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Incisione simbolica ispirata alle arti rupestri africane: una memoria immaginata che restituisce verità negate e riporta alla luce ciò che la colonizzazione ha provato a cancellare. |
L’idea che l’omosessualità sia “non africana” è una delle più grandi falsificazioni prodotte dalla colonizzazione europea. Non nasce dalla storia del continente, ma dai codici morali e penali importati da potenze cristiano‑vittoriane che, tra XIX e XX secolo, imposero nuove categorie di peccato, devianza e punizione. Prima dell’arrivo dei colonizzatori, l’Africa era attraversata da una pluralità di ruoli di genere, relazioni affettive e pratiche sessuali che oggi definiremmo queer. Non erano identiche alle categorie occidentali contemporanee, ma esistevano, erano riconosciute e spesso integrate nella vita sociale, spirituale e politica delle comunità.
Ricostruire questa storia non è un esercizio accademico: è un atto di restituzione. È un modo per spezzare la narrativa coloniale che ancora oggi alimenta discriminazione, violenza e leggi disumane in molti Paesi africani.
Identità e ruoli queer nelle società africane pre‑coloniali
Il Buganda e il re Mwanga II
Nel regno del Buganda (attuale Uganda), il re Mwanga II (fine XIX secolo) aveva relazioni con uomini della sua corte. Non era considerato un tabù: era parte della vita di palazzo. Saranno i missionari europei a trasformare queste pratiche in “peccato” e “crimine”, introducendo leggi punitive che ancora oggi sopravvivono nei codici ugandesi.
Il Buganda e il re Mwanga II
Nel regno del Buganda (attuale Uganda), il re Mwanga II (fine XIX secolo) aveva relazioni con uomini della sua corte. Non era considerato un tabù: era parte della vita di palazzo. Saranno i missionari europei a trasformare queste pratiche in “peccato” e “crimine”, introducendo leggi punitive che ancora oggi sopravvivono nei codici ugandesi.
Le donne Igbo e i matrimoni tra donne
Nelle società Igbo (Nigeria), esisteva la figura della female husband: una donna che sposava un’altra donna per ragioni economiche, familiari o affettive. Non era percepito come un “matrimonio queer” nel senso moderno, ma dimostra che le relazioni tra donne erano socialmente riconosciute e strutturate.
I yan daudu dell’area Hausa
Nell’Africa occidentale islamizzata, in particolare tra gli Hausa, i yan daudu erano uomini effeminati che partecipavano a rituali, danze e attività comunitarie. Erano figure note, integrate e spesso rispettate. Saranno i coloniali britannici a criminalizzare la loro esistenza.
I sangoma dell’Africa australe
Tra gli Zulu e altre popolazioni dell’Africa australe, alcuni guaritori spirituali (sangoma) erano persone che oggi definiremmo queer o gender‑nonconforming. La loro identità era considerata un segno di chiamata spirituale, non una devianza.
Differenze di genere e sistemi non binari
Molte società africane non erano organizzate secondo il binarismo rigido maschio/femmina imposto dall’Europa cristiana.
In alcune culture, il genere era definito dal ruolo sociale, non dai genitali.
In altre, esistevano categorie intermedie o fluide.
In molte comunità, la spiritualità riconosceva identità “doppie”, “miste” o “trasformative”.
Il colonialismo ha cancellato questa complessità imponendo un modello binario, patriarcale e moralista che non apparteneva al continente.
La colonizzazione dell’intimità: come l’Europa ha imposto l’omofobia
Le leggi anti‑omosessuali oggi presenti in molti Paesi africani non sono “tradizionali”: sono copie quasi letterali dei codici penali britannici, francesi, portoghesi e belgi del XIX secolo.
L’articolo 162 del codice penale ugandese deriva dal Offences Against the Person Act britannico del 1861.
Le leggi nigeriane contro le “relazioni innaturali” sono eredità dirette dell’amministrazione coloniale.
In Kenya, Zambia, Malawi e Tanzania, le norme anti‑sodomia sono ancora quelle introdotte dai governatori britannici.
L’omofobia non è un’eredità africana: è un’eredità coloniale.
La tragedia contemporanea: religioni importate e politici criminali
Oggi, in molte regioni del continente, la violenza contro le persone LGBTQIA+ è alimentata da due forze principali:
Religioni importate che predicano odio.
Missionari evangelici statunitensi, gruppi fondamentalisti europei e chiese pentecostali estremiste diffondono una teologia dell’odio che non ha radici nelle spiritualità africane tradizionali. Predicano la paura, la colpa, la punizione. E trovano terreno fertile dove la povertà e la disuguaglianza creano bisogno di capri espiatori.
Missionari evangelici statunitensi, gruppi fondamentalisti europei e chiese pentecostali estremiste diffondono una teologia dell’odio che non ha radici nelle spiritualità africane tradizionali. Predicano la paura, la colpa, la punizione. E trovano terreno fertile dove la povertà e la disuguaglianza creano bisogno di capri espiatori.
Politici che usano la discriminazione come arma
In Uganda, Ghana, Nigeria e altri Paesi, leader autoritari sfruttano l’omofobia per:
distogliere l’attenzione da corruzione e crisi economiche
consolidare potere e consenso
creare un nemico interno da perseguitare
Le leggi anti‑LGBTQIA+ non proteggono nessuno: servono solo a controllare, intimidire e uccidere.
Restituire la storia, restituire dignità
Raccontare la storia queer africana significa rompere un incantesimo coloniale. Significa dire, con lucidità e fermezza, che l’Africa non è mai stata il continente dell’odio: è stata resa tale da poteri esterni e da élite interne che hanno scelto la violenza come strumento politico.
La verità è semplice e luminosa:
L’omosessualità è africana.
La diversità è africana.
La pluralità è africana.
A non essere africane sono le leggi che uccidono, le religioni che incitano all’odio, i governi che trasformano la vita delle persone queer in un campo di caccia.
Restituire questa storia significa restituire dignità. E ogni parola che scriviamo, ogni gesto che compiamo, è un atto di memoria e di resistenza.
Luce — vanessa mazza TLGBQI+ Firmo Luce perché la verità non ha bisogno di rumore: ha bisogno di chiarezza.
A non essere africane sono le leggi che uccidono, le religioni che incitano all’odio, i governi che trasformano la vita delle persone queer in un campo di caccia.
Restituire questa storia significa restituire dignità. E ogni parola che scriviamo, ogni gesto che compiamo, è un atto di memoria e di resistenza.
Luce — vanessa mazza TLGBQI+ Firmo Luce perché la verità non ha bisogno di rumore: ha bisogno di chiarezza.






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