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giovedì 7 maggio 2026

Quando la natura si spacca: la "guerra civile" di Ngogo e lo specchio della nostra fragilità

Chimpanzee Sanctuary Northwest (chimpsnw.org)

Un conflitto durato anni, 28 vittime accertate e la fine di un'era. La recente scoperta nel Parco Nazionale di Kibale, in Uganda, ci costringe a guardare alle radici primordiali della violenza e alla fatica necessaria per restare uniti.

di Vanessa Mazza TLGBQI+
Esistono momenti in cui la scienza smette di essere solo osservazione asettica e diventa un monito che ci tocca nel profondo. Quello che i ricercatori hanno documentato a Ngogo, in Uganda, non è solo un evento etologico: è la cronaca di una tragedia che somiglia terribilmente alle nostre.
Per oltre vent'anni, la comunità di scimpanzé di Ngogo è stata un modello di stabilità. Poi, qualcosa si è rotto. Non per mancanza di cibo, ma per la rottura dei legami. Lo studio, pubblicato su Science ad aprile 2026, descrive una lenta deriva iniziata nel 2015: quando il gruppo è diventato troppo numeroso, l'impossibilità di mantenere relazioni significative ha creato fazioni. I "vecchi amici" sono diventati "nemici", portando a una guerra civile con 28 morti accertate.
La Scienza della Pace: Il Grooming e il Bacio
Tuttavia, la ricerca scientifica ci insegna che gli scimpanzé hanno sviluppato metodi sofisticati per evitare che queste crepe diventino abissi. La "riconciliazione" è un pilastro della loro sopravvivenza:
  • Il valore politico del Grooming: Spulciarsi a vicenda non è solo igiene; è un investimento sociale. Riduce i livelli di cortisolo (lo stress) e ripara la fiducia dopo un litigio.
  • Contatto post-conflitto: È stato osservato che, dopo uno scontro, gli avversari spesso si cercano per abbracciarsi o scambiarsi un "bacio" bocca a bocca. Questo comportamento non cancella l'aggressione, ma ristabilisce il legame per evitare la frammentazione del gruppo.
  • Mediazione "femminile": Spesso sono le femmine o individui neutrali a intervenire tra due maschi in conflitto, agendo come pacieri per riportare la calma nella comunità.
A Ngogo, questi meccanismi sono falliti perché la polarizzazione è stata più forte della cura.
Perché questa storia ci riguarda
Questa tragedia scuote le fondamenta dell'antropologia. Ci dice che la polarizzazione e l'odio possono nascere anche senza ideologie, semplicemente dal fallimento della coesione sociale. Se la biologia ci mostra la radice del conflitto, ci ricorda anche che la pace non è uno stato naturale garantito, ma un equilibrio fragile che va alimentato ogni giorno con gesti quotidiani di riconoscimento reciproco.
Non siamo così diversi da loro. Guardare a questa guerra nella foresta deve portarci a riflettere su quanto sia prezioso, e quanto vada difeso con la mediazione e la vicinanza, ogni legame che tiene insieme la nostra società.
La tragedia di Ngogo ci lascia con una domanda scomoda: se persino i nostri parenti più prossimi possono scivolare nell'abisso della guerra civile per la semplice erosione della fiducia, quanto è sottile il ghiaccio su cui cammina la nostra civiltà?
La pace non è l'assenza di conflitto, ma la presenza costante della cura. Spulciarsi, abbracciarsi, riconoscersi: sono questi i gesti che impediscono alle foreste — e alle città — di bruciare. Restiamo umani, restiamo uniti, prima che il confine tra 'noi' e 'loro' diventi una trincea insuperabile."
Fonte scientifica: Sandel, A. A., et al. (2026). "The breakup of the Ngogo chimpanzee community: A case study of social polarization and conflict." Science.

Vanessa Mazza TLGBQI+

martedì 5 maggio 2026

🎂 Buon compleanno, Karl Marx — e perché ci parla ancora oggi


Riflessioni sull’alienazione, il consumo e la responsabilità nel nostro tempo
5 maggio 2026

Oggi, tra i Ricordi che riemergono dai social, è ricomparso un vecchio post dedicato al compleanno di Karl Marx. E colpisce vedere quanto le sue parole, scritte quasi due secoli fa, continuino a descrivere con lucidità il mondo in cui viviamo.

Marx parlava di alienazione: di come ci si perda quando si vive per accumulare, produrre, apparire. Di come il valore della vita venga misurato non da ciò che siamo, ma da ciò che riusciamo a possedere. Guardando il presente, la sensazione è che poco sia cambiato.

Viviamo in una società che ci spinge a correre sempre: consumare per non sentirsi esclusi, indebitarsi per mantenere un’immagine, vivere oltre le proprie possibilità per non sembrare “meno”. Il risultato? Meno vita, più estraniamento. Proprio come Marx aveva previsto.

Forse il vero augurio, oggi, è questo: ritrovare il coraggio di vivere secondo il possibile, non secondo l’imposto.

Riconoscere il valore del limite. E ricordare che la dignità non nasce dall’accumulo, ma dalla consapevolezza.

🎂 Auguri, vecchio Karl. — vanessa mazza TLGBQI+

Quando difendere i diritti umani diventa un crimine: il caso di Saif e Thiago

Gli organizzatori della flottiglia denunciano “brutalità estrema” durante la prolungata detenzione in Israele. Saif Abukeshek e Thiago Ávila riferiscono torture dopo il loro sequestro vicino alla Grecia. Foto: Yoav Etial / X, Itamar Greenberg / X

Due attivisti sequestrati in acque internazionali. Il silenzio globale come complicità.

5 maggio 2026

Il sequestro in acque internazionali

Il 1° maggio 2026, in acque internazionali al largo della Grecia, la Global Sumud Flotilla — una missione civile composta da oltre cinquanta imbarcazioni partite da Francia, Spagna e Italia — è stata intercettata dalle forze israeliane. La flottiglia trasportava aiuti umanitari destinati alla popolazione di Gaza e aveva l’obiettivo dichiarato di sfidare il blocco imposto dal 2005 e irrigidito dopo il 7 ottobre 2023.

A bordo c’erano circa 175 attivisti. Quasi tutti sono stati rilasciati a Creta. Solo due uomini sono stati portati in Israele e trattenuti: Saif Abu Keshek e Thiago Ávila.

Chi è Saif Abu Keshek

Saif Abukeshek, attivista ispano‑svedese di origine palestinese, interviene durante una manifestazione pubblica prima della missione della flottiglia. Oggi è detenuto in Israele dopo il sequestro avvenuto in acque internazionali.

Saif è un attivista ispano-svedese di origine palestinese, residente a Barcellona, con oltre vent’anni di impegno nei movimenti europei di solidarietà con la Palestina. È padre di tre bambini.

Secondo testimonianze di attivisti rilasciati, Saif sarebbe stato picchiato e torturato già a bordo della nave militare che ha intercettato la flottiglia, prima del trasferimento al carcere di Shikma, ad Ashkelon.

Chi è Thiago Ávila

Thiago Ávila, attivista brasiliano della flottiglia umanitaria, durante una delle udienze successive al suo sequestro in acque internazionali. Nella detenzione ha riportato segni visibili di maltrattamenti, secondo quanto riferito dai suoi legali e dalla diplomazia brasiliana.

Thiago è un attivista brasiliano, 38 anni, impegnato nei movimenti sociali, ambientali e per la solidarietà internazionale. È padre di una bambina.

Secondo il suo avvocato e la diplomazia brasiliana, Thiago ha riportato segni visibili di percosse e ha riferito condizioni di detenzione degradanti: celle illuminate 24 ore su 24, temperature estremamente basse, isolamento.

Perché proprio loro?

Israele sostiene che Saif e Thiago siano sospettati di “assistenza al nemico in tempo di guerra” e “contatti con organizzazioni terroristiche”. Accuse che i loro avvocati definiscono prive di base giuridica, poiché i due sono stati fermati in acque internazionali, fuori dalla giurisdizione israeliana.

Gli altri 173 attivisti sono stati rilasciati. Solo loro due sono stati selezionati, separati e trasferiti in Israele.

Secondo il gruppo legale Adalah, si tratta di un’azione “illegale” e assimilabile a un rapimento di civili stranieri in acque internazionali.

La violenza dell’intercettazione

Le testimonianze parlano di un’operazione estremamente violenta: pugni, calci, persone trascinate sul pavimento con le mani legate, colpi di arma da fuoco veri e di gomma, decine di feriti portati in ospedale a Creta.

Il momento più brutale sarebbe avvenuto quando gli attivisti hanno tentato di impedire che Saif e Thiago venissero portati via con la forza.

Il silenzio dei “buoni”

Questa vicenda non è un episodio isolato. È un precedente pericoloso: due civili impegnati in una missione umanitaria, sequestrati in acque internazionali, accusati senza prove, detenuti in isolamento, sottoposti a violenze fisiche e psicologiche.

E mentre tutto questo accade, il mondo osserva. O peggio: non osserva affatto.

Il silenzio non è neutrale. Il silenzio è complicità. Il silenzio è ciò che permette alla prepotenza di diventare sistema.

E allora la domanda è inevitabile: esistono ancora i “buoni”? O abbiamo smesso di indignarci?

Perché questa storia ci riguarda

Saif e Thiago non sono eroi mitologici. Sono due uomini che hanno scelto di non voltarsi dall’altra parte. Ed è proprio questo che li ha resi bersagli.

La loro liberazione non è solo una richiesta: è un test morale per tutti noi. È la misura di quanto siamo ancora capaci di indignarci, di reagire, di non accettare l’ingiustizia come destino.

Liberdade para Saif e Thiago. Libertà per chi difende la dignità umana.

— vanessa mazza TLGBQI+

giovedì 30 aprile 2026

Svolta Storica a Bruxelles: L'Europa mette al bando la "Tortura dell'Anima". Ma l'Italia frena.

"Bandiera dei diritti: quando l'Europa si unisce per proteggere la libertà di essere se stessi, senza 'cure' e senza torture."

Di Vanessa Mazza TLGBQI+
Il Parlamento Europeo ha finalmente pronunciato una sentenza definitiva: l’omosessualità non è una malattia e, di conseguenza, non può essere "curata". Con un voto storico che segna uno spartiacque per i diritti civili, l'Unione Europea ha accolto la richiesta di oltre 1,2 milioni di cittadini per vietare le cosiddette "terapie di conversione", pratiche pseudoscientifiche definite ormai apertamente come forme di tortura.
Cosa sono davvero le "Terapie di Conversione"?
Non lasciatevi ingannare dal nome: non c’è nulla di terapeutico. Si tratta di interventi volti a cambiare, reprimere o eliminare l’orientamento sessuale o l’identità di genere di una persona.
Queste pratiche includono:
  • Violenza psicologica: sessioni di indottrinamento volte a colpevolizzare l'individuo.
  • Abusi fisici e farmacologici: nei casi più estremi si arriva all'uso di farmaci induttori di nausea o persino elettroshock (terapia avversiva).
  • Pressioni religiose: pratiche volte a "scacciare il demonio" dell'omosessualità attraverso esorcismi e isolamento.
Il risultato è devastante: depressione grave, disturbi post-traumatici e un tasso di suicidi altissimo tra chi vi è sottoposto.
La mappa del voto: chi ha scelto il progresso e chi il Medioevo?
Il voto a Bruxelles del 30 aprile 2026 ha mostrato chiaramente chi sta dalla parte dei diritti umani e chi preferisce difendere l'oscurantismo:

  • Il voto sulla risoluzione che chiede il bando UE delle pratiche di conversione ha visto una delegazione italiana profondamente divisa tra conservatorismo e progresso:
    • FAVOREVOLI (Si al bando):
      • Partito Democratico (S&D): Voto compatto a favore. L'eurodeputato Alessandro Zan è stato tra i principali sostenitori, portando in aula le testimonianze delle vittime.
      • Movimento 5 Stelle (Non iscritti/The Left): Voto favorevole.
      • Forza Italia (PPE): Una parte della delegazione (tra cui De Meo, Falcone, Princi e Tosi) ha votato a favore, allineandosi alla maggioranza del Partito Popolare Europeo.
    • CONTRARI (No al bando):
      • Fratelli d'Italia (ECR): Il gruppo di Giorgia Meloni ha votato compattamente contro, tentando persino di eliminare il paragrafo che condanna queste pratiche dal rapporto sui diritti fondamentali.
      • Lega (ID): Voto contrario. Gli eurodeputati leghisti hanno giustificato il "no" parlando di "libertà educativa delle famiglie" e "ingerenza dell'U.
  • L'Italia: la grande assente nel fronte della civiltà
Mentre paesi come Francia, Germania, Spagna e Malta hanno già leggi nazionali durissime che prevedono il carcere per chi pratica queste torture, l'Italia resta indietro. Nonostante l'Europa acceleri, nel nostro Paese non esiste ancora una legge specifica che vieti queste pratiche su tutto il territorio. Il rischio è che migliaia di giovani LGBTQ+ italiani continuino a essere vittime di abusivi che agiscono nell'ombra, protetti dal silenzio delle istituzioni.
L’Europa ha tracciato la rotta, ma la battaglia non è finita. Finché un solo ragazzo o una sola ragazza verrà convinto di essere "sbagliato" e spinto in uno studio privato per essere "riparato", la nostra società avrà fallito. Vietare queste terapie non è un favore alla comunità LGBTQ+, è un atto di igiene morale per tutta l'Unione Europea.
Vanessa Mazza TLGBQI+

Fonti e approfondimenti per i lettori:

mercoledì 29 aprile 2026

1993–2026: dalla depenalizzazione alla repressione. La parabola russa dei diritti LGBTI+

La bandiera arcobaleno sventola davanti a una figura in uniforme: un contrasto che racconta la tensione tra diritti e repressione nella Russia contemporanea.

Il 29 aprile 1993 la Russia cancellò l’articolo 121.1 del Codice Penale, ponendo fine alla criminalizzazione dei rapporti omosessuali tra uomini. Era una norma sovietica che aveva mandato migliaia di persone nei gulag, spesso con accuse costruite per colpire dissidenti e “indesiderabili”. La sua abolizione sembrò, allora, un segnale di apertura: un Paese che usciva dall’URSS e prometteva diritti, riforme, un futuro più libero.

Ma quella promessa non è mai stata mantenuta.

La depenalizzazione non fu accompagnata da leggi antidiscriminazione, né da protezioni per le persone trans, né da riconoscimenti per le coppie dello stesso sesso. Per anni, la comunità LGBTI+ è rimasta in un limbo: formalmente non più criminalizzata, ma priva di qualsiasi tutela. La società civile denunciava violenze, discriminazioni, aggressioni, mentre lo Stato restava in silenzio.

Il punto di svolta arrivò nel 2013, quando la Duma approvò la legge contro la cosiddetta “propaganda delle relazioni non tradizionali”. Una norma che, secondo organizzazioni come Human Rights Watch e Amnesty International, ha trasformato la semplice visibilità delle persone LGBTI+ in un rischio legale. Nel 2022, la legge è stata estesa agli adulti, rendendo impossibile qualsiasi rappresentazione positiva dell’omosessualità o dell’identità di genere.

Parallelamente, tra il 2023 e il 2024, il governo ha colpito duramente le persone trans: divieto di transizione medica e legale, annullamento dei matrimoni in cui una persona aveva cambiato genere, chiusura dei centri specializzati. Una cancellazione burocratica che diventa cancellazione sociale.

La repressione non riguarda solo individui, ma l’intera società civile. ONG e gruppi di supporto sono stati etichettati come “agenti stranieri” o “organizzazioni indesiderabili”, costretti a chiudere o a operare nell’ombra. Attivisti e attiviste denunciano perquisizioni, intimidazioni, arresti, esilio forzato.

Il caso più grave resta quello della Cecenia, dove dal 2017 sono state documentate detenzioni arbitrarie, torture e sparizioni di uomini gay e bisessuali. Le autorità locali negano, ma le testimonianze raccolte da giornalisti e organizzazioni per i diritti umani sono numerose e coerenti.

Questa parabola — dalla depenalizzazione del 1993 alla repressione del 2026 — non è un incidente della storia. È il risultato di un progetto politico che usa la comunità LGBTI+ come capro espiatorio, come simbolo da sacrificare per costruire consenso, identità nazionale e controllo sociale. La guerra in Ucraina ha rafforzato questa retorica: la difesa dei “valori tradizionali” è diventata un’arma ideologica, e le persone LGBTI+ un bersaglio utile.

A trentatré anni dalla depenalizzazione, la Russia presenta uno dei quadri più critici al mondo per i diritti delle persone LGBTI+. La visibilità è quasi impossibile, la censura è capillare, la repressione politica si intreccia con quella identitaria. Il 1993, che avrebbe potuto segnare l’inizio di un percorso di libertà, oggi appare come un monito: i diritti non sono mai garantiti per sempre. Senza protezioni, senza cultura democratica, senza libertà di espressione, ogni conquista può essere smontata, riscritta, cancellata.

Raccontare questa storia significa difendere la memoria e denunciare la deriva autoritaria. Significa ricordare che la libertà non è un dato acquisito, ma un terreno da proteggere ogni giorno — in Russia, in Europa, ovunque.

Fonte: Human Rights Watch – Russia: Anti-LGBT Laws and Repression (2013–2024)

— vanessa mazza TLGBQI+

Botswana: abrogate le leggi coloniali che criminalizzavano le persone LGBT+

Quando un Paese sceglie la dignità: Botswana e arcobaleno insieme per celebrare l’abrogazione delle leggi coloniali contro le persone LGBT+.

Il Parlamento elimina dal Codice Penale le norme introdotte dall’Impero britannico che punivano i rapporti tra persone dello stesso sesso. Una vittoria giuridica, storica e decoloniale.

Un passo storico: il Botswana chiude un capitolo coloniale

Il Botswana ha compiuto un gesto di enorme portata simbolica e politica: ha eliminato dal proprio Codice Penale le sezioni che criminalizzavano i rapporti consensuali tra adulti dello stesso sesso. Si trattava delle sezioni 164(a) e 164(c), introdotte in epoca coloniale britannica e rimaste in vigore per decenni, con pene fino a 7 anni di carcere.

Queste norme non erano africane. Non appartenevano alla cultura del Botswana. Erano strumenti di controllo imposti dall’amministrazione coloniale, pensati per disciplinare i corpi e le identità.

Dalla sentenza del 2019 alla riforma del 2026

Il percorso è iniziato nel giugno 2019, quando l’Alta Corte del Botswana ha dichiarato incostituzionale la criminalizzazione dell’omosessualità, affermando che violava dignità, privacy e uguaglianza. Nel novembre 2021, la Corte d’Appello ha confermato la decisione.

Ma, nonostante le sentenze, le norme erano rimaste materialmente scritte nel Codice Penale. La loro presenza continuava a generare stigma, paura, discriminazione e ostacoli nell’accesso alla salute.

Con la riforma approvata nel marzo 2026, il Parlamento ha finalmente cancellato quelle parole dal testo di legge. Un atto necessario, atteso, liberatorio.

Una vittoria per i diritti umani e per la decolonizzazione

La rimozione delle norme coloniali è molto più di un aggiornamento tecnico: è un atto di decolonizzazione giuridica. Significa dire, come Paese: questo non ci appartiene più.

Le associazioni locali, in particolare LEGABIBO, hanno definito la riforma “un passo fondamentale per la dignità delle persone LGBT+”, ricordando che la criminalizzazione — anche se non più applicabile — alimentava violenze, ricatti e discriminazioni.

Il Botswana si conferma così uno degli Stati africani più avanzati in materia di diritti LGBT+:

  • 2010: divieto di discriminazione sul lavoro per orientamento sessuale

  • 2017: possibilità di cambiare genere sui documenti

  • 2019–2021: sentenze che dichiarano incostituzionali le norme anti‑omosessualità

  • 2026: abrogazione formale delle leggi coloniali dal Codice Penale

Un percorso coerente, coraggioso, profondamente politico.

Un messaggio al continente e al mondo

In un’Africa dove molti governi mantengono o irrigidiscono le leggi anti‑LGBT+ di origine coloniale, il Botswana sceglie un’altra strada: quella della dignità, della memoria, della liberazione.

È un messaggio chiaro: le persone LGBT+ non sono un crimine. Non sono un errore. Non sono un’invenzione occidentale. Sono parte viva delle società africane, da sempre.

E oggi il Botswana lo afferma con la forza della legge.

— vanessa mazza TLGBQI+

Fonti: - High Court of Botswana, decisione del 11 giugno 2019 sulla decriminalizzazione dell’omosessualità. - Court of Appeal of Botswana, conferma della sentenza, novembre 2021. - Comunicati ufficiali del Governo del Botswana e del Ministero della Giustizia sulla riforma del Codice Penale, marzo 2026. - Dichiarazioni pubbliche di LEGABIBO (Lesbians, Gays & Bisexuals of Botswana) sulla rimozione delle sezioni 164(a) e 164(c).