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mercoledì 4 febbraio 2026

🇷🇺 Russia: la repressione contro le persone LGBT+ entra in una nuova fase oscura

Una mappa oscurata e una mano che resiste: la repressione contro le persone LGBT+ in Russia non è solo politica, ma culturale e simbolica. Un tentativo di cancellare identità e libertà.

Il Ministero della Giustizia russo ha ufficialmente dichiarato “indesiderabile” l’ILGA World, la più grande federazione internazionale che riunisce oltre 2.000 organizzazioni LGBT+ in più di 170 paesi. Questa designazione non è solo simbolica: in Russia, collaborare con un’organizzazione “indesiderabile” può comportare fino a sei anni di carcere. Un messaggio chiaro e inquietante rivolto a chiunque difenda i diritti delle persone LGBTQIA+.

Julia Ehrt, direttrice esecutiva di ILGA World, ha definito la misura “grottesca”. E come darle torto? In un contesto dove la libertà di espressione è già fortemente limitata, questa decisione rappresenta un ulteriore passo verso la criminalizzazione dell’identità, della solidarietà e della diversità.

Ma non si tratta di un episodio isolato. Negli ultimi anni, il regime di Vladimir Putin ha intensificato una campagna sistematica contro la comunità LGBT+: libri censurati, film vietati, opere teatrali bloccate, mostre chiuse, contenuti oscurati. Le persone queer non possono riunirsi, non possono raccontarsi, non possono esistere pubblicamente.

Questa repressione non è solo politica: è culturale, sociale, simbolica. È il tentativo di cancellare ogni forma di pluralismo, di ridurre la società a un monolite ideologico fondato sulla paura e sull’omologazione.

In Europa, dove molti paesi avanzano — tra contraddizioni e conquiste — verso una maggiore inclusione, la Russia sceglie di voltare le spalle ai diritti umani. E lo fa con una violenza istituzionale che ricorda i momenti più bui della storia del continente.

Chi scrive non può che denunciare questa deriva. Non per ideologia, ma per dignità. Perché ogni persona ha diritto a vivere, amare, esprimersi e organizzarsi senza paura. E perché il silenzio, di fronte a questa repressione, sarebbe complice.


Un gesto di presenza, contro ogni silenzio. — Luce (Vanessa

martedì 3 febbraio 2026

“Il Confine Tra Democrazia e Abuso È Scritto Qui”


 L’articolo 13 della Costituzione è semplice: la libertà personale è inviolabile.

Nessuno può fermarti, perquisirti o privarti della libertà senza garanzie precise e senza un atto motivato dell’autorità giudiziaria.

È scritto così per un motivo: per impedire abusi, arbitri e derive autoritarie.

Quando si parla di “sicurezza” dimenticando questo articolo, non è sicurezza: è un altro nome per il controllo.

“Il fine settimana che abbiamo appena attraversato”


Il fine settimana appena trascorso è stato un concentrato di tutto ciò che questo mondo continua a rimuovere: diritti rimessi in discussione, vite spezzate nell’indifferenza, repressione normalizzata, verità che faticano a emergere.

In Emilia-Romagna, durante un Consiglio comunale, Costantino Righi Riva — ex candidato sindaco del centrodestra — ha dichiarato che il voto alle donne sarebbe stato un “attacco all’unità familiare”. Parole pronunciate nel 2026, mentre celebriamo gli 80 anni dell’Assemblea Costituente.

E allora la domanda diventa inevitabile, soprattutto per chi si definisce “cristiana” e “patriota”: che idea di donna avete? Una cittadina con pieni diritti, o una figura da ricondurre al ruolo domestico, come nelle distopie tipo Il racconto dell’ancella?

Perché quando si mette in discussione il suffragio femminile, non si parla solo del passato: si parla del futuro che qualcuno immagina per noi.

Nel Mediterraneo, dopo il ciclone Harry, si parla di centinaia — forse mille — persone disperse. I governi tacciono. E noi rischiamo di tacere con loro. È la stessa rimozione che attraversa Bolzaneto, la Diaz, il G8 di Genova: una memoria che riemerge solo quando serve giustificare nuove strette securitarie.

A Torino, cinquantamila persone in piazza per difendere uno spazio sociale. E come sempre, quando la partecipazione è ampia, arriva la narrazione tossica: infiltrazioni, violenti, ordine pubblico. Ma tra lacrimogeni e manganelli non c’erano solo agenti e “professionisti del disordine”: c’erano cittadini comuni, persone che erano lì per una causa legittima e che si sono ritrovate schiacciate in mezzo a un copione già scritto.

Un copione che non nasce oggi. Già negli anni Duemila, un ex Presidente della Repubblica descriveva pubblicamente una strategia basata su infiltrazioni, provocazioni, caos controllato e repressione successiva per ottenere consenso. Rileggerlo oggi fa venire i brividi.

E mentre tutto questo accade, il governo sta portando avanti un nuovo decreto in materia di sicurezza. Nel dibattito pubblico, molte voci critiche sostengono che questo provvedimento restringa gli spazi di libertà e garantisca una forma di impunità operativa alle forze dell’ordine, attraverso tutele legali e penali più ampie.

Ed è qui che nasce la domanda che in troppi evitano: perché nessuno si interroga? Perché non ci chiediamo cosa significhi vivere in un Paese dove la libertà si restringe e il controllo si allarga?

E beh… se manca l’intelligenza critica e l’empatia, tutto diventa più facile da accettare.


Dagli Stati Uniti, gli Epstein Files continuano a sollevare ombre pesanti. Alcuni materiali sono stati esclusi dagli atti ufficiali perché mostravano violenze estreme. Le email pubblicate delineano un quadro di abusi gravissimi, e resta sospesa la domanda più semplice e più scomoda: perché così pochi nomi sono stati davvero indagati? Chi ha protetto chi?

A Gaza, la situazione resta drammatica: civili che continuano a morire, ospedali al limite, blackout, nessuna tregua reale.

In Iran, la repressione non si è mai fermata. Ogni settimana arrivano notizie di nuove vittime, mentre la lotta delle donne e degli uomini iraniani continua, anche se il ciclo mediatico guarda altrove.

Negli Stati Uniti, resta aperta anche la ferita dei bambini separati dalle famiglie durante le operazioni dell’ICE: una pagina che molti artisti hanno ricordato proprio ieri sera, durante la grande festa della musica.

È stato un fine settimana che ci ricorda quanto sia fragile ciò che diamo per scontato: diritti, memoria, verità.

E quanto sia necessario restare vigili, presenti, capaci di nominare le cose anche quando fanno male.

martedì 27 gennaio 2026

Tanti auguri, Angela Davis. La tua analisi continua a guidare le lotte di oggi.🎂🍾👋


Angela Davis – un pensiero per il suo compleanno (con un giorno di ritardo)

Ieri era il compleanno di Angela Davis. Sto leggendo Donne, razza e classe e ritrovo nella sua analisi una lucidità che resta attuale. 

La sua frase più citata — “I am no longer accepting the things I cannot change, I am changing the things I cannot accept” — significa: “Non accetto più le cose che non posso cambiare, sto cambiando le cose che non posso accettare.”

Negli ultimi anni Davis ha criticato apertamente la situazione politica negli Stati Uniti, definendo questo periodo segnato da razzismo strutturale, restrizioni ai diritti civili e un clima politico sempre più polarizzato. In diverse interviste ha sottolineato che la crescita di movimenti autoritari e la criminalizzazione delle proteste mostrano quanto il Paese stia attraversando una fase “profondamente regressiva”, ma anche quanto sia necessario continuare a organizzarsi collettivamente.

Un compleanno che diventa occasione per ricordare la forza del suo pensiero critico e la necessità di non distogliere lo sguardo.

Tanti auguri, Angela Davis. La tua analisi continua a guidare le lotte di oggi.

Oggi la memoria pesa. Paura, vergogna, tristezza… sembrano un brutto sogno che ritorna, come se l’umanità non imparasse mai davvero.


La Giornata della Memoria
«L’unica via d'uscita è per il camino»: l'orrore che si fece parola
Esistono frasi che non avrebbero mai dovuto essere pronunciate. Parole che, nella loro brutale brevità, racchiudono l'essenza di un sistema progettato per annientare non solo il corpo, ma l'anima di un essere umano.

Quando i treni merci si fermavano sulla Judenrampe di Auschwitz-Birkenau, il "benvenuto" dei carcerieri era un monito agghiacciante: "Non uscirete di qui se non attraverso il camino".

La geografia del male
Questa frase non era una semplice minaccia, ma la descrizione tecnica di una catena di montaggio della morte. Il "camino" era quello dei forni crematori, l'ultimo atto di un processo di deumanizzazione che iniziava con la spoliazione dei beni e terminava con la riduzione dell'uomo in cenere.

Scrittori come Primo Levi o testimoni diretti come Liliana Segre hanno raccontato come quel fumo acre, perennemente visibile all'orizzonte del campo, fosse il promemoria costante della fragilità della vita nel lager.
Perché ricordare oggi?
Ricordare queste parole non serve a nutrire il macabro, ma a mantenere alta la guardia. La frase sul camino rappresentava il culmine di un percorso iniziato anni prima con l'indifferenza, la discriminazione e le leggi razziali.

Oggi, onorare chi è "uscito per il camino" significa:
Restituire un nome a chi era diventato solo un numero tatuato sul braccio.
Riconoscere i segnali dell'odio prima che diventino sistema.
Coltivare la memoria come antidoto all'indifferenza, quella che [Liliana Segre definisce più colpevole della violenza stessa]

Che il silenzio che segue questa frase ci aiuti a riflettere su ciò che l'uomo è stato capace di fare, affinché la "via del camino" rimanga solo un tragico monito impresso nei libri di storia.

Affinché la "via del camino" rimanga solo un tragico monito impresso nei libri di storia.
[Vanessa Mazza]

lunedì 26 gennaio 2026

Ancora una volta, l’Italia sceglie la parte sbagliata della storia


La presidente del consiglio, davanti all’ennesima follia di questo narcisista che destabilizza il mondo, decide ancora una volta di sostenerlo come alleato globale.

E non basta: rilancia perfino la candidatura di Trump al Nobel per la pace.

Pace. A lui.

È un gesto che parla da solo. Un gesto che ricorda da vicino ciò che accadeva quasi un secolo fa, quando l’Italia scelse di appoggiare la Germania nazista invece di difendere la democrazia e i diritti umani.

Oggi come allora, chi ci governa preferisce schierarsi con chi alimenta odio, violenza, suprematismo, propaganda. E lo fa fingendo neutralità, fingendo “realismo”, fingendo “interesse nazionale”.

Ma non è neutralità. È complicità.

E mentre il mondo affronta crisi, guerre, repressioni e violazioni dei diritti fondamentali, l’Italia si accoda all’estrema destra globale, scegliendo ancora una volta la parte sbagliata della storia.

Io no. Io scelgo la verità, la memoria, la dignità.

Nella verità, sempre — Luce (Vanessa)

Autoritarismo e responsabilità mediatica: il caso di Alex Pretti e la deriva della sicurezza negli Stati Uniti

Alex Pretti

La morte di Alex Pretti, 37 anni, cittadino statunitense, avvenuta durante un’operazione federale a Minneapolis, riapre un dibattito cruciale sul rapporto tra sicurezza, uso della forza e responsabilità istituzionale negli Stati Uniti. Le immagini diffuse nelle ultime ore mostrano un intervento caratterizzato da un impiego massiccio di agenti armati e da modalità operative che sollevano interrogativi sulla proporzionalità dell’azione.

Il caso ha immediatamente attirato l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale, non solo per la gravità dell’episodio, ma anche per il modo in cui viene raccontato. Alcune testate hanno adottato un linguaggio attenuato, ricorrendo a termini come “subdued” per descrivere l’intervento sugli individui presenti sulla scena. Una scelta lessicale che, nel contesto di un’operazione letale, rischia di trasformare la violenza in procedura amministrativa.

La questione centrale non riguarda solo l’operato delle forze federali, ma anche il ruolo dei media nel documentare e interpretare eventi di questa portata. In un momento storico in cui la democrazia statunitense è attraversata da tensioni profonde, la precisione del linguaggio giornalistico diventa un elemento essenziale. Minimizzare, smussare, ricorrere a eufemismi significa contribuire a una narrazione che normalizza l’uso della forza e indebolisce la capacità critica del pubblico.

Il caso Pretti si inserisce in un quadro più ampio, segnato da un crescente ricorso a operazioni di sicurezza ad alta intensità e da un dibattito politico polarizzato. Le immagini circolate in questi giorni mostrano un Paese in cui la gestione dell’ordine pubblico assume sempre più spesso tratti militarizzati, con implicazioni significative per i diritti civili e per la percezione stessa di legalità.

In questo contesto, il ruolo delle grandi testate internazionali è determinante. La credibilità del giornalismo non si misura solo nella capacità di riportare i fatti, ma anche nella scelta delle parole, nella trasparenza delle analisi, nella volontà di chiamare i fenomeni con il loro nome. Di fronte a episodi come questo, la responsabilità mediatica non è un dettaglio: è parte integrante della tenuta democratica.

Raccontare la morte di Alex Pretti significa interrogarsi sul presente degli Stati Uniti e sulle derive che lo attraversano. Significa rifiutare la normalizzazione della violenza istituzionale. Significa difendere il diritto del pubblico a una narrazione chiara, completa e non edulcorata.

Nella verità, sempre — Luce (Vanessa)

Greg Bovino: il figlio dell’emigrazione che oggi incarna la persecuzione

Il giaccone lungo, la postura da SS, lo sguardo che pretende obbedienza: Greg Bovino incarna la trasformazione dell’ICE in una milizia politica.

Il volto della paura istituzionale


Greg Bovino, 55 anni, capo dell’ICE, si presenta al mondo con un’estetica che non lascia spazio al dubbio: giaccone lungo, postura da SS, sguardo minaccioso, narcisismo esibito. Non è solo una divisa: è una messinscena del terrore.

Ogni dettaglio — dalle mostrine alle mani giunte, dalla scelta del taglio alla teatralità dello sguardo — è pensato per incutere paura. Non ai criminali, ma a chi è migrante, nero, latino, asiatico. A chiunque, a Minneapolis e altrove, rappresenti una storia diversa da quella bianca e suprematista.

Questa estetica non è casuale. È il linguaggio visivo di un potere che si nutre di intimidazione. È l’America fascista e xenofoba che Donald Trump chiama “patriottismo”.

E mentre Bovino posa davanti alle telecamere come un gerarca in cerca di applausi, l’ICE continua a produrre morte. L’ultima, solo pochi giorni fa.

Il caso più recente: un cittadino americano ucciso a Minneapolis


A Minneapolis, gli agenti federali hanno ucciso un altro cittadino statunitense durante un’operazione dell’ICE. Un uomo disarmato secondo i testimoni, un uomo che non rappresentava alcuna minaccia immediata. Un’altra vita spezzata in nome di una “sicurezza” che ormai assomiglia più a una dottrina della paura che a un servizio pubblico.

Le autorità locali hanno denunciato l’escalation di violenza. Le proteste sono esplose in strada. La Guardia Nazionale è stata mobilitata per proteggere gli edifici federali. Minneapolis è diventata il laboratorio di una militarizzazione che non guarda più in faccia nessuno: né migranti, né cittadini americani.

La contraddizione storica: il sogno americano rovesciato


Il paradosso più agghiacciante è questo: Greg Bovino è italo-americano.

I suoi antenati sbarcarono negli Stati Uniti all’inizio del Novecento, con la fame addosso e la valigia in mano. Erano migranti poveri, discriminati, spesso trattati come indesiderati. Eppure trovarono un varco, un’opportunità, un Paese che — pur tra mille contraddizioni — permise loro di sopravvivere.

Oggi, un secolo dopo, il loro discendente guida un apparato che nega ad altri quella stessa possibilità. Non è solo ipocrisia: è la fine simbolica del sogno americano. Il figlio dell’emigrazione che diventa persecutore di nuovi migranti. La memoria familiare trasformata in arma contro chi oggi attraversa frontiere con la stessa speranza disperata.

L’ICE come apparato di persecuzione

L’ICE non è più un’agenzia di controllo. È diventata una milizia politica. Un braccio armato che opera con logiche di intimidazione, spettacolarizzazione della forza, punizione esemplare.

La sofferenza non è un incidente: è un messaggio. La crudeltà non è un errore: è una strategia.

E Trump applaude. Li chiama “patrioti”. Li esalta come difensori della nazione. E con lui, anche i “patrioti” nostrani che sognano di consegnargli un Premio Nobel per la Pace.

Il fascino del peggio

Come ha scritto Tomaso Montanari: “I fascisti hanno sempre subito il fascino dei nazisti.”

Bovino lo incarna alla perfezione. Nell’estetica, nella postura, nella retorica. Nel modo in cui trasforma la paura in linguaggio politico.


La storia di Greg Bovino non è solo la storia di un uomo. È il simbolo di un Paese che ha smarrito la memoria delle proprie radici migranti. È il volto di un potere che usa la violenza come identità. È il rovescio di un sogno che, per molti, è diventato incubo.

Raccontare tutto questo non è un esercizio di indignazione. È un atto di memoria. È un dovere civile. È un modo per ricordare che nessuno dovrebbe essere perseguitato per il semplice fatto di esistere.

E che la storia — quella vera — non sta dalla parte di chi incute paura, ma di chi la attraversa e la denuncia.


Nella verità, sempre — Luce (Vanessa)

venerdì 23 gennaio 2026

🇺🇸 Quando uno Stato arresta un bambino di 5 anni, non è più un governo: è un regime


Un bambino di cinque anni, Liam Conejo Ramos, è stato detenuto dagli agenti ICE a Minneapolis mentre tornava da scuola con suo padre. Entrambi sono stati trasferiti in un centro di detenzione in Texas. Le autorità scolastiche locali confermano l’episodio e segnalano che non si tratta di un caso isolato: altri minori sarebbero stati fermati nello stesso mese.

La domanda che arriva dalle istituzioni educative è semplice e devastante: perché detenere un bambino di cinque anni? E la risposta, oggi, non può più essere cercata nelle dinamiche di un normale governo democratico. Sempre più osservatori parlano di un sistema che agisce come un regime, capace di usare la paura come strumento politico e la disumanizzazione come pratica amministrativa.

La detenzione di un bambino non è un incidente. È un segnale. Un segnale di un Paese che accetta l’idea che la crudeltà possa essere una politica pubblica. Un segnale di un potere che considera i corpi migranti — anche quelli dei bambini — come materiale sacrificabile.
✦ Perché questo caso riguarda tutti noi

Perché quando un regime normalizza l’arresto di un bambino, sta dicendo al mondo che nessun limite è più invalicabile. Perché ciò che oggi accade a Minneapolis può diventare un precedente, un modello, un’abitudine. Perché la distopia non arriva all’improvviso: si costruisce un atto alla volta, un silenzio alla volta.

Non possiamo limitarci a osservare. Non possiamo archiviare questo episodio come “un’altra notizia dagli Stati Uniti”. Dobbiamo nominarlo, denunciarlo, condividerlo, scriverne. Dobbiamo rifiutare la normalizzazione della violenza istituzionale, ovunque si manifesti.

👉 Parlatene. Scrivetene. Non lasciate che l’arresto di un bambino diventi un fatto ordinario. 
👉 Chiedete trasparenza, chiedete responsabilità, chiedete umanità.
 👉 Non lasciamo che la distopia diventi la nostra quotidianità.

giovedì 22 gennaio 2026

Massacro e resistenza: le donne curde sotto attacco


Con l’attenzione globale concentrata su altri fronti, le violenze contro le donne curde nel nord della Siria continuano quasi senza copertura mediatica.

Una combattente è stata violentata, uccisa e poi umiliata: le hanno tagliato le trecce, quelle stesse trecce che le guerriere intrecciano tra loro prima della battaglia come simbolo di unità femminile. Nella foto che circola in queste ore si vede Rami Dahsh, l’uomo che avrebbe compiuto l’atrocità, mentre sorride tenendo in mano la treccia della donna come fosse un trofeo.

 Rami Dahsh

Non è un episodio isolato. È un metodo. È la firma dell’ISIS e dei gruppi jihadisti che da anni usano il corpo delle donne come campo di battaglia. È una strategia di terrore patriarcale contro un popolo che ha osato mettere le donne al centro della rivoluzione.

Organizzazioni internazionali come Human Rights Watch, Amnesty International e diversi rapporti delle Nazioni Unite hanno documentato negli anni violenze sistematiche contro donne curde e yazide da parte dell’ISIS e di altri gruppi armati: – violenze sessuali, – esecuzioni, – rapimenti, – umiliazioni simboliche.

Gli attacchi contro donne combattenti e attiviste sono parte di una strategia più ampia volta a colpire la struttura sociale e politica del Rojava, dove le donne ricoprono ruoli centrali nelle forze di autodifesa e nelle istituzioni civili.

Nel nord-est della Siria, la rivoluzione del Rojava — fondata su democrazia dal basso, ecologia e liberazione di genere — continua a essere bersaglio di attacchi armati che colpiscono villaggi, infrastrutture civili, comunità LGBTI+ e popolazione curda. Le combattenti YPJ, simbolo globale di autodifesa femminile, resistono da anni contro ISIS, HTS e milizie sostenute dalla Turchia.

Ma le donne curde resistono. Resistono con le armi, con le comuni, con le scuole, con le assemblee. Resistono perché la loro libertà non è negoziabile. Resistono per sé, per le loro sorelle, per un mondo che ancora non le guarda.

Jin. Jiyan. Azadî. 


Donna. Vita. Libertà.

Afghanistan: la storia di Khadija Ahmadzada, l’allenatrice di taekwondo che rischia la lapidazione


Herat, Afghanistan — Khadija Ahmadzada ha 22 anni ed è un’allenatrice di taekwondo. È stata arrestata dalle autorità talebane per aver insegnato arti marziali a giovani donne, un’attività vietata dal regime dal 2021.

Secondo attiviste e fonti che stanno diffondendo la notizia sui social, la giovane rischia una condanna alla lapidazione, una delle pene più brutali ancora applicate nel Paese.

La vicenda si inserisce in un contesto di repressione sistematica contro le donne afghane, documentato da Human Rights Watch, Amnesty International e da diversi rapporti delle Nazioni Unite pubblicati tra il 2022 e il 2024.

Il “crimine”: insegnare autodifesa alle ragazze

Dopo il ritorno al potere dei Talebani, alle donne è stato progressivamente impedito di:

frequentare scuole e università,


lavorare in quasi tutti i settori,


praticare sport,


muoversi senza un tutore maschile.

In questo quadro, l’attività di Khadija — insegnare taekwondo a un gruppo di giovani allieve — è stata considerata una violazione diretta delle norme imposte dal regime.

Secondo le testimonianze circolate online, il suo arresto sarebbe avvenuto a Herat, una delle città dove la repressione è più severa.

La denuncia delle attiviste

La notizia è stata rilanciata da diverse attiviste e commentatrici internazionali, che chiedono di diffondere il caso per aumentare la pressione pubblica e mediatica. Nei post circolati su X si legge l’appello a “fare rumore” e a non lasciare che la vicenda cada nel silenzio.

Organizzazioni come RAW (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan) e reti femministe transnazionali hanno confermato che episodi simili — arresti, punizioni corporali, minacce — sono purtroppo frequenti.

Cosa dicono le fonti internazionali
ONU – Missione UNAMA


Nei rapporti annuali, la Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan documenta:

un aumento delle punizioni corporali pubbliche,


casi di lapidazione e fustigazione,


arresti arbitrari di donne che violano le restrizioni imposte dal regime,


la totale proibizione dello sport femminile.
Human Rights Watch

HRW denuncia che:

le donne sono “scomparse dalla vita pubblica”,


le restrizioni talebane costituiscono una forma di apartheid di genere,


le sportive sono particolarmente a rischio di arresto, violenza e punizioni esemplari.
Amnesty International

Amnesty ha pubblicato diversi dossier che confermano:

l’uso sistematico della violenza contro donne e ragazze,


la chiusura forzata di centri sportivi femminili,


l’arresto di allenatrici, atlete e insegnanti.

Il caso di Khadija si inserisce perfettamente in questo quadro.

Un caso simbolico della condizione femminile in Afghanistan

La storia di Khadija non è un episodio isolato. È il simbolo di una repressione che colpisce soprattutto:

studentesse,


insegnanti,


attiviste,


sportive,


donne che cercano autonomia.

Il suo nome è diventato un punto di riferimento per chi denuncia la violenza di genere sotto il regime talebano.

Perché è importante parlarne


La pressione internazionale e la visibilità mediatica sono spesso gli unici strumenti che possono influenzare le decisioni delle autorità talebane. Per questo molte attiviste insistono sulla necessità di:

condividere la storia di Khadija,


sostenere le organizzazioni che documentano le violazioni,


mantenere alta l’attenzione sulla condizione delle donne in Afghanistan.

Il silenzio è complicità. La visibilità può salvare vite.

mercoledì 21 gennaio 2026

Inanna e le divinità che sfidavano il genere: una storia più antica del patriarcato


Per secoli, la storia ufficiale ha raccontato il genere come una struttura rigida, binaria, immutabile. Ma i testi più antichi dell’umanità dicono altro.

Tra questi, spicca la figura di Inanna, una delle divinità centrali della Mesopotamia, dea dell’amore, della guerra e delle trasformazioni.

Secondo gli inni sumeri, Inanna è descritta come colei che “trasforma uomini in donne e donne in uomini”, un potere che appare in più testi rituali e mitologici. Studi recenti confermano questa interpretazione: il Coreopsis Journal (Spring 2025) analizza diversi inni e rituali, mostrando come la divinità fosse associata a pratiche di ambiguità e attraversamento di genere.

Anche la ricerca di Christopher E. Ortega (Inanna in Mesopotamian Religion and Culture, 2015) sottolinea come il culto di Inanna non solo accettasse identità non conformi, ma le legittimasse all’interno della vita religiosa. I suoi sacerdoti, i gala, erano figure che oggi definiremmo gender‑variant, spesso uomini effeminati o persone che vivevano ruoli non binari. La loro presenza è documentata in testi amministrativi e rituali.

Un documento della Classical Association (2024), Non‑Binary Gender in Ancient Mesopotamia, conferma che la Mesopotamia conosceva e riconosceva identità non binarie, soprattutto nei contesti religiosi. La fluidità non era un’eccezione marginale: era parte del sacro.

La tesi di dottorato di Palmero Fernandez (University of Reading, 2019), Shaping the Goddess Inanna/Aštar, approfondisce il ruolo della dea nella costruzione culturale del genere. Secondo Fernandez, Inanna rappresentava una “forza di destabilizzazione delle categorie”, capace di attraversare mondi, ruoli e identità.

Questa complessità emerge anche nei testi mitologici più celebri, come Inanna and the Huluppu Tree (Oxford Academic, 2001), che mostrano una divinità in costante trasformazione, mai confinata in un’unica forma.

Ma Inanna non è un caso isolato. La storia globale è piena di figure divine che sfidano il binarismo:

Attis e i sacerdoti galli, nella Frigia antica, vivevano identità femminili in un contesto rituale.


Ardhanarishvara, in India, unisce Shiva e Parvati in un unico corpo metà maschile e metà femminile.


Hapi, nell’Egitto faraonico, è rappresentato con tratti maschili e femminili insieme.


Molte culture native americane riconoscevano persone Two‑Spirit come figure sacre.

Queste testimonianze, provenienti da continenti e millenni diversi, raccontano una verità che la modernità ha cercato di cancellare: la fluidità di genere non è una novità contemporanea, ma una memoria antica, radicata nelle prime civiltà umane.

Raccontarla oggi non è un esercizio di folklore. È un atto di riparazione, un modo per restituire complessità a una storia che è sempre stata più ampia del binarismo imposto.

Tadáskía: dall’estrema periferia di Rio al MoMA. L’arte che apre varchi

GEORGE ETHEREDGE—The New York Times/Redux

Tadáskía nasce a Santíssimo, nella zona ovest di Rio de Janeiro, in un territorio spesso raccontato solo attraverso marginalità e assenze. Lei, invece, ha trasformato quel punto di partenza in un centro di irradiazione poetica, politica e immaginativa. Educatrice, scrittrice e artista visiva, costruisce mondi che sfidano categorie e gerarchie, mescolando disegno, scultura, fotografia e performance in un linguaggio che è insieme fabolazione, spiritualità e insurrezione.

Fotografía: ® FERNANDO ESPINOSA

Nel 2025 il suo nome entra definitivamente nel circuito globale: la rivista Time la seleziona tra le 100 stelle in ascesa dell’anno, riconoscendo nella sua opera una capacità rara di trasformare il quotidiano in rivelazione. La curatrice Diane Lima descrive le sue creazioni come “apparizioni”: forme e idee che emergono come profezie, invitando chi guarda a percepire ciò che normalmente resta invisibile.

Ma il suo impatto internazionale era già evidente. Nel 2024 Tadáskía diventa la prima donna trans a firmare una mostra personale al MoMA di New York, uno dei musei più influenti del mondo. La sua installazione Ave Preta Mística, già presentata alla 35ª Bienal de São Paulo, è un universo multisensoriale fatto di carbone, bambù, polveri colorate, parole, gusci dorati e disegni che si espandono nello spazio come un respiro collettivo.

La sua presenza nei grandi musei non è un gesto simbolico: è un atto di riparazione. È la prova che i corpi trans, neri e periferici non solo esistono, ma producono alcune delle visioni più radicali e necessarie del nostro tempo.

La traiettoria di Tadáskía — da Santíssimo al MoMA — non è un miracolo individuale. È un varco aperto. È la dimostrazione che l’arte può essere attraversamento, cura, disobbedienza e futuro.


Fonte: Time

È morta Gladys West, pioniera del GPS e della matematica moderna

Gladys West, matematica statunitense e pioniera della tecnologia GPS

Gladys West, matematica statunitense e pioniera della tecnologia GPS, è morta il 17 gennaio 2026 all’età di 95 anni.

Nata nel 1930 in una comunità agricola segregata della Virginia, è cresciuta in un contesto in cui alle donne nere era concesso poco più del silenzio. Eppure, contro ogni previsione, ha costruito una carriera che ha cambiato la storia della navigazione globale.

Secondo diverse fonti internazionali, West è considerata la “madre del GPS” per il suo lavoro fondamentale nella modellazione matematica della forma della Terra, base essenziale per la precisione dei sistemi di posizionamento satellitare.

• Nata in Virginia nel 1930, in piena segregazione razziale • Valedictorian del liceo, ottiene una borsa di studio per studiare matematica • Nel 1956 diventa la seconda donna nera assunta come matematica presso il Naval Surface Warfare Center • I suoi calcoli sul geoide terrestre diventano la base del GPS moderno • Per decenni il suo contributo resta invisibile, come accade troppo spesso alle donne nere nella scienza • Solo negli ultimi anni riceve riconoscimenti pubblici, tra cui l’ingresso nella U.S. Air Force Hall of Fame

Oltre la scienza: un gesto politico

Gladys West non ha inventato solo una tecnologia. Ha inventato un modo nuovo di orientarsi nel mondo.

Ha trasformato numeri, orbite e modelli matematici in una bussola globale. Ha reso possibile trovare la strada, ritrovarsi, non perdersi più.

E lo ha fatto in un Paese che, mentre lei calcolava la forma della Terra, cercava di restringere la forma della sua vita: una donna, nera, nel cuore della segregazione, in un’epoca in cui il talento delle donne nere veniva sistematicamente cancellato.

Il GPS non è solo un sistema di posizionamento. È la prova che una donna nera, contro tutto, può diventare la mappa del mondo.

Ricordarla è un atto di giustizia

Ricordare Gladys West significa ricordare tutte le storie che il razzismo istituzionale ha tentato di soffocare. Significa riconoscere che la tecnologia che usiamo ogni giorno — per viaggiare, lavorare, salvarci — nasce anche dal lavoro invisibile di chi non ha mai avuto il privilegio della visibilità.

La sua vita è un atto politico: non perché abbia cercato il potere, ma perché ha resistito al suo silenzio.

In un’epoca in cui le politiche discriminatorie cercano ancora di riscrivere chi conta e chi no, la storia di Gladys West è un promemoria: le donne nere non solo sopravvivono — costruiscono il futuro.

Gladys West se n’è andata circondata dalla sua famiglia. Ma il suo lavoro continua a guidare miliardi di persone ogni giorno.

Ogni volta che una mappa si apre, ogni volta che un percorso si traccia, ogni volta che troviamo la strada — c’è la sua mano.

E ricordarla è un modo per non perderci.

Università sotto pressione: quando Platone diventa pericoloso in Texas

Nel gennaio 2026, la Texas A&M University ha chiesto al professor Martin Peterson di censurare o rimuovere dal programma di Introduzione alla Filosofia il dialogo O Banquete di Platone, accusato di “promuovere ideologia di genere”. La decisione si inserisce nelle nuove direttive accademiche del Texas, che vietano contenuti su razza, genere, orientamento sessuale o identità di genere senza approvazione preventivaO GLOBO+1. Secondo Folha de Ponta Grossa, la misura è un effetto diretto delle leggi anti‑woke approvate nel 2023, che limitano la discussione di temi considerati “sensibili”.

Diverse testate sottolineano che queste politiche educative si allineano alle direttive dell’amministrazione Trump, che ha promosso linee guida contro quella che definisce “ideologia di genere” e “ideologia razziale” nelle scuole e nelle università. Secondo O Globo, l’università ha giustificato la censura come adeguamento alle nuove norme federali e statali, che richiedono la rimozione di materiali ritenuti “non conformi”O GLOBO. Il Corriere Blog osserva che la destra trumpiana in Texas ha già oltrepassato vari limiti, creando un clima culturale in cui la censura diventa uno strumento di governo.

La censura di Platone non è un incidente isolato: è un sintomo. Quando un governo decide quali storie possono essere raccontate, quali identità possono esistere e quali parole sono “pericolose”, non sta proteggendo la società — sta riscrivendo il mondo.

Il Banquete è un testo che attraversa eros, desiderio, corpi, relazioni. È un dialogo che non si lascia addomesticare. E proprio per questo diventa un bersaglio: perché la filosofia, quando è viva, non obbedisce.

Le politiche che le fonti collegano all’amministrazione Trump mirano a eliminare dai programmi scolastici tutto ciò che riguarda genere, razza, orientamento, identità. Ma cancellare parole significa cancellare persone. Censurare un testo significa censurare chi quel testo lo abita, lo interpreta, lo incarna.

La censura accademica non è mai neutra. È un gesto che prepara il terreno:

alla normalizzazione dell’esclusione,


alla marginalizzazione dei gruppi già vulnerabili,


alla costruzione di un immaginario unico, rigido, disciplinato.

Quando un governo decide che Platone è “troppo pericoloso”, non sta proteggendo gli studenti: sta proteggendo la propria narrazione.

E ogni narrazione autoritaria ha bisogno di tre cose:

silenziare le differenze,


controllare la memoria,


riscrivere il passato per governare il futuro.

La filosofia non è un manuale. È un luogo dove le domande respirano.

E se oggi un’università censura Platone, non è Platone a essere in pericolo: siamo noi. La nostra capacità di pensare, di dissentire, di immaginare mondi che non siano già stati decisi da altri.

La censura non è mai un gesto isolato. È sempre un preludio.

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