Le proteste contro il governo filoamericano in #Bolivia continuano.
Di Vanessa Mazza
Ci sono momenti in cui la storia di un popolo si misura dal rumore dei lacrimogeni e dall'odore della fame. In queste settimane di maggio 2026, la Bolivia sta attraversando una delle pagine più tragiche, violente e drammatiche degli ultimi decenni. È il racconto di madri che non riescono a trovare latte e pollo per i propri figli a causa dei mercati vuoti; di ospedali allo stremo che implorano l'apertura di corridoi umanitari d'emergenza per ricevere bombole d'ossigeno; di lavoratori e comunità indigene che mettono i propri corpi davanti ai blindati della polizia, consapevoli che perdere questa battaglia significa scivolare nella miseria assoluta. Un intero Paese è paralizzato, spezzato tra la disperazione economica e una repressione statale feroce che sta insanguinando le strade.
Eppure, in Italia, tutto questo non esiste. Ciò che accade in Bolivia — come in molte altre aree del Sud del mondo — non arriva quasi mai all’opinione pubblica. Non perché manchino le informazioni, ma perché il sistema mediatico nazionale non considera rilevanti le mobilitazioni popolari, le crisi sociali e i conflitti politici che non coinvolgono direttamente l’Occidente.
Il risultato è un’informazione che offre una visione parziale e profondamente distorta del mondo. Le proteste boliviane vengono ridotte dai nostri telegiornali a banali “disordini”, la repressione a “tensione”, le rivendicazioni sociali a generico “malcontento”. Manca il contesto, mancano le cause, mancano le voci dei movimenti indigeni, dei minatori, dei sindacati rurali. Manca soprattutto la consapevolezza che si tratta di un conflitto politico profondo, legato alla difesa di diritti sociali e conquiste agrarie che una parte significativa della popolazione considera non negoziabili.
Questo vuoto informativo non è neutrale. Contribuisce a normalizzare l’idea che lo smantellamento dei diritti sia un processo inevitabile e che le reazioni popolari siano un semplice rumore di fondo. Si ripete qui, con le dovute proporzioni macroeconomiche, lo stesso drammatico schema comunicativo che vediamo a Gaza: il genocidio non detto, il massacro sociale non gridato, con i governi occidentali inermi o complici a guardare e, peggio ancora, pronti a criminalizzare e arrestare in massa chiunque cerchi di opporsi all'orrore.
La cronologia del conflitto: dal 12 maggio alla verità di teleSUR
Per capire l'origine di questo calvario bisogna tornare a due settimane fa. La scintilla è scoppiata ufficialmente lunedì 12 maggio 2026, quando le organizzazioni contadine e i lavoratori hanno avviato la cosiddetta "marcia per la vita" con uno sciopero generale a tempo indeterminato. Da quel giorno, i blocchi stradali hanno progressivamente isolato le grandi città, a partire dalla capitale amministrativa La Paz.
Per comprendere la portata di ciò che la Rai o i grandi quotidiano italiani nascondono, basta accendere le telecamere di emittenti indipendenti come teleSUR. Lì, il giornalismo d'inchiesta sul campo restituisce i fatti per quello che sono: un'insurrezione popolare contro un tradimento politico.
Il presidente Rodrigo Paz Pereira, insediatosi da soli sei mesi grazie ai voti delle basi popolari e contadine, ha immediatamente girato le spalle al suo elettorato. Ha varato un'agenda neoliberista feroce, culminata nel taglio dei sussidi storici sui carburanti e nell’importazione di benzina di scarsa qualità che ha distrutto i mezzi di sussistenza dei trasportatori, facendo impennare l'inflazione al 20%.
A marciare per oltre 20 chilometri, dalla città ribelle di El Alto fino al centro blindato di La Paz, c'è l’ossatura sociale della Bolivia plurinazionale: gli operai delle fabbriche, i minatori statali, il sindacato degli insegnanti e le storiche autorità indigene aymara, i Ponchos Rojos.
La "Ley 1720" e lo spettro del neocolonialismo
Dietro lo specchietto delle allodole della crisi economica, i movimenti denunciano un attacco frontale alla sovranità della terra: la Ley 1720. Si tratta di un provvedimento che mira a riclassificare l'uso del suolo per favorire i grandi latifondisti e l’agro-business, legalizzando di fatto la deforestazione di massa dell’Amazzonia boliviana e condannando le comunità native all’esproprio e alla fame.
Lo scontro è anche ferocemente identitario e razziale. Nelle strade di La Paz, gruppi di estrema destra affini al governo sono stati immortalati mentre bruciavano la Wiphala, la bandiera indigena simbolo di riscatto e dignità dei popoli nativi, riconosciuta dalla Costituzione. Un atto neocoloniale che evoca i fantasmi dei peggiori colpi di stato oligarchici della regione.
Repressione di Stato e complicità internazionale
Mentre i nostri telegiornali usano eufemismi per non disturbare il potere, la realtà nelle strade parla di morti, feriti e una durissima repressione giudiziaria dal 12 maggio a oggi. A un passo da Piazza Murillo, le marce pacifiche dei lavoratori sono state investite da cariche violentissime della polizia e soffocate dai gas lacrimogeni.
E la risposta della geopolitica occidentale? Quella di sempre. Gli Stati Uniti hanno espresso pieno appoggio al governo repressivo di Rodrigo Paz, blindando l'alleato economico e bollando i blocchi stradali dei sindacati come "azioni destabilizzanti". Una copertura politica calcolata che permette al governo boliviano di proseguire la sua opera di macelleria sociale nell'ombra, mentre il presidente tenta un rimpasto di facciata del proprio gabinetto dopo le dimissioni polemiche del Ministro del Lavoro.
Il paradosso è evidente: nel 2026, per sapere cosa accade davvero in Bolivia, un cittadino deve cercare autonomamente su internet, seguire media locali, ONG e giornalisti indipendenti. Non è un dettaglio: è il sintomo di un sistema informativo nostrano che non racconta il mondo, ma lo censura per difendere gli interessi di un'agenda ristretta.
La Bolivia oggi è un caso emblematico. Non solo per il sangue e la dignità che scorrono nelle sue strade, ma per il silenzio complice con cui l'Occidente sta decidendo, ancora una volta, di girarsi dall'altra parte.
Vanessa Mazza Attivista, blogger e voce indipendente della comunità Trans TLGBQI+ blogspot.com
La giurista italiana Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite, al centro di uno storico scontro giudiziario e costituzionale a Washington.
Benvenute e benvenuti sul blog. Oggi voglio portarvi dentro una notizia che segna un punto di svolta fondamentale per il diritto internazionale e per la libertà di espressione. Dopo mesi di attacchi, fango e un isolamento finanziario mirato a piegarne la voce, la giustizia ha finalmente risposto. Un giudice federale americano ha firmato un'ordinanza che smantella, con effetto immediato, la morsa punitiva che stringeva la Relatrice Speciale ONU Francesca Albanese. Una decisione che non è solo una vittoria personale, ma una vittoria dello Stato di diritto contro la prepotenza della forza geopolitica. Ricostruiamo insieme questa storia pezzo per pezzo.
La decisione di un tribunale distrettuale di Washington di sospendere con effetto immediato le sanzioni contro la giurista italiana Francesca Albanese non rappresenta soltanto una vittoria legale personale, ma fissa un precedente storico cruciale per il diritto internazionale e per l'indipendenza delle Nazioni Unite.
Il giudice federale Richard Leon, accogliendo il ricorso d'urgenza presentato a febbraio dai familiari della relatrice ONU, ha firmato un'ingiunzione preliminare che di fatto congela le misure punitive extraterritoriali varate dalla Casa Bianca.
📝 Le radici dello scontro: dai rapporti ONU alla "Morte Civile"
Il caso esplode formalmente a luglio 2025, quando il Segretario di Stato americano Marco Rubio annuncia l'estensione a Francesca Albanese delle sanzioni economiche e di viaggio già applicate ai vertici della Corte Penale Internazionale (CPI).
L'accusa di Washington era quella di diffondere "false tesi" e posizioni ostili nei confronti di Israele e degli stessi Stati Uniti. La realtà geopolitica era legata ai dossier firmati dalla giurista:
Il Rapporto Anatomy of a Genocide: Albanese è stata la prima funzionaria Onu a inquadrare formalmente le azioni militari a Gaza come un quadro di genocidio sistematico.
Il dossier sulle aziende private: A fine giugno 2025, Albanese pubblica una rigorosa inchiesta sul ruolo di oltre 60 multinazionali tech, petrolifere e belliche occidentali e americane, accusandole di alimentare l'economia dell'occupazione nei territori occupati.
La rappresaglia di Washington si traduce in un provvedimento privo di un processo formale, che applica una vera e propria censura ed eliminazione civile. Per dieci mesi, la relatrice si è trovata nell'impossibilità di:
Accedere a servizi bancari di base: Il sistema finanziario internazionale, legato a doppio filo a quello americano, ha bloccato i suoi conti, impedendole persino l'apertura di un conto corrente in Italia.
Esercitare il mandato ONU: Revocato il visto d'ingresso negli Stati Uniti, privandola della possibilità di relazionare fisicamente davanti all'Assemblea Generale di New York.
Garantire la sicurezza familiare: Con il rischio di sanzioni penali e pecuniarie severissime applicabili a qualunque cittadino statunitense avesse legami commerciali o finanziari con lei, la misura ha colpito indirettamente la figlia (cittadina USA) e il marito che lavora oltreoceano.
🤫 Il silenzio di Roma: l’assenza del governo italiano
Mentre la battaglia legale si consumava oltreoceano, un dato politico è emerso con forza logorante: l'assoluto silenzio delle istituzioni italiane. Nonostante Francesca Albanese sia una cittadina italiana, una stimata giurista e una funzionaria diplomatica di massimo livello internazionale, il governo di Roma ha scelto la linea della totale indifferenza. Mentre diverse cancellerie europee ed estere esprimevano formale solidarietà o preoccupazione per l'uso distorto dello strumento sanzionatorio americano, i palazzi della politica italiana non hanno emesso una sola nota di tutela o di formale protesta. Questo immobilismo non ha solo lasciato sola una propria cittadina di fronte a un provvedimento che ne decretava la "morte civile" e finanziaria, ma ha confermato una precisa linea di subalternità geopolitica, preferendo non indispettire l'alleato a Washington piuttosto che difendere i diritti fondamentali e lo Stato di diritto.
⚖️ La svolta giudiziaria: le motivazioni della sentenza
La causa costituzionale intentata a Washington ha scardinato l'impianto dell'ordine esecutivo di Donald Trump. Nel concedere l'ingiunzione, il giudice Richard Leon ha espresso concetti cardine a difesa dei diritti fondamentali:
Libertà di Espressione (Primo Emendamento): Silenziare e punire finanziariamente un esperto indipendente per le opinioni contenute nei rapporti ONU viola lo spirito costituzionale. La corte ha ribadito che salvaguardare il diritto di parola è sempre un interesse pubblico prioritario.
Assenza di potere vincolante: I rapporti redatti dai Relatori Speciali ONU costituiscono valutazioni e opinioni legali, non atti esecutivi in grado di muovere direttamente azioni coercitive, smontando la tesi della "minaccia alla sicurezza nazionale" avanzata dal governo USA.
✊ Una vittoria per lo Stato di Diritto
"Un tribunale statunitense ha sospeso le sanzioni contro di me! Grazie a mia figlia e a mio marito per essersi impegnati a difendermi", ha commentato a caldo Francesca Albanese sui canali social, rompendo un isolamento istituzionale durato quasi un anno e rimarcando il ruolo fondamentale della propria famiglia nella battaglia legale.
Questa ordinanza segna un punto di svolta fondamentale: dimostra che l'uso unilaterale e "armato" delle sanzioni finanziarie globali non può scavalcare i confini costituzionali ed eludere la certezza della pena sancita dallo Stato di diritto. La giustizia di Washington restituisce dignità civile e operatività a una delle voci più esposte nella denuncia delle violazioni dei diritti umani del nostro tempo.
Rainbow Map 2026 di ILGA-Europe: la fotografia aggiornata dei diritti LGBTI in Europa.
Data: 13 maggio 2026
Autrice: Vanessa Mazza TLGBQI+
La Spagna in testa al Rainbow Map 2026
Per la prima volta, la Spagna guida il Rainbow Map 2026 di ILGA-Europe, la classifica che misura leggi, politiche e protezioni per le persone LGBTI nei 49 paesi europei.
Il primo ministro Pedro Sánchez ha commentato che questo risultato è un riconoscimento agli “avances sociales y legislativos” e a chi ha lottato per “vivir con igualdad y sin miedo” .
(dati ufficiali ILGA-Europe, edizione 2026)
1º posto – Spagna: 74%
Grazie a riforma della Ley Trans, matrimonio egualitario consolidato, protezioni anti-discriminazione e politiche familiari inclusive.
2º posto – Malta: 72%
Storicamente leader, ora superata dalla Spagna per aggiornamenti legislativi più recenti.
3º posto – Belgio: 69%
4º posto – Danimarca: 68%
5º posto – Islanda: 67%
Chi arretra
Ungheria: 22%
Leggi anti-propaganda, censura dei contenuti LGBTI, attacchi sistematici alle famiglie arcobaleno.
Polonia: 18%
Zone “LGBT-free”, ostilità istituzionale, nessun riconoscimento delle coppie.
Russia: 0%
Criminalizzazione totale dell’attivismo LGBTI, repressione e persecuzione.
I paesi “fragili”
Sono quelli che hanno diritti sulla carta, ma non nella vita quotidiana.
Esempi:
Italia: 25%
Nessuna legge contro l’omotransfobia, nessun riconoscimento delle famiglie omogenitoriali, diritti trans incompleti.
Grecia: 41%
Avanza sul matrimonio egualitario, ma resta debole su protezioni e politiche trans.
Germania: 52%
Forte sul piano legale, ma con implementazione disomogenea e resistenze locali.
Un’Europa divisa tra progresso e regressione
Il Rainbow Map 2026 non è solo una classifica: è una radiografia politica del continente.
Da una parte ci sono i paesi che avanzano con coraggio, dignità e allegria, come ha scritto Sánchez .
Dall’altra ci sono governi che riscrivono diritti acquisiti, censurano identità, perseguitano famiglie e alimentano una retorica di paura.
E poi ci sono i paesi fragili, dove i diritti dipendono dal colore del governo. Dove basta un decreto per cancellare anni di progresso. Dove la libertà è sempre provvisoria.
Perché questa classifica conta davvero
Il Rainbow Map misura:
leggi anti-discriminazione
riconoscimento delle famiglie
diritti delle persone trans e intersex
libertà di associazione e di espressione
politiche di asilo
protezione da crimini d’odio
È un indicatore della salute democratica di un paese.
Dove i diritti LGBTI avanzano, avanzano anche libertà civili, pluralismo, partecipazione.
Dove arretrano, arretra tutto.
Celebrare chi avanza è importante.
Ma guardare chi arretra è necessario.
Perché i diritti LGBTI non sono un premio: sono la misura di quanto un paese crede davvero nella libertà.
E oggi più che mai, l’Europa ha bisogno di paesi che non si lasciano trascinare indietro.
Ha bisogno di coraggio.
Ha bisogno di dignità.
Ha bisogno di orgoglio.
Un conflitto durato anni, 28 vittime accertate e la fine di un'era. La recente scoperta nel Parco Nazionale di Kibale, in Uganda, ci costringe a guardare alle radici primordiali della violenza e alla fatica necessaria per restare uniti.
di Vanessa Mazza TLGBQI+
Esistono momenti in cui la scienza smette di essere solo osservazione asettica e diventa un monito che ci tocca nel profondo. Quello che i ricercatori hanno documentato a Ngogo, in Uganda, non è solo un evento etologico: è la cronaca di una tragedia che somiglia terribilmente alle nostre.
Per oltre vent'anni, la comunità di scimpanzé di Ngogo è stata un modello di stabilità. Poi, qualcosa si è rotto. Non per mancanza di cibo, ma per la rottura dei legami. Lo studio, pubblicato su Science ad aprile 2026, descrive una lenta deriva iniziata nel 2015: quando il gruppo è diventato troppo numeroso, l'impossibilità di mantenere relazioni significative ha creato fazioni. I "vecchi amici" sono diventati "nemici", portando a una guerra civile con 28 morti accertate.
La Scienza della Pace: Il Grooming e il Bacio
Tuttavia, la ricerca scientifica ci insegna che gli scimpanzé hanno sviluppato metodi sofisticati per evitare che queste crepe diventino abissi. La "riconciliazione" è un pilastro della loro sopravvivenza:
Il valore politico del Grooming: Spulciarsi a vicenda non è solo igiene; è un investimento sociale. Riduce i livelli di cortisolo (lo stress) e ripara la fiducia dopo un litigio.
Contatto post-conflitto: È stato osservato che, dopo uno scontro, gli avversari spesso si cercano per abbracciarsi o scambiarsi un "bacio" bocca a bocca. Questo comportamento non cancella l'aggressione, ma ristabilisce il legame per evitare la frammentazione del gruppo.
Mediazione "femminile": Spesso sono le femmine o individui neutrali a intervenire tra due maschi in conflitto, agendo come pacieri per riportare la calma nella comunità.
A Ngogo, questi meccanismi sono falliti perché la polarizzazione è stata più forte della cura.
Perché questa storia ci riguarda
Questa tragedia scuote le fondamenta dell'antropologia. Ci dice che la polarizzazione e l'odio possono nascere anche senza ideologie, semplicemente dal fallimento della coesione sociale. Se la biologia ci mostra la radice del conflitto, ci ricorda anche che la pace non è uno stato naturale garantito, ma un equilibrio fragile che va alimentato ogni giorno con gesti quotidiani di riconoscimento reciproco.
Non siamo così diversi da loro. Guardare a questa guerra nella foresta deve portarci a riflettere su quanto sia prezioso, e quanto vada difeso con la mediazione e la vicinanza, ogni legame che tiene insieme la nostra società.
La tragedia di Ngogo ci lascia con una domanda scomoda: se persino i nostri parenti più prossimi possono scivolare nell'abisso della guerra civile per la semplice erosione della fiducia, quanto è sottile il ghiaccio su cui cammina la nostra civiltà?
La pace non è l'assenza di conflitto, ma la presenza costante della cura. Spulciarsi, abbracciarsi, riconoscersi: sono questi i gesti che impediscono alle foreste — e alle città — di bruciare. Restiamo umani, restiamo uniti, prima che il confine tra 'noi' e 'loro' diventi una trincea insuperabile."
Fonte scientifica:Sandel, A. A., et al. (2026). "The breakup of the Ngogo chimpanzee community: A case study of social polarization and conflict." Science.