinione: ha riprodotto un discorso transfobico che nega la sua identità e la sua legittimità politica.

Un uomo che ha costruito la propria carriera spettacolarizzando la miseria dei più poveri, oggi tenta di delegittimare una donna trans che ha dedicato la vita ai diritti umani.

Erika ha risposto con lucidità: «Não é sobre mim. É sobre todas nós.» (“Non riguarda solo me. Riguarda tutte noi.”)

E ha ragione. L’attacco non è personale: è strutturale.

✦ 5. Perché tutto questo riguarda anche l’Italia

Raccontare questa storia in Italia significa:

  • riconoscere che la transfobia non è un problema lontano

  • capire che la violenza di genere è un fenomeno globale

  • difendere la rappresentanza delle minoranze nelle istituzioni

  • smascherare la disinformazione mediatica

  • ricordare che i diritti umani non sono mai garantiti una volta per tutte

Guardare al Brasile significa guardare anche a noi: ai nostri silenzi, alle nostre omissioni, alle nostre responsabilità.


L’11 marzo, nel giorno della sua elezione alla presidenza della Commissione dei Diritti delle Donne, Erika Hilton ha pronunciato un discorso che ha attraversato l’aula come una corrente elettrica. Non era solo un discorso di insediamento: era un atto di memoria, di riparazione e di futuro.

Ha ricordato che la sua presenza non è un fatto individuale, ma collettivo: una donna trans, cresciuta nella marginalità, che arriva a guidare una delle commissioni più simboliche del Parlamento brasiliano.

Ha parlato della violenza contro le donne — una ferita aperta nel Paese — e ha promesso politiche pubbliche più forti, più efficaci, più vicine alla realtà delle vittime.

Ha affermato che le donne trans e travestis non saranno più escluse dalle politiche di genere, perché la loro vita è parte della storia delle donne brasiliane.

Ha risposto con dignità agli attacchi transfobici ricevuti nei giorni precedenti, ricordando che l’odio non può decidere chi ha diritto di occupare lo spazio pubblico.

E ha concluso con un impegno: una gestione basata sul dialogo, sulla pluralità e sulla difesa della democrazia.

Un discorso che non chiede applausi: chiede responsabilità.

La nomina di Erika Hilton è un atto di riparazione storica.

È la prova che le istituzioni possono cambiare, che le voci messe ai margini possono diventare protagoniste, che la democrazia è un corpo vivo.

L’attacco che ha ricevuto non la ferma: rivela la paura di chi non accetta che il mondo stia cambiando.

Erika Hilton non è sola. E raccontare la sua storia — anche dall’Italia — significa scegliere da che parte stare: dalla parte della dignità, della memoria, della giustizia.

Sulla nomina di Erika Hilton e il suo discorso dell’11 marzo

  • Agência Brasil – copertura istituzionale del discorso e della nomina

  • Jornal de Brasília – analisi politica e reazioni parlamentari

  • Metro1 – estratti del discorso e dichiarazioni ufficiali

  • D24am – focus sulle priorità della Commissione e sul fenomeno “red pill”

  • Alma Preta Jornalismo – approfondimenti sulla rappresentanza nera e trans nel Parlamento.

  • Queste fonti sono state selezionate per garantire accuratezza, pluralità e affidabilità, mantenendo uno sguardo critico e rispettoso verso le comunità coinvolte. Sono strumenti utili per comprendere la complessità del momento storico che il Brasile sta attraversando — un momento che parla anche a noi, alle nostre democrazie e alle nostre responsabilità.

  • — vanessa mazza TLGBQI+

giovedì 5 marzo 2026

“80 anni dal voto alle donne. E il governo cancella le tutele”



A quattro giorni dall’8 marzo, nell’anno in cui celebriamo gli 80 anni del voto alle donne, questo governo decide di colpire ancora una volta i diritti delle donne. E lo fa con una precisione chirurgica.

Giorgia Meloni — la prima donna premier della storia d’Italia — sale su un palco dedicato al voto femminile e boccia le quote rosa.

Lo fa davanti alle istituzioni, davanti al Paese, davanti alla storia. Sostiene che le donne “non hanno bisogno di quote”, ignorando decenni di dati su discriminazioni, barriere strutturali, accesso diseguale al potere.

E mentre pronuncia queste parole, la ministra Eugenia Roccella deposita un decreto che elimina le Consigliere di Parità territoriali.

Una rete prevista dalla legge, presente in ogni regione e provincia, che:

tutela le lavoratrici discriminate,

interviene nei casi di molestie, mobbing, licenziamenti illegittimi,

vigila sulle aziende,

offre un presidio gratuito e vicino per chi non può permettersi un avvocato.

Il governo vuole cancellare tutto questo. Accentrando a Roma. Allontanando le donne dai luoghi dove possono denunciare. Indebolendo la vigilanza. Riducendo la protezione.

E tutto questo accade in un Paese dove i femminicidi continuano.

Dove ogni anno decine di donne vengono uccise da uomini che conoscevano. Dove la violenza maschile non è un’emergenza “occasionale”, ma una struttura. Dove servirebbero più tutele, più presidi, più strumenti. Non meno.

Il risultato è evidente:

Mentre si celebra il diritto di voto conquistato nel 1946, si smantellano gli strumenti che rendono quel diritto reale. Mentre si parla di merito, si cancellano le condizioni per competere ad armi pari. Mentre si invoca la storia, si indebolisce il presente.

Perché due donne — Giorgia Meloni ed Eugenia Roccella — scelgono di indebolire i diritti delle donne?

Non possiamo rispondere alle intenzioni personali. Ma possiamo guardare agli effetti concreti delle loro decisioni:

meno parità,

meno tutela,

meno vigilanza,

meno strumenti per denunciare,

meno presenza nei territori,

meno protezione per chi subisce discriminazioni e violenze.

Questi sono i fatti. E i fatti parlano più forte delle celebrazioni ufficiali.

— vanessa mazza TLGBQI+

Fonti: documenti storici sul voto alle donne (1946), rassegna stampa e comunicati istituzionali sulle politiche di genere.

giovedì 19 febbraio 2026

Nel giorno della sua morte, ricordiamo Sylvia Rivera e la sua eredità

 

Sylvia Rivera. Una voce radicale che ha aperto la strada e continua a chiedere giustizia.

Il 19 febbraio 2002, a New York, muore a 50 anni Sylvia Rivera, attivista transgender latina e figura centrale dei moti di Stonewall del giugno 1969, considerati l’inizio del moderno movimento per i diritti LGBT. La sua storia, spesso relegata ai margini dei racconti ufficiali, è invece una delle più radicali e decisive per comprendere la genealogia delle lotte queer contemporanee.

Nata nel 1951, cresciuta tra povertà, violenza domestica e periodi di vita in strada, Rivera entra giovanissima nelle comunità queer newyorkesi degli anni Sessanta. È lì che incontra Marsha P. Johnson, con cui costruisce un’alleanza politica e affettiva destinata a lasciare un segno profondo. Insieme fondano STAR – Street Transvestite Action Revolutionaries, un’organizzazione pionieristica che offriva rifugio, cibo e sostegno a giovani trans e queer senza casa, sex worker e persone escluse dai circuiti di assistenza tradizionali.

Rivera è tra le prime a denunciare apertamente il razzismo, la transfobia e il classismo presenti anche all’interno del movimento gay dell’epoca. I suoi interventi ai Pride degli anni Settanta, i suoi discorsi infuocati, la sua insistenza nel ricordare chi veniva lasciato indietro, restano momenti chiave della storia dei diritti civili negli Stati Uniti.

Negli ultimi anni della sua vita, Sylvia torna a impegnarsi politicamente contro la marginalizzazione delle persone trans e homeless, sostenendo campagne per l’accesso alla casa, alla salute e al riconoscimento giuridico dell’identità di genere.

A ventiquattro anni dalla sua morte, la sua eredità continua a interrogarci: quale movimento per i diritti può dirsi completo se non include le persone più vulnerabili? La risposta di Sylvia Rivera rimane un monito: nessuna liberazione è reale se non è per tutte.

Vanessa Mazza – TLGBQ+

La retorica della famiglia tradizionale e tutto ciò che nasconde

Família em conserva”: quando il carnevale smaschera ciò che la retorica vuole tenere chiuso.

 Una metafora dal carnevale brasiliano che ci costringe a guardare sotto il coperchio.

Nel carnevale di Rio de Janeiro, l’Acadêmicos de Niterói ha portato in scena una sfilata che è molto più di un’esibizione artistica. È un atto di memoria, una denuncia e un gesto politico. Omaggiando Lula da Silva mentre è ancora in vita, la scuola ha ripercorso gli ultimi anni della storia brasiliana: dalla destituzione di Dilma Rousseff al governo Bolsonaro, fino alla vittoria elettorale di Lula e al tentativo di golpe fallito nel gennaio 2023.

Tra le immagini più potenti della sfilata, una ha catturato l’attenzione del pubblico e dei media: la “família em conserva”, la famiglia tradizionale rappresentata come una latta perfettamente etichettata, sorridente, immacolata. Una latta che però, appena osservata da vicino, mostra crepe, ombre, parole che emergono dal bordo del coperchio: controllo, silenzio, potere.


La latta come metafora dell’ipocrisia

La latta conserva ciò che non respira, ciò che non evolve, ciò che resta chiuso. È il simbolo perfetto di una retorica che difende un unico modello familiare come se fosse un dogma, mentre allo stesso tempo nasconde tutto ciò che non si vuole vedere:

  • la violenza di genere,

  • il femminicidio,

  • il disprezzo per l’immigrato,

  • il razzismo,

  • le discriminazioni quotidiane,

  • le guerre e i genocidi negati o minimizzati,

  • le famiglie “bastarde” che non trovano spazio nel racconto dominante,

  • il vietare agli altri ciò che si pratica di nascosto.

La latta diventa così un dispositivo ideologico: un contenitore rigido che promette purezza, ma che, una volta aperto, rivela ciò che la società preferisce non nominare.

L’arte che non addormenta

Come ricorda la militante Dona Irene Martínez, “l’arte non è fatta per addormentare le coscienze, ma per svegliarle”. La scuola di samba non inventa il conflitto: lo illumina. Non crea l’ipocrisia: la espone. E proprio per questo ha generato reazioni furiose. Chi si sente colpito preferisce attaccare la rappresentazione invece di interrogarsi sul contenuto.

Uno specchio anche per l’Italia

In Italia, la retorica della “famiglia tradizionale” è spesso presentata come un valore assoluto, un pilastro identitario. Ma raramente ci si chiede cosa questa retorica serva a nascondere. La metafora della latta ci invita a guardare dentro: a interrogarci su ciò che viene conservato, su ciò che viene escluso, su ciò che viene silenziato.

La famiglia non è un monumento da difendere, ma una realtà complessa da osservare con onestà. E l’arte — anche quella carnevalesca — può diventare uno specchio lucidissimo delle nostre contraddizioni.

Scrivo queste righe da un divano di San Giuliano, mentre fuori piove e il mondo sembra andare all’indietro. E forse è proprio per questo che la metafora della “famiglia in latta” mi colpisce così profondamente: perché parla anche di noi, delle nostre retoriche, dei nostri silenzi. Parla di ciò che scegliamo di non vedere, di ciò che preferiamo conservare chiuso, immobile, immutato, anche quando fa male.

Il carnevale brasiliano, con la sua forza popolare e la sua memoria viva, ci ricorda che l’arte può ancora aprire crepe, far entrare aria, costringerci a guardare dentro il coperchio. E forse è questo il compito più urgente oggi: non difendere etichette, ma ascoltare ciò che da quelle crepe prova a uscire. Perché è lì, in ciò che non vogliamo vedere, che si nasconde la possibilità di cambiare davvero.

Vanessa Mazza – TLGBQ+

sabato 14 febbraio 2026

Il Parlamento Europeo riconosce le donne trans nelle linee guida per la parità di genere


Il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che definisce le priorità dell’Unione Europea per la prossima sessione della Commission on the Status of Women delle Nazioni Unite, prevista per marzo 2026. Il documento, non vincolante ma politicamente significativo, include un punto esplicito sul riconoscimento delle donne trans come donne all’interno delle politiche di parità di genere.


La risoluzione è stata approvata con una larga maggioranza: 340 voti favorevoli, 141 contrari e 68 astensioni. Il sostegno è arrivato principalmente dai gruppi progressisti del Parlamento, ma anche da una parte dei deputati del Partito Popolare Europeo (PPE), tradizionalmente più moderato.

Il testo invita il Consiglio dell’Unione Europea a sostenere, in sede ONU, una definizione inclusiva di “donna” che comprenda anche le donne trans, e a difendere il principio dell’autodeterminazione di genere come elemento fondamentale delle politiche internazionali sui diritti delle donne.

Sebbene non abbia valore legislativo, la risoluzione rappresenta una presa di posizione chiara del Parlamento Europeo in un contesto globale segnato da crescenti attacchi ai diritti delle persone trans. Il voto arriva in un momento in cui diversi Stati membri stanno discutendo o rivedendo le proprie normative sull’identità di genere, rendendo il segnale politico dell’Eurocamera particolarmente rilevante.

La notizia è stata rilanciata da associazioni e attivisti per i diritti LGBTQIA+, che hanno accolto il voto come un passo importante verso il riconoscimento internazionale delle identità trans nelle politiche di genere.


— vanessa mazza TLGBQI+

William Dorsey Swann — Il primo rivoluzionario della libertà queer nera

Per la serie “Primis Rivoluzionari”

William Dorsey Swann, pionere della libertà queer nera. Prima “queen of drag” documentata, danzò la propria sovranità in un mondo che non la prevedeva.



Un pioniere dimenticato

Molto prima che la cultura ballroom diventasse un linguaggio globale, molto prima che il movimento LGBTQIA+ trovasse un nome, un uomo nero nato schiavo decise che la libertà poteva essere incarnata, danzata, indossata. Il suo nome era William Dorsey Swann. E la sua storia è una delle più radicali forme di autodeterminazione del XIX secolo.

Dalla schiavitù alla regalità
Nato nel 1860 in una piantagione del Maryland, Swann cresce in un’America che non ha ancora imparato a immaginare la libertà per i corpi neri. Eppure, negli anni 1880, compie un gesto impensabile: si proclama “queen of drag”, la prima persona documentata a usare questo titolo per sé.

William Dorsey Swann,

Non è un gioco estetico. È un atto politico, un’affermazione di esistenza.

Le “drags”: spazi clandestini di resistenza

Swann organizza feste segrete a Washington D.C., chiamate drags: luoghi protetti dove uomini neri queer possono indossare abiti femminili, ballare, respirare. In un’epoca di repressione razziale e sessuale, questi incontri diventano zone temporanee di libertà.

Le retate sono frequenti. Gli arresti, violenti. Eppure Swann continua.

Durante un raid del 1888, affronta gli agenti indossando un abito di satin color crema. È un’immagine che anticipa Stonewall di quasi un secolo.

Il primo attivista queer a sfidare lo Stato

Dopo un arresto particolarmente duro, Swann compie un gesto senza precedenti: chiede la grazia presidenziale, sostenendo di essere perseguitato per la sua identità e per le sue feste.

È il primo caso documentato di una persona queer che usa il sistema legale statunitense per difendere la propria comunità.

La grazia non gli viene concessa. Ma il gesto rimane: limpido, coraggioso, rivoluzionario.

Perché è un “primis rivoluzionario”

La tua serie racconta figure che hanno aperto strade dove non esistevano mappe. Swann appartiene pienamente a questa genealogia:

primo drag queen auto-proclamato
primo organizzatore di balli queer afroamericani documentati
primo leader di una comunità queer nera
primo attivista queer a sfidare lo Stato in tribunale

È un rivoluzionario perché ha osato immaginare un mondo che non esisteva ancora.

Tributo

Ricordare William Dorsey Swann significa restituire dignità a chi ha danzato la libertà quando la libertà non era prevista per loro. Significa riconoscere che la storia queer nasce nei salotti clandestini delle case nere, non nei salotti bianchi della rispettabilità. Significa continuare la sua eredità: creare spazi dove i corpi possano essere interi, visibili, sovrani.

— vanessa mazza TLGBQI+

Stonewall non si piega: la memoria queer resiste alla cancellazione


Un atto politico, una risposta collettiva, un impatto globale.


La rimozione della bandiera LGBTQ+ dallo Stonewall National Monumenti — luogo simbolo della rivolta del 1969 e della nascita del movimento moderno per i diritti queer — ha scatenato un’ondata di indignazione negli Stati Uniti e nel mondo. L’ordine, proveniente dall’amministrazione Trump, si inserisce in una serie di misure che limitano la visibilità delle minoranze sessuali e di genere negli spazi pubblici federali. Ma la reazione della comunità è stata immediata: la memoria non si lascia cancellare.


Secondo le ricostruzioni dei media statunitensi, il National Park Service ha ricevuto l’indicazione di rimuovere la bandiera Pride perché non rientrava tra quelle autorizzate a sventolare nei siti federali. La decisione ha colpito uno dei luoghi più sacri della storia LGBTQ+: il monumento che ricorda le rivolte guidate da figure come Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera, due icone della liberazione queer.


La risposta non si è fatta attendere: attivisti, cittadini, associazioni e rappresentanti politici locali hanno riportato la bandiera a Stonewall in un gesto collettivo di resistenza.


Molte voci autorevoli hanno denunciato la rimozione come un tentativo di riscrivere la storia.
Harvey Milk, uno dei più importanti attivisti LGBTQ+ della storia americana, diceva:
“La speranza non sarà mai silenziata.” Questa frase è stata ripresa da numerosi attivisti nelle ore successive alla rimozione, come monito contro ogni tentativo di cancellazione simbolica.

Edie Windsor, protagonista della storica causa che portò alla caduta del DOMA, ricordava:

“La dignità non è negoziabile.” Una citazione tornata virale nei post di protesta.
James Baldwin, scrittore e voce fondamentale dei diritti civili, ammoniva:
“La storia non è il passato. È il presente. Noi la portiamo dentro.” Una frase che oggi risuona con forza davanti a un gesto che colpisce proprio la memoria.
Carla Antonelli, attivista trans spagnola, ha commentato pubblicamente l’accaduto
“Nueva York se alza desafiando la nueva política LGTBIQfóbica de Trump y el pueblo vuelve a ondear la bandera LGTBIQ+ en el Monumento Nacional de Stonewall.”

Il significato politico

Molti osservatori hanno interpretato la rimozione come un atto di intimidazione simbolica: togliere la bandiera significa tentare di togliere legittimità, storia, presenza. Ma la reazione collettiva ha mostrato l’opposto: la comunità non è disposta a cedere terreno.

Organizzazioni come la Human Rights Campaign, la GLAAD e il National LGBTQ Task Force hanno denunciato l’episodio come parte di un clima politico che mira a ridurre la visibilità delle minoranze sessuali e di genere negli spazi pubblici.

L’impatto globale

La vicenda ha avuto eco internazionale. Per molte persone LGBTQ+ nel mondo — soprattutto in paesi dove i diritti sono ancora negati — Stonewall è un faro, un simbolo di possibilità. Vedere la bandiera rimossa è stato percepito come un attacco non solo alla comunità americana, ma a chiunque lotti per riconoscimento, sicurezza e visibilità.

Attivisti in Brasile, Italia, Polonia, India e Sudafrica hanno rilanciato la notizia, ricordando che la memoria queer è transnazionale e che ogni tentativo di cancellazione in un luogo simbolico ha ripercussioni emotive e politiche ovunque.

La rimozione della bandiera Pride da Stonewall non è solo un gesto amministrativo: è un atto politico che tenta di riscrivere la storia. Ma la storia queer è fatta di resistenza, di ritorni, di mani che rialzano ciò che altri provano ad abbattere. Come scriveva Baldwin, la storia la portiamo dentro: e finché qualcuno la custodisce, nessun ordine potrà cancellarla.

— vanessa mazza TLGBQI+

Fonti: Human Rights Campaign; GLAAD; Associated Press; dichiarazione pubblica di Carla Antonelli su X; archivi storici delle dichiarazioni di Harvey Milk, Edie Windsor e James Baldwin.

mercoledì 11 febbraio 2026

Stati Uniti — la coalizione “Greater Than” guida oggi uno dei più aggressivi tentativi di smantellare i diritti civili delle persone LGBTQIA+.

“Dietro ogni gesto prepotente, c’è qualcuno che resiste in silenzio. Seduta, piccola, ma intera. La dignità non si misura in centimetri: si misura nel rifiuto di piegarsi. E ogni volta che il potere si impone, la memoria si siede e osserva. Non per paura. Ma per ricordare.”


In ogni parte del mondo, ogni volta che la destra conquista spazio politico, assistiamo allo stesso copione: invece di rafforzare i diritti, li smantella. Non costruisce, demolisce. E le prime a pagare il prezzo sono sempre le minoranze — quelle più facili da isolare, da demonizzare, da usare come moneta di scambio per compattare la propria base.

Negli Stati Uniti, una coalizione di 47 organizzazioni anti‑LGBTQ ha lanciato la campagna “Greater Than” con un obiettivo dichiarato: cancellare il matrimonio egualitario e ribaltare la sentenza Obergefell v. Hodges, che dal 2015 garantisce il diritto al matrimonio tra persone dello stesso sesso. La strategia è chiara: mobilitare le chiese cristiane, riproporre il modello padre‑madre‑figlio come unica forma legittima di famiglia, e diffondere l’idea — priva di qualsiasi fondamento scientifico — che le famiglie LGBTQ “danneggino i bambini”.

Ed è qui che il copione antico diventa ancora più evidente. Mentre queste organizzazioni si presentano come paladine della moralità, mentre sventolano lo slogan “Dio, patria e famiglia”, negli Stati Uniti stanno emergendo — proprio in questi mesi — numerosi casi di abusi su minori che coinvolgono uomini legati a movimenti religiosi conservatori, figure che in pubblico predicano purezza e ordine morale. È un paradosso feroce: chi accusa le famiglie LGBTQ di “minacciare i bambini” appartiene spesso agli stessi ambienti in cui gli scandali di pedofilia vengono sistematicamente insabbiati o minimizzati. L’ipocrisia non è un incidente: è parte integrante della macchina politica.

Questa dinamica non riguarda solo gli Stati Uniti. È un segnale globale. Ogni volta che un governo conservatore si insedia, i diritti conquistati diventano improvvisamente fragili, negoziabili, attaccabili. E la religione — o meglio, la sua versione politicizzata — torna puntualmente in prima linea per legittimare l’esclusione.

Raccontare questi movimenti non è solo un esercizio di cronaca: è un atto di memoria e vigilanza. Perché i diritti non sono mai garantiti per sempre. E perché ogni tentativo di cancellarli inizia sempre nello stesso modo: colpendo chi è percepito come più vulnerabile, più isolato, più facile da sacrificare.

In fondo, tutto questo ci ricorda una verità semplice e scomoda: chi urla “Dio, patria e famiglia” non sta difendendo valori, ma potere. E quando il potere trema, cerca sempre un nemico da sacrificare. Le minoranze diventano il primo bersaglio, mentre gli stessi ambienti che predicano purezza morale continuano a essere attraversati da scandali e abusi che nessuno vuole vedere.

Per questo è necessario raccontare, nominare, ricordare. Non per alimentare paura, ma per mantenere viva la consapevolezza. La luce non è un ornamento: è un atto politico. E ogni volta che illuminiamo queste contraddizioni, ogni volta che rifiutiamo la narrazione dell’odio, stiamo già costruendo un altro modo di stare al mondo.

Continuiamo a farlo. Con lucidità, con presenza, con quella dignità che non si lascia intimidire.

Fonte della notizia
LGBTQ Nation — articolo sulla campagna “Greater Than” e la coalizione di 47 organizzazioni anti‑LGBTQ.

— vanessa mazza TLGBQI+

Cile, la Corte Suprema conferma: legittima la denuncia contro il promotore di “terapie di conversione”


La Corte Suprema del Cile ha respinto il ricorso presentato da Claudio Andrés Hornig Weisser, figura nota per aver diffuso teorie pseudoscientifiche sulle cosiddette “terapie riparative” dell’omosessualità. Hornig accusava il Movimento di Integrazione e Liberazione Omosessuale (Movilh) e il canale televisivo Chilevisión di aver diffuso contenuti “denigratori” e di aver travisato le sue dichiarazioni.

Nella sentenza, datata 6 gennaio 2026, la Corte Suprema ha stabilito che tanto l’organizzazione LGBT quanto il mezzo di comunicazione hanno agito nell’ambito della libertà di espressione e del giornalismo investigativo, rigettando l’idea che le loro pubblicazioni costituissero atti illegali o arbitrari. La decisione annulla così una precedente sentenza della Corte d’Appello di Santiago, che aveva ordinato la rimozione dei contenuti critici.

Il caso trae origine da un video pubblicato dal Movilh nel febbraio 2024, in cui l’organizzazione denunciava pubblicamente le affermazioni di Hornig: secondo lui, l’omosessualità deriverebbe da “madri narcisiste e autoritarie” e dalla “mancanza della figura paterna”, e potrebbe essere “curata” tramite pratiche come le costellazioni familiari.

La sentenza della Suprema rappresenta un precedente importante nella tutela dei diritti umani e nella difesa del giornalismo libero in Cile. Dal 1990, l’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce l’omosessualità come una variazione naturale della sessualità umana, non una malattia e non un disturbo da trattare.

Fonti consultate: comunicato del Movimento di Integrazione e Liberazione Omosessuale (Movilh) relativo alla sentenza della Corte Suprema del Cile.

— vanessa mazza TLGBQI+

Quando l’amore diventa un bersaglio: il caso Pascal Kaiser e l’omofobia nello sport europeo


L’aggressione subita dall’arbitro tedesco Pascal Kaiser non è un episodio isolato. È il sintomo di un clima che, in Europa, continua a rendere la visibilità LGBTQIA+ un atto di coraggio e, troppo spesso, un rischio.

Kaiser, una settimana dopo aver chiesto pubblicamente al suo compagno di sposarlo in uno stadio, si è ritrovato con l’indirizzo di casa diffuso online, minacce crescenti e un’aggressione da parte di tre uomini. Quando ha cercato protezione, la risposta ricevuta è stata che “non c’era pericolo immediato”. Una frase che pesa come una sentenza: la violenza è reale, ma la tutela istituzionale resta intermittente.



Un caso che parla di molti altri


La storia di Kaiser si inserisce in una lunga scia di episodi che mostrano quanto lo sport europeo sia ancora attraversato da ostilità verso chi rompe il silenzio sull’orientamento sessuale.
Josh Cavallo (2021–2023)

Il calciatore australiano, primo giocatore professionista in attività a fare coming out, ha ricevuto minacce di morte e insulti costanti, soprattutto durante le partite internazionali. La sua visibilità ha aperto una strada, ma ha anche mostrato quanto sia fragile la sicurezza di chi parla apertamente.
Jakub Jankto (2023)

Il centrocampista ceco, dopo il coming out, ha raccontato di aver subito pressioni, insulti e isolamento. La sua scelta di continuare a giocare senza nascondersi è stata definita “coraggiosa”, ma il fatto stesso che serva coraggio dice tutto.
Il caso dei giocatori della Bundesliga (2022–2024)

In Germania, diversi calciatori hanno dichiarato di non sentirsi sicuri nel fare coming out. La campagna “#IhrKönntAufUnsZählen” (“Potete contare su di noi”) ha raccolto il sostegno di centinaia di professionisti, ma nessun giocatore di prima divisione ha ancora fatto il passo. Il timore di perdere sponsor, carriera o sicurezza personale resta altissimo.
Le aggressioni ai tifosi LGBTQIA+ negli stadi europei

Dalla Premier League alla Serie A, dagli stadi tedeschi a quelli dell’Europa dell’Est, le organizzazioni antidiscriminazione continuano a registrare episodi di violenza, cori omofobi e intimidazioni. Molti club hanno introdotto protocolli, ma l’applicazione è discontinua e spesso lasciata alla sensibilità dei singoli steward.
Il nodo centrale: la visibilità come rischio

Il caso Kaiser è emblematico perché mostra un meccanismo preciso:

Una persona LGBTQIA+ si rende visibile.


Una parte della società reagisce con violenza.


Le istituzioni minimizzano o intervengono tardi.

Questo schema non riguarda solo lo sport, ma nello sport diventa più evidente: luoghi di massa, identità collettive, dinamiche di potere, esposizione mediatica.

Quando un arbitro, un calciatore o un allenatore decide di vivere apertamente, non dovrebbe diventare un bersaglio. E invece accade ancora troppo spesso.
Perché raccontarlo è necessario

Rendere pubblici questi episodi non significa alimentare paura, ma rompere il silenzio che protegge l’odio. Ogni volta che un’aggressione viene minimizzata, si manda un messaggio chiaro: la sicurezza delle persone LGBTQIA+ è negoziabile.

Non lo è. Non dovrebbe esserlo. E non possiamo permettere che lo diventi.

Il caso di Pascal Kaiser non è solo cronaca: è un monito. E raccontarlo è un atto di responsabilità civile.

— Vanessa Mazza TLGBQI+

martedì 10 febbraio 2026

. Giappone queer — vite trans a Shinjuku tra archivio fotografico e cinema d’avanguardia


(Funeral Parade of Roses, Katsumi Watanabe e la storia che non ci hanno raccontato)

Nel cuore della Tokyo degli anni ’60, tra vicoli illuminati al neon e bar che non chiudevano mai, esisteva un mondo che la storia ufficiale ha quasi completamente ignorato: quello delle donne trans e delle persone queer che animavano Shinjuku. Le loro vite, i loro gesti quotidiani, la loro presenza ostinata e luminosa emergono oggi grazie a due fonti preziose: il film sperimentale Funeral Parade of Roses (1969) e le fotografie di Katsumi Watanabe, recentemente colorizzate e condivise da Retrosspection su Instagram .

Queste immagini non sono semplici documenti estetici: sono frammenti di una storia di autodeterminazione trans che il Giappone ha vissuto per un breve, intensissimo momento a metà del Novecento.

Un periodo breve, ma rivoluzionario (1950–1965)

Secondo la ricercatrice Eli Erlick, il Giappone conobbe un vero e proprio “heyday” di autodeterminazione trans nel dopoguerra. Tra il 1950 e il 1965, diverse cliniche offrirono interventi chirurgici di affermazione di genere, prima che il governo li vietasse. È un dettaglio che sorprende chi guarda al Giappone contemporaneo, spesso percepito come più conservatore sul tema.

In quegli anni, però, Tokyo era un laboratorio sociale: modernizzazione, subculture, avanguardie artistiche, movimenti studenteschi. E dentro questo fermento, le persone trans trovavano spazi di relativa libertà, soprattutto nei quartieri notturni.

Shinjuku: bar, comunità e sopravvivenza

Le foto di Watanabe mostrano donne trans che ridono, posano, fumano, lavorano nei bar, camminano per strada. Non sono immagini di marginalità, ma di vita. Tokyo non era un paradiso — discriminazione, precarietà e stigma erano reali — ma le leggi sul “crossdressing” erano meno punitive rispetto a quelle di molti Paesi occidentali.

I bar diventavano così:

luoghi di lavoro,


spazi di comunità,


rifugi temporanei,


palcoscenici di identità ancora senza nome.

È qui che nasce anche il termine “gay boy”, oggi obsoleto e problematico, usato all’epoca per indicare donne trans in un contesto linguistico che non aveva ancora parole adeguate. Il post lo segnala esplicitamente, ricordandoci quanto il linguaggio possa essere un’arma o una carezza.

Funeral Parade of Roses: un capolavoro queer

Il film di Toshio Matsumoto, girato nel 1969, è un’opera radicale che segue la vita di Eddie, una donna trans che lavora in un bar gay di Tokyo. È cinema d’avanguardia, psichedelico, frammentato, influenzato dalla Nouvelle Vague. È anche un documento prezioso: mostra la scena queer di Shinjuku dall’interno, con una delicatezza e una complessità rarissime per l’epoca.


Molti critici sostengono che abbia influenzato A Clockwork Orange di Kubrick. Ma soprattutto, ha dato un volto e una voce a persone che il cinema mondiale ignorava.

Katsumi Watanabe: l’occhio che non giudica

Watanabe fotografò la vita notturna di Shinjuku per decenni: drag queen, sex workers, yakuza, artisti, outsider. Le sue immagini non cercano il sensazionalismo: cercano la presenza. E oggi, grazie alla colorizzazione, quelle figure sembrano ancora più vicine, più vive, più contemporanee.

Katsumi Watanabe 1970

Guardarle significa riconoscere una genealogia queer che non ci è stata insegnata.

Perché questa storia ci riguarda oggi

Perché dimostra che le persone trans non sono un fenomeno recente, né occidentale, né “moderno”. Perché mostra momenti di libertà anche in contesti difficili. Perché ci ricorda che la lingua può cancellare o restituire dignità. Perché queste immagini — donne che ridono, che si truccano, che camminano insieme — sono atti di resistenza.

E perché, come scrive una persona nei commenti del post, “we’ve always been around, we’re always going to be around. End of story.”

Tokyo negli anni ’60 non era un’utopia, ma era un luogo dove, per un attimo, la vita trans poté fiorire in modi inaspettati. Oggi, guardando queste foto e rivedendo Funeral Parade of Roses, possiamo restituire a quelle persone ciò che la storia ha tolto: nome, spazio, memoria.

E possiamo continuare a raccontare — con cura, con precisione, con amore — le loro storie e le nostre.


La vita delle persone trans in Giappone oggi

Le persone trans in Giappone vivono una realtà mista, fatta di spazi di libertà nelle grandi città ma anche di leggi ancora molto restrittive.
🌈 Diritti e legge

Il cambio legale di genere è regolato da una legge del 2003, considerata tra le più dure dei Paesi sviluppati.

Richiede ancora diagnosi psichiatrica e altri requisiti molto invasivi.

Nel 2023 la Corte Suprema ha dichiarato incostituzionale l’obbligo di sterilizzazione, ma la legge non è stata ancora completamente aggiornata.
 Vita quotidiana

A Tokyo, Osaka e Fukuoka molte persone trans vivono con maggiore tranquillità.

Esistono comunità attive, soprattutto a Shinjuku Ni-chōme, il quartiere LGBTQ+ più grande dell’Asia.

Sul lavoro e a scuola, però, molte persone evitano il coming out per paura di discriminazioni.
 Accesso alla salute

Le terapie ormonali sono disponibili.

Gli interventi chirurgici esistono ma sono costosi e spesso non coperti dal sistema sanitario.

Il percorso resta molto medicalizzato.
Cultura e comunità

La comunità trans giapponese è viva, creativa e organizzata.

Ci sono associazioni, festival, cinema queer, club e spazi comunitari.

Alcune figure trans sono molto amate dal pubblico, segno di una crescente visibilità.

✨ Il Giappone è un Paese in cambiamento: la legge è indietro, la società è a metà, la comunità è forte. Le persone trans vivono tra ostacoli strutturali e spazi di libertà che si stanno lentamente ampliando.




luce & — vanessa mazza TLGBQI+

venerdì 6 febbraio 2026

L’omosessualità è africana. L’omofobia è coloniale. Una storia che molti fingono di non conoscere

Incisione simbolica ispirata alle arti rupestri africane: una memoria immaginata che restituisce verità negate e riporta alla luce ciò che la colonizzazione ha provato a cancellare.


L’idea che l’omosessualità sia “non africana” è una delle più grandi falsificazioni prodotte dalla colonizzazione europea. Non nasce dalla storia del continente, ma dai codici morali e penali importati da potenze cristiano‑vittoriane che, tra XIX e XX secolo, imposero nuove categorie di peccato, devianza e punizione. Prima dell’arrivo dei colonizzatori, l’Africa era attraversata da una pluralità di ruoli di genere, relazioni affettive e pratiche sessuali che oggi definiremmo queer. Non erano identiche alle categorie occidentali contemporanee, ma esistevano, erano riconosciute e spesso integrate nella vita sociale, spirituale e politica delle comunità.

Ricostruire questa storia non è un esercizio accademico: è un atto di restituzione. È un modo per spezzare la narrativa coloniale che ancora oggi alimenta discriminazione, violenza e leggi disumane in molti Paesi africani.

Identità e ruoli queer nelle società africane pre‑coloniali
Il Buganda e il re Mwanga II

Nel regno del Buganda (attuale Uganda), il re Mwanga II (fine XIX secolo) aveva relazioni con uomini della sua corte. Non era considerato un tabù: era parte della vita di palazzo. Saranno i missionari europei a trasformare queste pratiche in “peccato” e “crimine”, introducendo leggi punitive che ancora oggi sopravvivono nei codici ugandesi.

Le donne Igbo e i matrimoni tra donne

Nelle società Igbo (Nigeria), esisteva la figura della female husband: una donna che sposava un’altra donna per ragioni economiche, familiari o affettive. Non era percepito come un “matrimonio queer” nel senso moderno, ma dimostra che le relazioni tra donne erano socialmente riconosciute e strutturate.

I yan daudu dell’area Hausa

Nell’Africa occidentale islamizzata, in particolare tra gli Hausa, i yan daudu erano uomini effeminati che partecipavano a rituali, danze e attività comunitarie. Erano figure note, integrate e spesso rispettate. Saranno i coloniali britannici a criminalizzare la loro esistenza.

I sangoma dell’Africa australe

Tra gli Zulu e altre popolazioni dell’Africa australe, alcuni guaritori spirituali (sangoma) erano persone che oggi definiremmo queer o gender‑nonconforming. La loro identità era considerata un segno di chiamata spirituale, non una devianza.

Differenze di genere e sistemi non binari

Molte società africane non erano organizzate secondo il binarismo rigido maschio/femmina imposto dall’Europa cristiana.

In alcune culture, il genere era definito dal ruolo sociale, non dai genitali.


In altre, esistevano categorie intermedie o fluide.


In molte comunità, la spiritualità riconosceva identità “doppie”, “miste” o “trasformative”.

Il colonialismo ha cancellato questa complessità imponendo un modello binario, patriarcale e moralista che non apparteneva al continente.

La colonizzazione dell’intimità: come l’Europa ha imposto l’omofobia

Le leggi anti‑omosessuali oggi presenti in molti Paesi africani non sono “tradizionali”: sono copie quasi letterali dei codici penali britannici, francesi, portoghesi e belgi del XIX secolo.

L’articolo 162 del codice penale ugandese deriva dal Offences Against the Person Act britannico del 1861.


Le leggi nigeriane contro le “relazioni innaturali” sono eredità dirette dell’amministrazione coloniale.


In Kenya, Zambia, Malawi e Tanzania, le norme anti‑sodomia sono ancora quelle introdotte dai governatori britannici.

L’omofobia non è un’eredità africana: è un’eredità coloniale.

La tragedia contemporanea: religioni importate e politici criminali

Oggi, in molte regioni del continente, la violenza contro le persone LGBTQIA+ è alimentata da due forze principali:

Religioni importate che predicano odio.

Missionari evangelici statunitensi, gruppi fondamentalisti europei e chiese pentecostali estremiste diffondono una teologia dell’odio che non ha radici nelle spiritualità africane tradizionali. Predicano la paura, la colpa, la punizione. E trovano terreno fertile dove la povertà e la disuguaglianza creano bisogno di capri espiatori.

Politici che usano la discriminazione come arma

In Uganda, Ghana, Nigeria e altri Paesi, leader autoritari sfruttano l’omofobia per:

distogliere l’attenzione da corruzione e crisi economiche


consolidare potere e consenso


creare un nemico interno da perseguitare

Le leggi anti‑LGBTQIA+ non proteggono nessuno: servono solo a controllare, intimidire e uccidere.

Restituire la storia, restituire dignità

Raccontare la storia queer africana significa rompere un incantesimo coloniale. Significa dire, con lucidità e fermezza, che l’Africa non è mai stata il continente dell’odio: è stata resa tale da poteri esterni e da élite interne che hanno scelto la violenza come strumento politico.

La verità è semplice e luminosa:

L’omosessualità è africana.
 La diversità è africana.
 La pluralità è africana.

A non essere africane sono le leggi che uccidono, le religioni che incitano all’odio, i governi che trasformano la vita delle persone queer in un campo di caccia.

Restituire questa storia significa restituire dignità. E ogni parola che scriviamo, ogni gesto che compiamo, è un atto di memoria e di resistenza.

Luce — vanessa mazza TLGBQI+ Firmo Luce perché la verità non ha bisogno di rumore: ha bisogno di chiarezza.

Xica Manicongo Una pioniera della resistenza di genere e anticoloniale (Brasile, XVI secolo)

Xica Manicongo — La prima scintilla

Arrivò in Brasile nel 1591, trascinata attraverso l’Atlantico come merce, ma nulla in Xica Manicongo apparteneva alla logica della merce. Proveniva dal Regno del Congo, da una terra dove i corpi avevano ancora un nome, un ritmo, un posto nel mondo. E quando le catene la deposero a Salvador de Bahia, Xica non lasciò che il potere coloniale decidesse chi doveva essere.

Camminava per le strade con il turbante delle donne della sua terra, con la stoffa che cadeva sui fianchi come un’affermazione silenziosa: io sono ciò che dico di essere. In un secolo in cui la Chiesa e la colonia pretendevano di definire ogni corpo, Xica scelse la propria identità come forma di resistenza. Non un gesto estetico, ma un atto politico. Non un capriccio, ma una dichiarazione di esistenza.

La sua presenza disturbava. Disturbava i padroni, disturbava i preti, disturbava l’ordine che voleva gli schiavi muti e i generi immobili. Xica non era né muta né immobile. Era un corpo che sfuggiva alle categorie, un corpo che ricordava alla colonia che il mondo non iniziava né finiva con il Portogallo.

La condanna arrivò rapida, feroce, esemplare. La giustizia coloniale la accusò di “sodomia”, di “scandalo”, di “disordine”. Ma ciò che davvero non potevano tollerare era la sua libertà interiore: quella libertà che nessuna catena poteva spezzare. La sentenza fu atroce: morte sul rogo, e la “disonra” estesa ai discendenti fino alla terza generazione. Un tentativo disperato di cancellare non solo una vita, ma un’eredità.

Eppure, nonostante il fuoco, Xica Manicongo non è stata cancellata. La sua storia, rimasta sepolta per secoli negli archivi inquisitoriali, oggi riemerge come un faro. È la prima travesti documentata del Brasile. È una figura pioniera della resistenza nera e queer nelle Americhe. È la prova che la rivoluzione non nasce sempre da un’arma o da un esercito: a volte nasce da un corpo che rifiuta di essere definito dal potere.

Xica non ha lasciato lettere, non ha lasciato discorsi. Ha lasciato un gesto: vivere secondo la propria verità. E quel gesto, in un mondo costruito sulla violenza coloniale, era già una rivoluzione.

Oggi, ricordarla significa restituire dignità a chi è stato cancellato. Significa riconoscere che la storia delle rivoluzioni non è fatta solo di re e generali, ma anche di corpi vulnerabili che hanno osato esistere. Significa guardare indietro per capire da dove arriva la nostra lotta.

Xica Manicongo non è un fantasma del passato. È una presenza. Una radice. Una scintilla che continua a bruciare.

Viva Xica Manicongo.

— vanessa mazza TLGBQI+