venerdì 26 luglio 2019

Il cervello dei bambini trans assomiglia alla loro identità di genere, non al sesso biologico



Un nuovo studio condotto da un neurologo belga ha scoperto che l'attività cerebrale nelle persone transgender assomiglia a quella riscontrata nelle persone (cis, cisgender ) che fa riferimento agli individui che sentono di appartenere al genere biologico che hanno ricevuto alla nascita. Si tratta, dunque, di persone che si identificano e si sentono a proprio agio – a livello di sentimenti e di identità sessuale - con il proprio sesso biologico. Il termine è stato coniato dalla biologa Dana Leland nel 1994.

Julie Bakker dell'Università di Liegi ha guidato la ricerca di 
risonanza magnetica, che ha coinvolto 160  bambini e  adolescente transgender con diagnosi di disforia di genere. Le scansioni hanno anche misurato le microstrutture cerebrali usando una tecnica chiamata tensore di diffusione.

I loro risultati sono stati confrontati con quelli di età comparabile a cui non è stata diagnosticata la disforia di genere.


Lo studio ha scoperto che l'attività cerebrale nei ragazzi transgender assomiglia a quella dei ragazzi cisgender e che quella delle ragazze transgender è simile a quella delle ragazze cis.

I ricercatori hanno affermato che la tecnica potrebbe essere utilizzata per aiutare i bambini transgender più piccoli.

"Sebbene siano necessarie ulteriori ricerche, ora abbiamo prove che la differenziazione sessuale del cervello differisce nei giovani con disforia di genere, in quanto mostra caratteristiche cerebrali funzionali tipiche del loro genere desiderato", ha affermato Bakker.


"Adesso saremo meglio attrezzati per aiutare questi giovani, invece di mandarli da uno psichiatra sperando che il loro dolore scompaia spontaneamente."

I risultati dello studio, presentati alla riunione della Società europea di endocrinologia, seguono precedenti studi neurologici che hanno dimostrato che gli adulti trans hanno strutture cerebrali simili a quelle delle persone cis del loro genere.

Le informazioni provengono dalla nazione LGBTQ .

Addio a Didem Akay, uccisasi a Istanbul il 22 luglio.


In memoria di Didem Akay
Didem Akay e Hande Kader

(di Cristina Leo)

Mi chiamavo Didem Akay ed ero una ragazza trans.
Alcuni di voi, forse, si ricordano di me, perché la mia foto insieme alla mia amica Hande Kader divenne virale nel 2015, durante il Pride di Istanbul, quando la polizia ci disperse con dei potenti idranti.

Eravamo bagnate ed in lacrime.
Come ricorderete, Hande fu sequestrata, stuprata, uccisa e fatta a pezzi il 12 agosto 2016.

Da quel giorno, anche la mia vita si è interrotta.
Sono rimasta sola, in preda allo sconforto, alla consapevolezza che qui, in Turchia, la vita di una persona trans vale meno di niente.

La Turchia è il Paese europeo con il maggio numero di transfemminicidi.
Abbiamo difficoltà ad accedere ai servizi sanitari, siamo precluse da ogni possibilità di accedere al mondo del lavoro, lo stigma che viviamo quotidianamente ci fa vivere ai margini delle città, delle quali siamo reiette ed emarginate. 

È una non-vita quella che le istituzioni turche ci costringono a "vivere", costrette a prostituirci nelle case o nelle strade di periferia, facendo l'amore con la morte tutte le notti. 

Questa precaria esistenza per me, non ha più senso. È certo che avrei voluto fare altro.

Ma non sono più disposta a sopravvivere così, con la paura costante di non farcela, svendendo pezzi del mio corpo e della mia anima in cambio di pochi denari e tanto disprezzo. 

Eh si, perché spesso il nostro miglior cliente può diventare il nostro peggior carnefice, che decide di ucciderci. 

Ho deciso di non dare a nessuno questo privilegio. Nessuno potrà decidere della mia non-vita, se non io.
Non darò a nessuno l'onore di uccidermi.
Continuate ad ignorarci, come avete sempre fatto.
Un calcio alla sedia ed il collo mi si spezzera', rimarrò senza fiato e sarà già tutto un lontano ricordo, di questa vita fatta di umiliazioni e di sopraffazioni.

Ci siamo quasi, sto arrivando Hande, fra pochi minuti sarò da te.
Prepara l'abbraccio più forte che hai.
«Sono la ragazza che ha tagliato l’aria quando il suo chiodo si è rotto, pensaci!».


http://www.gaynews.it/…/addio-a-didem-akay-uccisasi-a-ista…/

venerdì 28 giugno 2019

Su Netflix "Democracia Em Vertigem " documentario politico, della regista Petra Costa.


Su Netflix "Democracia Em Vertigem " documentario politico, della regista Petra Costa. Un allarme in tempi di democrazia in crisi. Un documentario per la riflessione sulla democrazia brasiliana, consiglio a tutti...Ho visto due volte, mi sono commossa tantissimo finendo per piangere!!😧

 Congratulazioni @PetraCosta il tuo documentario è una lezione di storia. #lulalivre #democraciaemvertigem #netflix

giovedì 2 maggio 2019

Processo a Rolandina. La storia vera di una transgender condannata al rogo nella Venezia del XIV secolo

Per essere in tutto e per tutto una donna le mancava solo una cosa; ma ogni altro aspetto del suo corpo – dal seno alla dolcezza delle fattezze, dalla corporatura alla voce – evocava nella sua persona una femminilità prorompente, al punto che ogni uomo che andò a letto con lei non si accorse che in realtà Rolandina Roncaglia era nata uomo: la prima transgender conosciuta della storia moderna, la cui esistenza sia certificata da un documento, nel suo caso un dispositivo di sentenza.

Perché quando fu scoperta non finì bene: il Trecento, secolo in cui visse e in cui morì sul rogo, non era fatto per una transgender; oltre a questo, la grande pestilenza del 1348 (e tutte quelle successive) fu in gran parte attribuita ai peccati che si commettevano nelle città, fra i quali quello della cosiddetta sodomia (che era ugualmente vietata in ogni forma di rapporto, anche in quelli eterosessuali). Eppure Rolandino, quando ancora si vestiva da uomo, tentò in ogni modo di condurre una esistenza “normale”: nata a Roncaglia, nel padovano (come spesso avveniva all'epoca, si adottò la località natale come cognome), sposò una giovane del suo paese con la quale però – per sua stessa ammissione, ricavata dalla sentenza dei “Signori di Notte al Criminal” conservata nell'Archivio di Stato di Venezia – non riuscì mai ad avere alcun rapporto, al punto che sua moglie lo lasciò presto, prima di morire proprio durante la pestilenza del 1348.

Fu allora che si spostò a Padova, forse per evitare le maldicenze del paese, per stabilirsi a casa di un suo parente; ma anche qui, pur vestendosi da uomo, non potè certo trattenere i gesti, le movenze, le espressioni che ne tradivano l'intima natura femminile, al punto che molti iniziarono a scambiarla per una donna che indossasse abiti maschili. La svolta arrivò nel corso di una notte: un uomo, ospite in casa, le entrò di soppiatto nel letto “credendo che lui fosse femmina” (come si legge dalle motivazioni della sentenza) ed ebbe un rapporto con lei senza accorgersi di nulla.

Per Rolandina fu una rivelazione e una liberazione: decisa, da allora in poi, ad assumere su di sé il ruolo della donna “e volendo essere ritenuto femmina” – ovvero ciò che più profondamente sentiva di essere – dopo poco tempo (e la sperimentazione di altri rapporti con uomini inconsapevoli della sua natura) si trasferì a Venezia e iniziò a vestirsi con abiti femminili. Da quel momento fu per tutti Rolandina: di giorno girava per Rialto con le sue ceste vendendo uova e talvolta di notte – non guadagnando abbastanza (alla domanda dei Signori di Notte sul perché si prostituisse rispose con grande semplicità “per guadagnare un poco di denaro”) – percorreva le stesse calli concedendo il suo corpo così come facevano decine di altre prostitute in quella zona.

Le frequentava, anzi; e nessuna mai si accorse che quella ragazza delicata e pudica che si prostituiva pur senza essere esattamente una di loro fosse in realtà un uomo: quando stava con loro Rolandina ebbe sempre l'accortezza di tenere una fascia al pube, per non rivelare la sua doppia natura, lavandosi con loro alla “stua”, uno dei tanti bagni pubblici della zona di Rialto, o condividendone addirittura il letto.

Ma era un gioco pericoloso che durò fin troppo a lungo: quasi sette anni. Dopodiché Rolandina fu scoperta; e sebbene la Serenissima sia stata nella storia abbastanza tollerante in fatto di sesso, la sodomia – specialmente quella legata all'omosessualità – si pagava con il rogo, e il “grave peccato” di cui si era macchiata la Roncaglia (che tornò ad essere “Rolandino” nel corso dell'istruttoria, tenutasi il 20 marzo 1354, nel corso della quale fu anche issata con le mani legate dietro le spalle) era di quelli da mondare con il fuoco.

Il 28 marzo 1354, vestita da uomo, la prima transgender conosciuta alla moderna storia d'Europa (raccontata anche in un libro di Marco Salvador, “Processo a Rolandina”) fu portata al cospetto del doge Andrea Dandolo, di fronte al quale ratificò la sua confessione. Lo stesso giorno, su ordine dei giudici Giovanni Nicolò Rosso e Daniele Cornaro fu condannata “a essere bruciato in modo che muoia”.




Marco Salvador è uno studioso del Medioevo e ha all’attivo molti romanzi ambientati in quel periodo storico. Questa volta la sua impresa è impegnativa. Raccontare la storia – realmente accaduta – di Rolandina (probabilmente il primo transgender o ermafrodita veneziano) è una narrazione impegnativa perché tocca, e Salvador lo sa bene, temi che hanno attraversato i secoli per essere ancora attuali anche nella nostra società. Rolandina è vista come il coacervo di tutti i mali. Un essere impuro, un sodomita che va messo al rogo e bruciato, per far sì che la città sia salva dalla peste, che i veneziani siano al sicuro dalle malattie e dalla conseguente povertà. Quello che emerge dalla ricostruzione storica che Salvador propone (tutti gli scambi epistolari dei nobili veneziani a cui spettava il compito di giudicare Rolandina) è una umanità completamente terrorizzata dalla diversità. E solo un uomo, Marco Giustinian, tenterà invano di salvare dal rogo il giovane transgender: ma mettersi contro la morale comune è qualcosa che, da soli, diventa una impresa titanica. Dal Medioevo all’oggi il passo è breve: i diritti dei gay e dei transgender sono sempre in bilico in una società che “accetta” ma che spesso non accoglie, che guarda ancora con sospetto tutti i diversi, che fa prima a ergere barriere che a costruire ponti tra mondi e culture diverse. Il romanzo di Salvador ci lascia l’amaro in bocca e la possibilità di riflettere su ciò che è stato e ciò che è e, cosa ancora più importante, ciò che vogliamo che la nostra società diventi. Probabilmente lo stile è un po’ troppo impegnativo e la forma epistolare non facilita la lettura scorrevole: eppure ne vale la pena. Vale sempre la pena di conoscere il passato per non commettere nuovi errori e orrori.

mercoledì 24 aprile 2019

Migranti, Cassazione: “Accogliere gay senza tutele nei loro Paesi”

È quanto ha sottolineato la Suprema Corte, accogliendo il ricorso di un cittadino omosessuale della Costa d’Avorio, minacciato dai suoi parenti, a cui non era stato concesso il diritto di restare in Italia

Prima di negare lo status di rifugiati ai migranti che dichiarano di essere omosessuali e di rischiare la vita se rimpatriati a causa del loro orientamento sessuale, si deve accertare se nei Paesi d'origine non solo non ci siano leggi discriminatorie e omofobe ma bisogna anche verificare che le autorità del luogo assicurino "adeguata tutela" ai gay, ad esempio se colpiti da "persecuzioni" di tipo familiare. Lo ha sottolineato la Cassazione, che ha accolto il ricorso di un cittadino omosessuale della Costa d'Avorio, minacciato dai suoi parenti.
Negato il diritto di rimanere in Italia

Al protagonista di questa vicenda giudiziaria, Bakayoko Aboubakar S., arrivata fino alla Suprema Corte, la Commissione territoriale di Crotone non aveva concesso il diritto di rimanere in Italia sottolineando che "in Costa d'Avorio al contrario di altri stati africani, l'omosessualità non è considerata un reato, né lo Stato presenta una condizione di conflitto armato o violenza diffusa". Per gli 'ermellini' questo non basta: serve accertare l'adeguata protezione statale per minacce provenienti da soggetti privati.
Minacciato dai parenti

Bakayoko Aboubakar S. aveva raccontato che era di religione musulmana, coniugato con due figli, e diventato oggetto "di disprezzo e accuse da parte di sua moglie e di suo padre" che era imam del villaggio, "dopo aver intrattenuto una relazione omosessuale". Aveva deciso di fuggire quando il suo partner era stato "ucciso in circostanze non note, a suo dire a opera di suo padre", l'imam. Secondo la Cassazione "non è conforme a diritto" - quanto deciso oltre che dalla Commissione prefettizia anche dal Tribunale di Catanzaro nel 2014, e dalla Corte di Appello di Catanzaro nel 2016 - aver negato la protezione a Bakayoko senza accertare se nel suo Paese sarebbe difeso dalle minacce dei parenti.
Ordinato l'appello bis

Il caso adesso si riapre e sarà riesaminato da altri giudici nell'appello bis ordinato dagli ‘ermellini’. Nel verdetto, i supremi giudici scrivono che pur in mancanza di "riserve sulla credibilità" del profugo ivoriano - non messa in discussione nelle fasi di merito - "non risulta che sia stata considerata la sua specifica situazione" e siano stati "adeguatamente valutati" i rischi "effettivi" per la sua incolumità "in caso di rientro nel paese di origine, a causa dell'atteggiamento persecutorio nei suoi confronti, senza la presenza di una adeguata tutela da parte dell'autorità statale". "A tal uopo - prosegue la Cassazione - non appare sufficiente l'accertamento che nello stato di provenienza, la Costa d'Avorio, l'omosessualità non è considerata alla stregua di reato, dovendosi accertare in tale paese la sussistenza di adeguata protezione da parte dello Stato, a fronte delle gravissime minacce provenienti da soggetti privati".

Ankara: revocato il divieto per gli eventi lgbt.


Nessun divieto per le manifestazioni pro-lgbt nella capitale turca, Ankara.

Il tribunale locale ha accolto l’appello del gruppo lgbti+ turco “Kaos GL” contro il ban posto dal Governo di Ankara del novembre 2017, che aveva disposto il diniego di ogni attività propagandistica lgbt nel territorio della capitale per questioni di “moralità pubblica” e “sensibilità sociale“. A seguito del primo appello, andato a vuoto, dello scorso novembre, l’Associazione ha chiesto di essere riaccolta in udienza per addurre nuove argomentazioni, che sono state accettate.

Il tribunale, nello specifico, ha dichiarato che “deve essere assicurato un livello maggiore di sicurezza” anziché porre il ban su libere manifestazioni, che non possono essere vietate “neanche in stato di emergenza“: “Invece di negare i diritti e le libertà fondamentali per proteggere la pace sociale, hanno affermato che il gruppo vulnerabile a qualsiasi attacco dovrebbe essere protetto. Si può dire che la Corte abbia stabilito che lo Stato deve proteggere i diritti e le libertà fondamentali di LGBTI +” ha commentato l’avvocato di Kaos GL Hayriye Kara in una dichiarazione.

Grande soddisfazione da parte di Amnesty International, che ha così accolto la notizia da Ankara attraverso il suo portavoce Fotis Filippou, direttore delle campagne per l’Europa ad Amnesty International: “Questa è una giornata importante per le persone LGBTI in Turchia e un’enorme vittoria per gli attivisti per i diritti LGBTI. L’amore ha vinto ancora una volta.” e apre le porte ad un nuovo, storico Pride che, dopo i ban governativi di Istanbul degli ultimi due anni, potrebbe tornare a svolgersi nella capitale turca: “Le persone LGBTI e i loro alleati sono stati scandalosamente e illegittimamente banditi dal tenere eventi LGBTI da novembre 2017. Con la stagione dell’orgoglio che si avvicina il mese prossimo, celebriamo questa significativa sentenza della corte”.

Istanbul Pride 2018
Per quattro anni le autorità cittadine, fortemente influenzate da Erdogan, hanno vietato espressamente che nella città del Bosforo si tenesse il consueto + , per non meglio precisate “ragioni di sicurezza“. Una marcia storica per il mondo musulmano, che per dieci anni è stata un punto di riferimento importantissimo per la comunità lgbt turca (registrando una partecipazione altissima che in alcune edizioni ha sfiorato le 100.000 persone) e nel 2012 ha visto, tra i partecipanti, anche i manifestanti di Gezi Park. Circostanze che hanno preoccupato il regime repressivo di Erdogan: mentre nel 2015 la polizia ha utilizzatocannoni ad acqua per disperdere i manifestanti, dal 2016 il Pride ha subito l’interdizione governativa.

Nonostante questo, il primo luglio dello scorso anno un migliaio di manifestanti hanno occupato alcune vie del centro sfidando la polizia in assetto anti sommossa. Gli arrestati, circa trenta, sono stati rilasciati dopo poche ore

Sarà giunto finalmente il momento per gli amici turchi di tornare a sfilare con le loro bandiere arcobaleno? Ce lo auspichiamo per loro.

fonte: PinkNews, Kaos GL

https://www.gaystarnews.com/article/turkish-court-lifts-ban-on-pride-events-in-ankara/#gs.7i06re

venerdì 19 aprile 2019

Dia do Indio per alcuni. Día del Aborigen Americano per altri. Ricorre, oggi, la Giornata Nazionale dell’Indio.


Ogni anno la giornata del 19 di Aprile è dedicata agli Indios, il popolo che abitava il Brasile prima che i Portoghesi sbarcassero nel 1500.

Commemorazione voluta nel 1943 dall’allora presidente Getulio Vargas, e da allora il 19 Aprile in tutto il Brasile si festeggia il “Dia do Índio”, la giornata dell’Indio, giorno in cui alcune delegazioni indigene decisero di partecipare al Primo Congresso Indigeno Latino Interamericano, avvenuto in Messico nel 1940. Tuttavia gli Indios , non si presentarono durante il primo giorno della manifestazione essendo stati per secoli perseguitati, aggrediti e decimati dall’ “uomo bianco “. Tuttavia dopo riunioni e riflessioni alcuni leader indigeni decisero di partecipare al Congresso, era il 19 di Aprile che fu pertanto scelta come data nel continente americano, per commemorare il Dia do Índio.



Secondo Survival International, il nuovo presidente del Brasile Jair Bolsonaro ha inaugurato la sua Presidenza nel peggiore modo possibile per i popoli indigeni: «La decisione di togliere al Funai (Fundação Nacional do Índio) la responsabilità di demarcare le terre indigene per affidarla al ministero dell’agricoltura è praticamente una dichiarazione di guerra ai primi popoli del paese. Tereza Cristina, il nuovo ministro dell’agricoltura, si oppone da tempo ai diritti territoriali indigeni ed è a favore dell’espansione dell’agricoltura all’interno dei loro territori. E’ un assalto ai diritti, alle vite e ai mezzi di sussistenza dei popoli indigeni del Brasile: se le loro terre non saranno protette, rischiano il genocidio. E intere tribù incontattate potrebbero essere spazzate via».

Per Survival, «Questo attacco ai primi popoli del paese è anche un attacco al cuore e all’anima stessa della nazione. Il furto dei territori indigeni getta infatti le basi per la catastrofe ambientale. I popoli indigeni sono i migliori conservazionisti e custodi del mondo naturale: le prove dimostrano che sanno prendersi cura dei loro ambienti e della fauna meglio di chiunque altro».



Ma gli indios annunciano resistenza e l’Articulação dos Povos Indígenas do Brasil (Apib) sottolinea: «Per coloro che avevano dubbi sugli interessi che Bolsonaro rappresenta, già nel suo primo giorno di governo, ha chiarito il suo impegno per ciò che sta dietro a tutto in Brasile. A cominciare dalla Medida Provisória número 870 del 1° gennaio 2019, ha riconosciuto il suo debito verso la Bancada Ruralista e ha trasferito sotto la responsabilità del ministero dell’agro-business l’identificazione, la delimitazione, la demarcazione e la registrazione delle terre indigene, che storicamente erano attribuzioni del Funai, data la sua missione di proteggere e promuovere i diritti delle popolazioni indigene».


Secondo la federazione dei popoli indigeni, «Bolsonaro e i colonnelli della Banccada Ruralista sanno che per mettere più terra sul mercato, dovranno rendere impossibile delimitare terre indigene, quilombolas, gli insediamenti della riforma agraria e le unidades de conservação. Ma sanno anche che il mondo tende a un nuovo modo di produrre e consumare e non esiteranno a denunciare questo governo e l’agri-business ai quattro angoli del mondo, denunciando e chiedendo l’adozione e il rispetto delle salvaguardie sociali e ambientali necessari al fedele adempimento dei nostri diritti costituzionali. Siamo preparati, non ci ritireremo, non rinunceremo ai diritti conquistati, per non parlare dei nostri territori, per onorare l’accordo tra Bolsonaro ei suoi colonnelli».

L’Apib – alla quale aderiscono alla quale aderiscono Articulação dos Povos e Organizações Indígenas do Nordeste, Minas Gerais e Espírito Santo (Apoinme, 64 popoli indigeni), Articulação dos Povos Indígenas do Sudeste (Arpin Sudeste), Articulação dos Povos Indígenas do Sul (Arpinsul), Comissão Guarani Yvyrupa, Conselho do Povo Terena, Grande Assembléia do Povo Guarani (Aty Guasu), Coordenação das Organizações Indígenas da Amazônia Brasileira (Coiab – sottolinea: «Noi indigeni rispettiamo i nostri antenati e ci impegniamo a favore delle generazioni future, siamo pronti a difendere i nostri modi di vita, la nostra identità e i nostri territori con le nostre vite e invitiamo la società brasiliana a unirsi alla nostra lotta in difesa di un paese più giusto, solidale e del nostro diritto di esistere. Per questo l’ Articulação dos Povos Indígenas do Brasil- APIB Associazione dei popoli indigeni del Brasile-Apib raccomanda che ogni Stato, organizzi l’avvio di una azioni popolare, chiedendo legalmente l’annullamento degli atti del presidente Jair Bolsonaro Messias, che distruggono praticamente tutta la politica indigena brasiliana. Demarcação Já!!!!»,



E l’Apib è passata dagli appelli ai fatti: ha presentato una denuncia per chiedere la sospensione degli atti approvati da Bolsonaro per violazione della Costituzione, delle leggi.

Anche gli indios Aruak, Baniwa e Apurinã annuncianmi resistenza contro il neofascista Bolsonaro: «Non vogliamo essere spazzati via dalle azioni di questo governo. Le nostre terre giocano un ruolo fondamentale nel preservare la biodiversità”.“Siamo persone, esseri umani, il nostro sangue è come il suo Signor Presidente; nasciamo, cresciamo… e poi moriamo nelle nostre terre sacre, come ogni persona sulla Terra. Siamo pronti al dialogo, ma siamo anche pronti a difenderci».

il direttore generale di Survival, Stephen Corry, promette l’appoggio della sua ONG: «Survival International è da 50 anni al fianco dei popoli indigeni del Brasile , per la loro sopravvivenza, per la protezione dei territori a più alta biodiversità del Paese, per la salute del nostro pianeta e per tutta l’umanità” ha dichiarato. Continueremo a lavorare instancabilmente perché i loro diritti e le loro terre siano pienamente rispettati e difesi».




Guarani e Kaiowá lançam campanha contra revisão de demarcações



Stemmi dell'orgoglio LGBT!












Fonte:centrumlumina

Libri a tema LGBT: 10 consigli di lettura


In onore del mese dell'orgoglio LGBTQ, ecco 10 libri di sulle esperienze LGBT contemporanee, pubblicate quest'anno. Se non hai ancora avuto la possibilità di conoscere, ora è un bel momento!


One Man Guy by Michael Barakiva (Farrar Straus and Giroux)
Great by Sara Benincasa (HarperTeen)
My Best Friend, Maybe by Caela Carter(Bloomsbury)
Beyond Magenta: Transgender Teens Speak Out by Susan Kuklin (Candlewick)
Everything Leads to You by Nina LaCour (Dutton)
Frenemy of the People by Nora Olsen (Bold Strokes Books)
Lies My Girlfriend Told Me by Julie Anne Peters (Little, Brown)
Far From You by Tess Sharpe (Disney-Hyperion)
Grasshopper Jungle by Andrew Smith (Dutton)
The Summer I Wasn’t Me by Jessica Verdi (Sourcebooks Fire)

giovedì 18 aprile 2019

Brunei, la comunità LGBT fugge dal Paese


Pochi giorni fa, un uomo 40enne ha raccontato a Vanity Fair la sua fuga dal Brunei e l’odio da parte della sua famiglia nei suoi confronti per la sua omosessualità. Lui sembra sia stato il primo a scappare. Ma l’intera comunità LGBT sta cercando di fuggire dal Paese, per non essere arrestata, incarcerata e rischiare di essere condannata a morte per lapidazione. Una nuova storia è quella di Zoella Zayce, una ragazza transgender di 19 anni, fuggita dal Brunei lo scorso anno per Vancouver.

In Canada, proprio come il suo conterraneo, ha fatto domanda per lo status di rifugiato, che dovrebbe essere accolta, visto che rischia la morte. Al momento vive a Vancouver, in un seminterrato. La risposta alla sua domanda di asilo non dovrebbe tardare ancora molto ad arrivare, essendo passati circa 4 mesi dalla sua presentazione. Oltre che per le leggi omofobe ispirate alla sharia, Zoella è fuggita anche dalla sua famiglia, che non avrebbe mai accettato la sua transessualità. Della quale è ancora ignara.
L’odio della famiglia e delle istituzioni in Brunei


Zoella non ha detto a nessuno di essere una ragazza transgender. Nemmeno alla sua famiglia, conservatrice. La sua identità di genere è un segreto per tutti, ma i familiari pensavano fosse omosessuale. Per questo motivo, a 11 anni, l’hanno portata da un esorcista, che l’avrebbe “liberata” dalla sua condizione. Naturalmente, invece che guarire, Zoella è rimasta traumatizzata, data anche l’età che aveva al momento dell’esorcismo.


La ragazza ha spiegato che ha scelto il Canada perché è uno Stato molto aperto, dove ognuno può vivere la sua vita liberamente, indipendentemente dal suo orientamento sessuale. Inoltre, il Canada è molto distate dal Brunei, quindi è anche difficile che la sua famiglia riesca a raggiungerla e rintracciarla, riportandola a casa. Nonostante l’attacco alla comunità LGBT, Zoella spera un giorno di fare ritorno nel suo paese di origine, poiché si sente molto legata alle sue tradizioni. Al momento, però, tornare significa rischiare la vita. Quindi, attende la decisione del Canada, e nel frattempo lavoro full time per dimostrare la sua volontà di iniziare una nuova vita lì.


Lapidazione a morte per l'adulterio e i rapporti omosessuali fra uomini, in osservanza al codice islamico della sharia, la legge coranica. Sono queste le controverse misure entrate in vigore nel piccolo, ricchissimo sultanato del Brunei, nel Sud-est asiatico. La notizia nei giorni scorsi aveva suscitato condanne da tutto il mondo. Choccata la comunità gay del piccolo stato nel nord dell'isola di Borneo che ha parlato di ritorno al “Medioevo”. Nei giorni scorsi è stata anche lanciata una campagna di boicottaggio dall'dall'attore George Clooneycontro gli alberghi di lusso posseduti in varie parti del mondo dal sultano del Brunei.
SVOLTA INTEGRALISTA - L'omosessualità era già un reato in Brunei, punibile con pene fino a dieci anni di carcere. Le nuove misure fanno parte di un processo avviato nel 2014 per una progressiva introduzione della sharia nel piccolo paese asiatico, dove i due terzi dei 420mila abitanti sono di religione musulmana. Il nuovo codice si applica a tutti i musulmani che abbiano raggiunto la pubertà, anche se alcune misure coinvolgono anche i non musulmani. Reati come lo stupro, l'adulterio, la sodomia, la blasfemia e la rapina avranno ora come massima pena la condanna a morte. I rapporti lesbici verranno invece puniti con un massimo di 40 frustate e dieci anni di carcere. Per il furto è prevista l'amputazione degli arti. In Brunei la pena di morte non è mai stata abolita, ma l'ultima esecuzione risale al 1957.

L'UNIONE EUROPEA - “Alcune delle pene previste nel codice penale” in Brunei “equivalgono a torture, atti di trattamento crudele, inumano o degradante che sono vietati dalla Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti che è stata firmata dal Brunei-Darussalam nel 2015”. A sostenerlo è il portavoce del servizio di azione esterna dell'Ue (Eeas) dopo l'entrata in vigore delle nuove misure previste dalla sharia. “È fondamentale che il governo del Brunei garantisca che l'attuazione del codice penale non violi i diritti umani e che sia pienamente coerente con tutti gli impegni e gli obblighi internazionali e regionali in materia di diritti umani intrapresi” dal sultanato. “L'Unione europea si aspetta anche che il Brunei mantenga la sua moratoria di fatto sull'uso della pena di morte”, conclude il portavoce.

NON SOLO IL BRUNEI - Secondo l'associazione Nessuno Tocchi Caino la criminalizzazione per atti sessuali tra persone dello stesso sesso è portata alle estreme conseguenze della pena capitale in almeno 12 Paesi membri dell'Onu, tutti a maggioranza musulmana, dove è prevista dalla legge ordinaria o applicata in base alla legge della sharia, che in alcuni casi funge da codice penale: Afghanistan, Arabia Saudita, Brunei Darussalam, Iran, Iraq, Mauritania, Nigeria, Pakistan, Qatar, Somalia, Sudan e Yemen. Negli Emirati Arabi Uniti, avvocati e altri esperti non concordano sul fatto se la legge federale preveda la pena di morte per il sesso consensuale tra omosessuali o solo per stupro.

PENA DI MORTE PER LAPIDAZIONE - Nel mondo in altri sei Paesi essere omosessuale può costare la vita, con la pena di morte per lapidazione. La pena capitale con questa modalità è in vigore in sei nazioni, tutti Stati membri delle Nazioni Unite. Tre si trovano in Asia (Iran, Arabia Saudita e Yemen) e altre tre in Africa (Nigeria, Sudan e Somalia) dove la lapidazione è prevista per legge e viene effettivamente praticata. La lapidazione è una opzione possibile per legge anche in Mauritania, Emirati Arabi, Qatar, Afghanistan e Pakistan, ma di recente non è stata messa in atto

Gli Usa di Trump sempre più transfobici: divieto alle persone transgender di servire in marina


Da ieri è entrato ufficialmente in vigore il ban per le persone transgender nelle forze militari statunitensi, una divieto voluto da Donald Trump nel luglio del 2017 e che ha fatto discutere tutto il mondo, in particolare le associazioni LGBT e la comunità scientifica, ancora una volta contrariata dalle politiche scellerate del Presidente.

A rischiare il posto di lavoro sono circa 13.700 militari transgender degli Stati Uniti, secondo i numeri del Palm Center, che sarebbero licenziati qualora emergesse il bisogno cure mediche correlate alla transizione di genere per alleviare i sintomi. Inoltre, le persone con disforia di genere non saranno più idonee ad intraprendere la carriera militare, tutti dovranno prestare servizio secondo il sesso alla nasciata, mentre chi ha avuto in passato episodi di disforia dovrà dimostrare di sentirsi stabilmente maschio o femmina coerentemente con il proprio sesso biologico da almeno 3 anni.

Un divieto grave che mette a rischio il lavoro, la libertà e la stessa salute di migliaia di persone, come sottolineato dal Palm Center: «Il fondamento logico alla base del divieto dipende dalle distorsioni scientifiche che l’American Psychological Association e l’American Psychiatric Association hanno condannato sin da subito. Facendo eco al principio della politica del “don’t ask don’t tell”, le persone transgender saranno costrette a lasciare l’esercito o a prestare servizio in silenzio, con la paura che esprimendo qualsiasi forma di angoscia possano essere considerate inadatte».

Le scuse di Rose McGowan ai militari transgender: guarda il video di PinkNews


Il cervello dei bambini trans assomiglia alla loro identità di genere, non al sesso biologico

Un nuovo studio condotto da un neurologo belga ha scoperto che l'attività cerebrale nelle persone transgender assomiglia a quella risc...