Oggi facciamo controinformazione restituendo dignità alle partigiane dimenticate che hanno versato il proprio sangue per la democrazia, usando il proprio corpo e la propria emarginazione come un’arma politica contro il fascismo.
Sotto il regime di Pinochet, l’omofobia e la transfobia erano politiche di Stato. Le persone trans subivano il “triplo castigo”: venivano cacciate per le strade, brutalizzate dalla polizia, torturate e fatte sparire nei centri di detenzione clandestini, mentre la stampa di regime le dipingeva come “feccia”. Ma la resistenza queer cilena era nata prima del golpe. Il 22 aprile 1973, sulla Plaza de Armas di Santiago, un gruppo di travestis e gay poveri guidò la prima storica protesta LGBTQI+ dell’America Latina — Las Locas del 73 — per rivendicare il diritto di esistere alla luce del sole. Quando pochi mesi dopo i carri armati rovesciarono la democrazia, quelle stesse donne non scelsero di fare le vittime: scelsero la militanza attiva nella resistenza clandestina.
La verità storica: le case delle trans come rifugi della lotta armata
Durante gli anni di piombo cileni, i giovani guerriglieri del Frente Patriótico Manuel Rodríguez (FPMR) trovarono alleate insospettabili proprio nei quartieri popolari dove sopravvivevano le travestis. Le donne trans misero a repentaglio la propria vita trasformando le loro stanze e soffitte in rifugi sicuri per i partigiani feriti e in veri e propri depositi logistici per armi e munizioni.
I servizi segreti della dittatura, accecati dal loro stesso machismo e perbenismo, consideravano le persone trans come “esseri inferiori e invisibili”. Non potevano nemmeno concepire che una parte dell’opposizione armata si nascondesse proprio nelle loro case. Le travestis cilene sfruttarono questo pregiudizio militare per fare da scudo, trasportare messaggi in codice e coprire la pianificazione dell’attentato reale a Pinochet del settembre 1986. Hanno difeso la democrazia quando lo Stato le voleva morte.
Hilda Peña “La Francesa”: l’amore e il lutto negato di una madre trans
Se la guerriglia ci mostra la militanza sul campo, la realtà cilena ci consegna la storia universale di Hilda Peña, detta La Francesa.
Hilda era una parrucchiera trans che scelse di raccogliere un neonato abbandonato e di crescerlo come figlio suo, amandolo fuori da ogni canone burocratico, sfidando l’illegalità a cui le destre condannavano i corpi non conformi.
Nel 1993, durante uno scontro a fuoco ereditato dagli strascichi della dittatura, quel figlio fu ucciso. A Hilda Peña il sistema neoliberista e clerico‑fascista negò persino il diritto di piangerlo, rifiutandosi di riconoscerla ufficialmente come madre. La sua figura è il simbolo della maternità queer: un atto di amore clandestino che l’estrema destra e le sette fondamentaliste continuano a voler cancellare.
L’invito alla cultura: “Tengo miedo torero”
Questa pagina di verità storica è stata immortalata dal genio di Pedro Lemebel, scrittore e attivista queer cileno che visse quegli anni in prima persona.
Il suo romanzo capolavoro Tengo miedo torero (in Italia Ho paura torero) e il film omonimo del 2020 raccontano questa epopea attraverso il personaggio simbolico della Loca del Frente.
Il mio invito militante per questo Pride 2026 è di leggere questo libro o vedere il film: è un dovere morale per capire come l’identità di genere possa diventare una trincea politica contro una dittatura.
Il filo con il presente: l’asse reazionario globale e le teocrazie evangeliche
La memoria delle partigiane trans cilene parla direttamente alla nostra attualità. La dittatura cilena applicava un modello neoliberista feroce, coprendo la distruzione dei diritti sociali con la retorica dell’ordine morale, del nazionalismo e della “famiglia tradizionale”.
È lo stesso schema che vediamo replicato oggi dall’asse dell’estrema destra mondiale. Dai movimenti nazionalisti europei alle lobby confessionali nordamericane, la strategia è identica: individuare le minoranze LGBTQI+ come nemico pubblico per nascondere l’impoverimento della popolazione.
Le organizzazioni evangeliche fondamentaliste investono milioni per finanziare campagne anti‑genere, censurare l’educazione all’affettività e colpire le famiglie omogenitoriali. Nei talk show e nei parlamenti assistiamo alla normalizzazione di un vocabolario violento, in cui esponenti ultraconservatori negano le discriminazioni sostenendo che “le minoranze hanno fin troppi diritti”.
Ma la storia reale delle travestis di Santiago ci lascia una lezione eterna: i nostri corpi non si faranno mai addomesticare. Ieri contro le armi dei dittatori, oggi contro l’alleanza tra reazionari e fondamentalismi religiosi, la nostra esistenza è guerriglia culturale.
— vanessa mazza TLGBQI+
- L'inchiesta sul "Dark Money" fondamentalista: Per analizzare i dati globali sui finanziamenti milionari che sostengono l'asse reazionario e le campagne anti-genere citate, si rimanda alla grande investigazione internazionale di openDemocracy.
- I flussi finanziari delle lobby ultra-conservatrici: I monitoraggi economici completi sull'industria dell'odio e sulla censura dei diritti civili sono consultabili nei report analitici del Global Philanthropy Project (GPP).
- Rapporti e tutele internazionali: I dati e le statistiche globali sulle discriminazioni sistemiche e sullo stato dei diritti delle persone trans sono aggiornati annualmente da ILGA World.







