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martedì 14 luglio 2026

🌈🔥 Il tradimento del privilegio e la rinascita di un mito: dopo 60 anni la verità di Tulio Carella torna a fare paura

Fotografia in bianco e nero del 1956 che ritrae il drammaturgo argentino Tulio Carella in camicia bianca mentre si annoda la cravatta scura guardando di lato.
: Tulio Carella a Buenos Aires nel 1956, l'anno della pubblicazione di "Tango. Mito y esencia". Un'immagine diventata simbolo della sua magnetica modernità. 🌈🔥

Nel 1956 la foto-simbolo di un’eleganza magnetica. Nel 1968 la censura e il carcere in Brasile per il romanzo clandestino Orgía. Oggi, il recupero editoriale in lingua originale restituisce giustizia a un’icona della nostra genealogia queer.

Ci sono frammenti di storia che il patriarcato e le dittature tentano di seppellire con ogni mezzo, terrorizzati dalla loro carica sovversiva. Ma la memoria storica non è un archivio polveroso: è un’arma politica, e prima o poi i nodi tornano al pettine.

🌈🔥 1956: La promessa clandestina di un volto

In questi giorni, sui canali dell’attivismo letterario e queer, è tornata a circolare con la forza di un incendio una splendida fotografia del 1956. Ritrae il drammaturgo, saggista e intellettuale argentino Tulio Carella in tutta la sua sfrontata, fiera e modernissima bellezza.

Quello scatto, realizzato a Buenos Aires proprio nell’anno in cui Carella pubblicava il suo saggio politico Tango. Mito y esencia, sembrava contenere una promessa clandestina: la promessa di un uomo che, di lì a poco, avrebbe abbandonato la fortezza del privilegio maschile ed eteronormativo per bruciare la propria vita nei margini del desiderio.

🔥 1968: Il confino della carne e lo scandalo di Recife

Copertina del libro Orgía di Tulio Carella, edizione Mansalva. Sullo sfondo color seppia c'è il profilo dello scrittore e sopra spicca il titolo "ORGÍA" in lettere grandi di colore rosa.

  • La copertina ufficiale di "Orgía" (Editorial Mansalva), la prima storica traduzione in lingua spagnola dei diari clandestini di Carella a Recife.

Il vero cortocircuito intimo e politico si consuma nel 1960.

Carella si trasferisce a Recife, nel nord-est del Brasile, per insegnare teatro. È in quel porto carnale, tra i corpi non conformi e la violenza strutturale di una società classista e razzista, che l’intellettuale borghese crolla e si risignifica.

Sotto lo pseudonimo di Lucio Ginarte, Carella affida alle pagine di un diario intimo la cronaca febbrile, esplicita e militante dei suoi incontri homoerotici. Nel 1968, quel materiale incandescente diventa un caso letterario dirompente: viene pubblicata in Brasile la prima edizione in portoghese di Orgía, un romanzo che ficcionalizza quei diari e squarcia il velo di ipocrisia della sociologia sudamericana.

La risposta del potere fu immediata e spietata. Carella subì la persecuzione del regime militare brasiliano, l’arresto, il carcere e la tortura. Il libro fu messo all’indice, censurato, ricacciato nell’ombra della clandestinità.

📚 Mansalva e l’archeologia queer: la rinascita di Orgía

Ma i corpi e le parole che hanno fatto la rivoluzione non si cancellano. A distanza di quasi sessant’anni da quella brutale censura, la giustizia letteraria ha finalmente fatto il suo corso.

L’innovativa casa editrice argentina Mansalva ha pubblicato per la prima volta la traduzione ufficiale in spagnolo di Orgía, recuperando il testo direttamente dai manoscritti originali dell’autore.

Non si tratta di una semplice operazione editoriale per collezionisti. Questa pubblicazione è un vero atto di insubordinazione politica: restituire la voce a Tulio Carella nella sua lingua natia significa strapparlo dalle mani dei carnefici e ricollocarlo nel posto che merita — quello di una madre putativa e di un padre ribelle della nostra cultura trans, travesti e omosessuale globale.

✊🏾🌈 Dalla periferia alla barricata

Quando oggi guardiamo quel volto del 1956, incorniciato dagli emoji dell’orgoglio (🌈🔥), capiamo che la lotta delle persone queer non è una moda passeggera, ma una tradizione antica, radicata e feroce.

Carella ha pagato con la vita e l’esilio il diritto all’autenticità. Dalle Travestis di Rio de Janeiro ai Femminielli dei Quartieri Spagnoli di Napoli, il filo rosso della resistenza non si spezza.

Tulio Carella ha usato la sua penna per smantellare la cultura del possesso patriarcale. E noi, dalle pagine di questo blog e dalle piazze del nostro attivismo, continueremo a difendere quella stessa identica barricata.

Non arretreremo di un millimetro. Ieri, oggi, sempre. ✊🏾🏳⚧🏳🌈

— vanessa mazza TLGBQI+

Le fonti ufficiali dell'articolo:

✊🏾🏳️‍⚧️ Militanza, arte e resistenza: l’addio a Gilda Love, un secolo di trasformismo queer

Ritratto fotografico a colori in primo piano di Gilda Love. L'artista posa sorridente su sfondo nero, sfoggiando un'enorme parrucca arancione cotonata con un fermaglio a fiore di strass. Indossa un abito di paillettes argentate, una vistosa stola di piume rosse e fucsia e grandi orecchini pendenti, mentre tiene una sigaretta accesa tra le dita.

L'inconfondibile magnetismo e la classe di Gilda Love: uno scatto che cattura l'essenza di un'artista che ha fatto della visibilità e dello sfarzo la sua forma più radicale di resistenza.


Ci sono vite che non attraversano la storia: la
sconvolgono. Con il colore, il rimmel, la fame, la povertà e l’ostinazione di esistere.

Domenica, a Barcellona, si è spenta a 100 anni Gilda Love (Eduardo Enrique Gustavo Rondón Gallardo). Non perdiamo solo un’artista: perdiamo un pezzo vivente della memoria queer internazionale.

Dalla Legione al cabaret: la fuga dal fascismo franchista

Nata a Cadice nel 1925, Gilda ha conosciuto la dittatura di Franco, la fame, la repressione e il machismo di uno Stato che criminalizzava ogni identità non conforme. Dopo l’esperienza traumatica nella Legione spagnola come paracadutista, la sua rinascita avvenne in Francia. A Parigi, tra le luci del cabaret Madame Arthur, scelse il nome che l’avrebbe resa immortale, ispirandosi a Rita Hayworth. Il trasformismo, lì, non era intrattenimento: era libertà. Era resistenza.

L’anima del Raval: visibilità come atto politico

Negli anni ’60 si stabilì nel Raval di Barcellona, allora chiamato con disprezzo barrio chino. In mezzo a sex worker, emarginati e ribelli, Gilda divenne un faro culturale del Paral·lel. Le leggi franchiste contro “vaghezza e malavita” tentavano di cancellare i corpi trans e travestiti. Lei rispondeva con la visibilità. Il documentario Cantando en las azoteas (2022) ha mostrato al mondo la sua vita quotidiana: povera, dignitosa, ostinata, luminosa.

Un filo rosso che arriva fino a noi

La morte di Gilda Love ci ricorda che la nostra liberazione non nasce a Stonewall: nasce nei cabaret europei, nei teatri di rivista, nei femminielli di Napoli, nelle transformistas che pagavano con l’esilio la propria autenticità. Oggi, mentre crescono le ostilità istituzionali e il fango mediatico della destra identitaria, la sua lezione è semplice e radicale: la nostra esistenza è politica.

Gilda ha resistito un secolo senza chiedere permesso. Da quella stessa barricata, continuiamo a camminare. Buon viaggio, Gilda. La tua memoria è la nostra rivoluzione. ✊🏾🏳️‍⚧️🏳️‍🌈

— vanessa mazza TLGBQI+

Fonti e Approfondimenti
  • Per approfondire la vita e la scomparsa di Gilda Love:
    • Consulta la pagina enciclopedica di Wikipedia dedicata alla biografia di Gilda Love.
  • Sulla storia del documentario che racconta la sua resistenza quotidiana:

lunedì 13 luglio 2026

La storia queer non comincia a Stonewall: Harlem, Rio, Napoli e Milano prima della rivolta

Copertina in bianco e nero che mostra il female impersonator Francis Renault in posa sotto un riflettore circolare, con un sontuoso abito lungo di raso chiaro e grandi boa di piume scure. In basso compare la scritta in inglese sui drag party degli anni '30.
L'impatto visivo di Francis Renault in uno scatto d'epoca: la dimostrazione di come lo sfarzo e l'arte fossero già forme radicali di espressione e sopravvivenza decenni prima del 1969.

La narrazione mainstream della liberazione LGBTQIA+ ha un vizio di forma: fa iniziare tutto nella notte del 28 giugno 1969, a Greenwich Village. Ma la verità storica è più ampia, più complessa e soprattutto più antica. Decenni prima dei moti di Stonewall, la storia era già in movimento ad Harlem, a Rio de Janeiro, nei vicoli di Napoli e nei locali milanesi. Comunità queer nere, latine e italiane hanno costruito spazi di libertà molto prima che la ribellione diventasse un simbolo globale.

Harlem: la rivoluzione prima della rivoluzione

Ritratto fotografico d'epoca in bianco e nero degli anni '20 del female impersonator Karyl Norman, noto come The Creole Fashion Plate. L'artista posa di profilo mostrando un elegante abito da sera scintillante ricamato di perline, un taglio di capelli corto a caschetto ondulato e una stola chiara sulla spalla. In basso a destra è presente una dedica autografa a inchiostro.
Il leggendario Karyl Norman, celebre con lo pseudonimo di "The Creole Fashion Plate", in uno scatto degli anni '20 con dedica autografa: un'icona di stile e sartorialità nel vaudeville americano.

Negli anni ’20 e ’30, mentre l’America bianca si aggrappava alla morale puritana, Harlem viveva la sua stagione più radicale: la Pansy Craze.

I club sotterranei e gli speakeasies del proibizionismo diventavano palcoscenici di espressione di genere, dove migliaia di persone si riunivano per assistere ai balli dell’Hamilton Lodge, nati addirittura a fine Ottocento.

Le fotografie d’archivio di Francis Renault e dei balli del 1928 mostrano un mondo che oggi chiameremmo “drag”, ma che all’epoca non aveva ancora quel nome. La società parlava di Female Impersonators, mentre la cultura underground usava termini come Pansies e Fairies. Come ricostruisce George Chauncey in Gay New York, la notte di Harlem non era solo spettacolo: era un’infrastruttura di sopravvivenza per chi veniva espulso dalle famiglie e perseguitato dalla legge.

Questa visibilità, però, durò poco. Con la fine del proibizionismo, la Grande Depressione e il Codice Hays, lo Stato scatenò una repressione feroce: locali chiusi, raid continui, criminalizzazione dell’impersonazione femminile. La cultura queer fu ricacciata nell’ombra fino a Stonewall.

Brasile: quando l’insulto diventa identità politica

Composizione di due immagini storiche del 1953. A sinistra una transformista in abito da sera lungo sul palco di un teatro di rivista brasiliano; a destra la copertina a colori della storica rivista brasiliana Manchete del settembre 1953, che mostra il primo piano ravvicinato dell'artista truccata con gioielli
A destra, la storica copertina della rivista brasiliana "Manchete" del settembre 1953 dedicata al fenomeno delle transformistas nel teatro di rivista: un'attestazione di visibilità immensa prima che la strada imponesse la risignificazione politica della parola "Travesti".

Negli stessi decenni, dall’altra parte dell’Atlantico, il Brasile stava costruendo la propria storia di resistenza. Nel teatro di rivista, gli artisti venivano chiamati Transformistas: un linguaggio tollerato finché confinato sul palco.

Fu nelle strade che avvenne la svolta. Per anni, la parola Travesti fu usata come insulto poliziesco per criminalizzare i corpi non conformi. La comunità brasiliana ha compiuto un atto politico straordinario: ha strappato quel termine dalle mani del potere e lo ha trasformato in un’identità radicale, fiera, anticoloniale. Oggi Travesti è una dichiarazione politica, non un’etichetta medica.

Italia: trasformismo, femminielli e il confino fascista

Fotografia storica in bianco e nero di un gruppo di femminielli napoletani sorridenti durante una festa comunitaria privata, con abiti ed elementi floreali, simbolo della cultura queer tradizionale a Napoli.
Uno scatto d'archivio che testimonia la socialità, l'espressività e la resilienza della comunità dei femminielli a Napoli nel corso del Novecento, un'identità radicata nei quartieri popolari che ha resistito ai tentativi di repressione e cancellazione istituzionale.

Mentre a New York esplodeva la Pansy Craze, l’Italia viveva la dittatura fascista, ossessionata dalla “virilità della razza”. Eppure, le crepe nel muro esistevano.

A Napoli, Raul Paganelli — in arte Enigma — portava sul palco un trasformismo dirompente. Nei quartieri popolari, la figura del Femminiello era parte integrante della vita sociale, rispettata e riconosciuta.

Il fascismo tentò di cancellare questa realtà con la violenza. Tra il 1936 e il 1940, circa trecento persone omosessuali e identità effeminate furono arrestate e mandate al confino nelle isole Tremiti.

Fotografia d'epoca in bianco e nero e virata seppia che mostra la colonia di confino coatto delle isole Tremiti a San Domino durante il ventennio fascista. Si vedono i grandi storici cameroni e alcune sagome di confinati che camminano nel piazzale esterno sotto la sorveglianza del regime.
I cameroni di San Domino alle isole Tremiti durante il ventennio fascista: qui il regime deportò centinaia di omosessuali e femminielli, creando involontariamente la prima comunità interamente queer d'Italia.

Il regime voleva punirle: creò invece la prima comunità interamente queer della storia italiana.

Le madri della nostra cultura: dalle Sorelle Bandiera a Luxuria

Fotografia storica in bianco e nero dello storico trio comico en travestì Le Sorelle Bandiera, composto da Tito LeDuc, Neil Hansen e Mauro Bronchi. Posa teatrale ed espressiva con vistose parrucche cotonate, collane di perle, orecchini pendenti e guanti eleganti.

Le Sorelle Bandiera (Tito LeDuc, Neil Hansen e Mauro Bronchi) in uno scatto d'epoca: l'ironia sfrontata che scardinò l'eteronormatività dei sabati sera televisivi italiani.
Negli anni ’70, le Sorelle Bandiera portarono il travestimento in prima serata Rai, scardinando l’eteronormatività del sabato sera.

Vladimir Luxuria raccolse quel testimone, trasformando l’arte in militanza e diventando la prima donna trans a sedere nel Parlamento europeo.

Milano: la memoria viva del trasformismo

Fotografia in bianco e nero in primo piano del trasformista Luca Magli sul palco. L'artista indossa un sontuoso abito chiaro con un enorme collo di tulle arricciato, guanti lunghi di raso bianco e un bracciale di strass luccicanti sul polso, colto di profilo mentre sorride durante un'esibizione.

Il talento e la classe di Luca Magli sul palcoscenico: un'icona del trasformismo capace di regalare spazi di pura bellezza condivisa nelle notti milanesi dei primi anni Duemila.

La storia non è solo archivio: è anche vissuto personale. Nei primi anni Duemila, le serate dell’HD Disco di Milano erano un punto di riferimento per la comunità. Lì, l’arte di Luca Magli — erede del Rics Cabaret — riportava in vita Mina, Moana Pozzi e la tradizione milanese del trasformismo. Per molte donne trans, quelle notti erano un rifugio: un luogo dove la bellezza diventava resistenza quotidiana.

Oggi, la cultura drag continua a essere una barricata visiva nel mainstream grazie a figure come le Karma B e Priscilla, che portano memoria, politica e spettacolo nelle case di milioni di persone.

Un filo rosso globale

Pansies a New York, Travestis a Rio, Femminielli a Napoli, Drag Queen a Milano: il nucleo della lotta è lo stesso. Il machismo strutturale teme chi rifiuta i privilegi della mascolinità per abbracciare ciò che la società ha sempre definito “sottomesso”.

L’arte di sconvolgere il genere non è una moda importata dall’America: è una tradizione antica, radicata, globale. Onorare le nostre madri, sostenere le nostre sorelle e occupare lo spazio pubblico è un dovere politico. Abbiamo sempre abitato i margini. Dai margini abbiamo sempre costruito la rivoluzione.

✊🏾🏳️‍⚧️🏳️‍🌈 By Vanessa Mazza, TLGBQI+

📚 Fonti e Approfondimenti

  • Sulla storia e la terminologia della Pansy Craze:
  • Sulla persecuzione queer in Italia e il confino fascista:
    • Leggi la ricostruzione storica dell'isola dei femminielli alle Tremiti su Focus.it: focus.it
    • Sul panorama del drag italiano storico e moderno: Consulta i dettagli del testo storico-politico "Drag Italia. Storie e sogni di ieri e di oggi" di Stefano Mastropaolo (24 ORE Cultura, 2025): 24orecultura.com

sabato 11 luglio 2026

Il tradimento del privilegio: perché il patriarcato odia le donne trans

https://en.wikipedia.org/wiki/Transmisogyny

  1. Uscire dall'ombra del pregiudizio e della clandestinità: l'affermazione della propria identità è il primo, radicale atto di insubordinazione contro il patriarcato.

Ci sono risvegli che portano una lucidità politica spietata.

Questa notte il mio inconscio ha messo in scena la realtà nuda della nostra oppressione, costringendomi a una domanda che troppi governi evitano: come può una società pretendere pace e prosperità se una parte dei suoi cittadini è condannata alla clandestinità, al rifiuto familiare e alla precarietà lavorativa? La verità è semplice: non esiste pace sociale dove l’esistenza delle persone trans è trattata come un crimine ideologico.

Ma in quel sogno c’era un dettaglio che merita di essere analizzato con gli strumenti della sociologia di genere: l’asimmetria della violenza. Perché il fango mediatico, il panico morale e l’efferatezza dei crimini d’odio colpiscono in modo così sproporzionato le donne trans? Perché il mondo sembra ossessionato da chi transita verso il femminile, mentre gli uomini trans vengono spesso resi invisibili?

La risposta è nel cuore del machismo strutturale.

La lente di Julia Serano: la transmisoginia

Per nominare questa violenza mirata dobbiamo affidarci alla biologa e teorica transfemminista Julia Serano, che nel suo saggio Whipping Girl (2007) ha coniato un termine fondamentale: transmisoginia.

Serano spiega che il sessismo occidentale si regge su due pilastri:

  • Sessismo tradizionale: la convinzione che la mascolinità sia superiore alla femminilità.

  • Sessismo opposizionale: l’idea che “maschio” e “femmina” siano categorie rigide, immutabili e reciprocamente esclusive.

Quando una donna trans afferma la propria identità, fa saltare entrambi i pilastri. E la punizione del patriarcato è immediata.

Il “delitto” di rinnegare il potere del fallo

Nelle società modellate sul privilegio maschile, la mascolinità cisgender rappresenta l’apice del potere e dello status. Quando un uomo trans transita verso il maschile, il patriarcato — nella sua ottica distorta — interpreta quel gesto come un “salire” verso il genere privilegiato. Gli uomini trans subiscono discriminazioni feroci, ma non innescano nel maschio cis quel senso di minaccia esistenziale che scatena la violenza contro le donne trans.

Perché per il machismo strutturale, la transizione di una donna trans è il tradimento supremo.

Agli occhi del patriarcato, una donna trans rinnega volontariamente il “privilegio dei dominatori” per abbracciare l’identità dei “dominati”. Sceglie di spogliarsi del potere maschile per assumere una femminilità che la cultura maschilista considera debole, frivola, inferiore. Questo manda in cortocircuito la mente del carnefice: il rifiuto della mascolinità viene percepito come un insulto diretto all’ordine naturale delle cose.

Corpi da usare, esistenze da punire

Come teorizzato da Serano, la cultura dominante risponde a questo “tradimento” iper-sessualizzando e disumanizzando le donne trans. Se hai osato abbandonare la fortezza del privilegio maschile, allora — secondo la logica patriarcale — meriti di essere degradata a “puro corpo”, ridotta a feticcio o a minaccia sociale.

I dati epidemiologici globali, come quelli del Williams Institute della UCLA School of Law, confermano questa analisi: le donne trans, soprattutto se migranti, nere o sex worker, affrontano livelli di violenza fisica e omicidi infinitamente più alti rispetto al resto della comunità LGBT+. Una violenza che conserva una matrice sadica e punitiva. Il messaggio dei carnefici è chiaro: chi rifiuta la mascolinità deve pagare con la marginalizzazione o con la vita.

La nostra esistenza è l’antidoto

I sogni non mentono. Ci ricordano che la lotta delle persone trans non è un capriccio identitario: è la minaccia più radicale alle fondamenta del patriarcato.

Finché la femminilità sarà considerata un disonore per chi nasce con un corpo maschile, finché l’autodeterminazione sarà vista come una minaccia, finché la nostra vita sarà trattata come un terreno di punizione,

la nostra esistenza rimarrà un atto di insubordinazione politica.

Non stiamo chiedendo il permesso di esistere. Stiamo smantellando, pezzo dopo pezzo, la cultura del possesso e del privilegio maschile.

E da questa barricata, sorelle mie, non arretreremo di un millimetro.

By Vanessa Mazza, TLGBQI+ — luglio 11, 2026 🕯️✊🏾🏳️‍🌈🏳️‍⚧️
Fonti e Approfondimenti
  • Sulla teoria della transmisoginia:
    • Scopri l'analisi originale di Julia Serano sul concetto di transmisoginia e sessismo tradizionale su Juliaserano.com.
    • Leggi l'approfondimento sull'impatto culturale del libro 'Whipping Girl' nell'intervista di Julia Serano sul The New York Times.
  • Sui dati statistici della violenza di genere:

giovedì 9 luglio 2026

✒️ Se la civiltà diventa “indottrinamento”: il paradosso della destra sui corsi anti-discriminazione a Milano

Fotografia di una folla festosa al Milano Pride davanti all'Arco della Pace. In primo piano coppie e amici si abbracciano sorridendo, circondati da grandi bandiere rainbow e trans che sventolano sotto un cielo al tramonto.
La piazza del Milano Pride davanti all'Arco della Pace: la risposta più bella di una città aperta, inclusiva e democratica contro chi vorrebbe alzare nuovi muri di intolleranza.

A Palazzo Marino si consuma l’ennesimo cortocircuito culturale: ciò che dovrebbe essere ovvio viene improvvisamente dipinto come sovversivo. Il Consiglio Comunale di Milano ha approvato una delibera di civiltà: un piano di formazione obbligatoria per prevenire e contrastare le discriminazioni, rivolto a tutti i dipendenti comunali che lavorano a contatto con il pubblico, inclusa la Polizia Locale.

Una misura di buon senso, perfettamente in linea con l’articolo 3 della Costituzione: garantire che chi rappresenta lo Stato tratti ogni cittadino con pari dignità.

Eppure, come un riflesso condizionato, è arrivata la protesta della Lega e della destra identitaria. La parola d’ordine? “Indottrinamento”.

🔍 Il grande inganno delle parole ribaltate

L’accusa è talmente paradossale da risultare quasi comica. Quale sarebbe questo presunto indottrinamento? Spiegare a un agente di non umiliare una persona trans, di non ignorare una coppia omogenitoriale, di non trattare un cittadino straniero come un sospetto per definizione? Questa non è propaganda. Questa è educazione civica. Questa è professionalità.

La retorica dell’“indottrinamento” rivela un’ironia politica profonda: a gridare allo scandalo sono spesso gli stessi ambienti che difendono con fervore dogmi religiosi, moralismi di facciata e modelli culturali rigidi. Quando chi ha costruito la propria identità politica sul catechismo accusa altri di manipolazione ideologica, la critica perde peso e diventa quasi un autogol.

📚 A cosa serve davvero l’ora di religione?

Se insegnare il rispetto delle minoranze è “lavaggio del cervello”, allora dovremmo interrogarci su ben altre istituzioni. L’ora di religione cattolica nelle scuole pubbliche — finanziata dallo Stato e basata su programmi stabiliti da una gerarchia ecclesiastica — non viene mai definita indottrinamento. Il catechismo va bene. La Costituzione, invece, no.

La destra continua a mostrarsi allergica all’evoluzione culturale della società. Per loro, formare un dipendente pubblico a riconoscere fragilità sociali e a evitare abusi verbali significa “cedere all’ideologia”. In realtà, significa ridurre conflitti, prevenire ricorsi, costruire una città più sicura per tutte e tutti.

🌉 Costruire ponti contro chi alza muri

Mentre la propaganda reazionaria inventa minacce inesistenti per alimentare paura e divisione, Milano sceglie un’altra strada: quella della responsabilità istituzionale. Insegnare il rispetto non cancella le differenze: impedisce che diventino strumenti di esclusione, violenza o mobbing. Le nuove generazioni hanno bisogno di modelli di inclusione, non di predicatori d’odio arroccati sui propri privilegi.

Chi si oppone alla formazione antidiscriminatoria non difende la libertà: difende i propri pregiudizi. Ma la storia non aspetta nessuno. E i diritti non si fermeranno davanti alla paura del futuro.

— vanessa mazza TLGBQI+

Fonti e Approfondimenti
  • Sulla cronaca e le reazioni politiche della delibera:
    • Leggi la notizia su Gay.it — Articolo completo sulla polemica dei corsi anti-discriminazione approvati a Milano.
    • Leggi la notizia su MilanoToday — Discussione, commenti e dettagli del provvedimento approvato dal Consiglio Comunale.
  • Sull'iter della delibera in Consiglio Comunale: