Translate

venerdì 6 febbraio 2026

L’omosessualità è africana. L’omofobia è coloniale. Una storia che molti fingono di non conoscere

Incisione simbolica ispirata alle arti rupestri africane: una memoria immaginata che restituisce verità negate e riporta alla luce ciò che la colonizzazione ha provato a cancellare.


L’idea che l’omosessualità sia “non africana” è una delle più grandi falsificazioni prodotte dalla colonizzazione europea. Non nasce dalla storia del continente, ma dai codici morali e penali importati da potenze cristiano‑vittoriane che, tra XIX e XX secolo, imposero nuove categorie di peccato, devianza e punizione. Prima dell’arrivo dei colonizzatori, l’Africa era attraversata da una pluralità di ruoli di genere, relazioni affettive e pratiche sessuali che oggi definiremmo queer. Non erano identiche alle categorie occidentali contemporanee, ma esistevano, erano riconosciute e spesso integrate nella vita sociale, spirituale e politica delle comunità.

Ricostruire questa storia non è un esercizio accademico: è un atto di restituzione. È un modo per spezzare la narrativa coloniale che ancora oggi alimenta discriminazione, violenza e leggi disumane in molti Paesi africani.

Identità e ruoli queer nelle società africane pre‑coloniali
Il Buganda e il re Mwanga II

Nel regno del Buganda (attuale Uganda), il re Mwanga II (fine XIX secolo) aveva relazioni con uomini della sua corte. Non era considerato un tabù: era parte della vita di palazzo. Saranno i missionari europei a trasformare queste pratiche in “peccato” e “crimine”, introducendo leggi punitive che ancora oggi sopravvivono nei codici ugandesi.

Le donne Igbo e i matrimoni tra donne

Nelle società Igbo (Nigeria), esisteva la figura della female husband: una donna che sposava un’altra donna per ragioni economiche, familiari o affettive. Non era percepito come un “matrimonio queer” nel senso moderno, ma dimostra che le relazioni tra donne erano socialmente riconosciute e strutturate.

I yan daudu dell’area Hausa

Nell’Africa occidentale islamizzata, in particolare tra gli Hausa, i yan daudu erano uomini effeminati che partecipavano a rituali, danze e attività comunitarie. Erano figure note, integrate e spesso rispettate. Saranno i coloniali britannici a criminalizzare la loro esistenza.

I sangoma dell’Africa australe

Tra gli Zulu e altre popolazioni dell’Africa australe, alcuni guaritori spirituali (sangoma) erano persone che oggi definiremmo queer o gender‑nonconforming. La loro identità era considerata un segno di chiamata spirituale, non una devianza.

Differenze di genere e sistemi non binari

Molte società africane non erano organizzate secondo il binarismo rigido maschio/femmina imposto dall’Europa cristiana.

In alcune culture, il genere era definito dal ruolo sociale, non dai genitali.


In altre, esistevano categorie intermedie o fluide.


In molte comunità, la spiritualità riconosceva identità “doppie”, “miste” o “trasformative”.

Il colonialismo ha cancellato questa complessità imponendo un modello binario, patriarcale e moralista che non apparteneva al continente.

La colonizzazione dell’intimità: come l’Europa ha imposto l’omofobia

Le leggi anti‑omosessuali oggi presenti in molti Paesi africani non sono “tradizionali”: sono copie quasi letterali dei codici penali britannici, francesi, portoghesi e belgi del XIX secolo.

L’articolo 162 del codice penale ugandese deriva dal Offences Against the Person Act britannico del 1861.


Le leggi nigeriane contro le “relazioni innaturali” sono eredità dirette dell’amministrazione coloniale.


In Kenya, Zambia, Malawi e Tanzania, le norme anti‑sodomia sono ancora quelle introdotte dai governatori britannici.

L’omofobia non è un’eredità africana: è un’eredità coloniale.

La tragedia contemporanea: religioni importate e politici criminali

Oggi, in molte regioni del continente, la violenza contro le persone LGBTQIA+ è alimentata da due forze principali:

Religioni importate che predicano odio.

Missionari evangelici statunitensi, gruppi fondamentalisti europei e chiese pentecostali estremiste diffondono una teologia dell’odio che non ha radici nelle spiritualità africane tradizionali. Predicano la paura, la colpa, la punizione. E trovano terreno fertile dove la povertà e la disuguaglianza creano bisogno di capri espiatori.

Politici che usano la discriminazione come arma

In Uganda, Ghana, Nigeria e altri Paesi, leader autoritari sfruttano l’omofobia per:

distogliere l’attenzione da corruzione e crisi economiche


consolidare potere e consenso


creare un nemico interno da perseguitare

Le leggi anti‑LGBTQIA+ non proteggono nessuno: servono solo a controllare, intimidire e uccidere.

Restituire la storia, restituire dignità

Raccontare la storia queer africana significa rompere un incantesimo coloniale. Significa dire, con lucidità e fermezza, che l’Africa non è mai stata il continente dell’odio: è stata resa tale da poteri esterni e da élite interne che hanno scelto la violenza come strumento politico.

La verità è semplice e luminosa:

L’omosessualità è africana.
 La diversità è africana.
 La pluralità è africana.

A non essere africane sono le leggi che uccidono, le religioni che incitano all’odio, i governi che trasformano la vita delle persone queer in un campo di caccia.

Restituire questa storia significa restituire dignità. E ogni parola che scriviamo, ogni gesto che compiamo, è un atto di memoria e di resistenza.

Luce — vanessa mazza TLGBQI+ Firmo Luce perché la verità non ha bisogno di rumore: ha bisogno di chiarezza.

Xica Manicongo Una pioniera della resistenza di genere e anticoloniale (Brasile, XVI secolo)

Xica Manicongo — La prima scintilla

Arrivò in Brasile nel 1591, trascinata attraverso l’Atlantico come merce, ma nulla in Xica Manicongo apparteneva alla logica della merce. Proveniva dal Regno del Congo, da una terra dove i corpi avevano ancora un nome, un ritmo, un posto nel mondo. E quando le catene la deposero a Salvador de Bahia, Xica non lasciò che il potere coloniale decidesse chi doveva essere.

Camminava per le strade con il turbante delle donne della sua terra, con la stoffa che cadeva sui fianchi come un’affermazione silenziosa: io sono ciò che dico di essere. In un secolo in cui la Chiesa e la colonia pretendevano di definire ogni corpo, Xica scelse la propria identità come forma di resistenza. Non un gesto estetico, ma un atto politico. Non un capriccio, ma una dichiarazione di esistenza.

La sua presenza disturbava. Disturbava i padroni, disturbava i preti, disturbava l’ordine che voleva gli schiavi muti e i generi immobili. Xica non era né muta né immobile. Era un corpo che sfuggiva alle categorie, un corpo che ricordava alla colonia che il mondo non iniziava né finiva con il Portogallo.

La condanna arrivò rapida, feroce, esemplare. La giustizia coloniale la accusò di “sodomia”, di “scandalo”, di “disordine”. Ma ciò che davvero non potevano tollerare era la sua libertà interiore: quella libertà che nessuna catena poteva spezzare. La sentenza fu atroce: morte sul rogo, e la “disonra” estesa ai discendenti fino alla terza generazione. Un tentativo disperato di cancellare non solo una vita, ma un’eredità.

Eppure, nonostante il fuoco, Xica Manicongo non è stata cancellata. La sua storia, rimasta sepolta per secoli negli archivi inquisitoriali, oggi riemerge come un faro. È la prima travesti documentata del Brasile. È una figura pioniera della resistenza nera e queer nelle Americhe. È la prova che la rivoluzione non nasce sempre da un’arma o da un esercito: a volte nasce da un corpo che rifiuta di essere definito dal potere.

Xica non ha lasciato lettere, non ha lasciato discorsi. Ha lasciato un gesto: vivere secondo la propria verità. E quel gesto, in un mondo costruito sulla violenza coloniale, era già una rivoluzione.

Oggi, ricordarla significa restituire dignità a chi è stato cancellato. Significa riconoscere che la storia delle rivoluzioni non è fatta solo di re e generali, ma anche di corpi vulnerabili che hanno osato esistere. Significa guardare indietro per capire da dove arriva la nostra lotta.

Xica Manicongo non è un fantasma del passato. È una presenza. Una radice. Una scintilla che continua a bruciare.

Viva Xica Manicongo.

— vanessa mazza TLGBQI+

La farsa della moralità: quando il potere culturale si traveste da coscienza

J.K. Rowling 

Negli ultimi anni, J.K. Rowling è diventata una delle figure più controverse del panorama culturale globale. Non per la sua produzione letteraria, ma per l’uso politico della sua immagine pubblica. Le sue posizioni ostili verso le persone trans hanno trasformato la sua voce in un megafono per movimenti conservatori e gruppi della destra radicale, che hanno trovato in lei una testimonial “rispettabile” per legittimare agende escludenti.

Il recente clamore mediatico legato ai documenti del caso Epstein — nonostante l’assenza di prove che la colleghino direttamente al finanziere — ha rivelato qualcosa di più profondo: la fragilità strutturale della moralità performativa di certe celebrità. Basta un’ombra, un’informazione mal interpretata, un dettaglio decontestualizzato, perché la loro immagine “etica” crolli. Non perché emergano nuovi crimini, ma perché la credibilità era già incrinata dalle loro scelte politiche.

Rowling, negli ultimi anni, ha scelto di usare la sua influenza per attaccare i diritti delle persone trans, alimentando narrazioni che negano la legittimità delle identità di genere e diffondendo paure costruite. Una donna che, invece di ampliare lo spazio della solidarietà, ha tradito il genere, trasformando il corpo in frontiera anziché in alleanza. E quando una figura pubblica costruisce la propria immagine su una moralità selettiva, il terreno sotto i piedi diventa inevitabilmente instabile.

Il punto non è il caso Epstein. Il punto è ciò che questo episodio rivela: la maschera della moralità cade sempre quando è costruita contro qualcuno. Quando la propria “coscienza” serve a colpire i più vulnerabili, non è coscienza: è potere travestito da virtù.

Il caso Rowling è solo uno dei tanti esempi di un fenomeno più ampio: celebrità che predicano purezza mentre finanziano o amplificano ideologie reazionarie; figure pubbliche che si proclamano difensori della verità mentre attaccano minoranze già marginalizzate; un discorso pubblico che tollera la violenza simbolica ma si scandalizza solo quando emergono ombre più grandi.

Eppure, la verità è semplice: chi tradisce la solidarietà umana non può sostenere a lungo il peso della propria maschera morale.

— vanessa mazza TLGBQI+

Tributo ai ragazzi e alle ragazze che resistono in Iran



A chi non conosciamo per nome.
A chi non vediamo in volto.
A chi il mondo dimenticherà, ma non noi.
In Iran ci sono giovani che lottano per una libertà che non hanno mai potuto vivere davvero.
Lottano contro un’onda che sembra più grande di loro, più antica, più feroce.
Eppure continuano a muoversi, a resistere, a non scomparire.
Questa immagine non mostra i loro volti, ma racconta la loro condizione:
un’onda che minaccia di inghiottire tutto, e dentro quell’onda i segni della violenza, della repressione, del silenzio imposto.
Eppure, anche qui, c’è un simbolo che non si spegne:
la volontà di vivere, di essere, di non piegarsi.
A loro va questo tributo.
A loro va la nostra memoria.
A loro va la promessa che non saranno invisibili.

Nella verità, sempre — Luce (Vanessa)

mercoledì 4 febbraio 2026

🇷🇺 Russia: la repressione contro le persone LGBT+ entra in una nuova fase oscura

Una mappa oscurata e una mano che resiste: la repressione contro le persone LGBT+ in Russia non è solo politica, ma culturale e simbolica. Un tentativo di cancellare identità e libertà.

Il Ministero della Giustizia russo ha ufficialmente dichiarato “indesiderabile” l’ILGA World, la più grande federazione internazionale che riunisce oltre 2.000 organizzazioni LGBT+ in più di 170 paesi. Questa designazione non è solo simbolica: in Russia, collaborare con un’organizzazione “indesiderabile” può comportare fino a sei anni di carcere. Un messaggio chiaro e inquietante rivolto a chiunque difenda i diritti delle persone LGBTQIA+.

Julia Ehrt, direttrice esecutiva di ILGA World, ha definito la misura “grottesca”. E come darle torto? In un contesto dove la libertà di espressione è già fortemente limitata, questa decisione rappresenta un ulteriore passo verso la criminalizzazione dell’identità, della solidarietà e della diversità.

Ma non si tratta di un episodio isolato. Negli ultimi anni, il regime di Vladimir Putin ha intensificato una campagna sistematica contro la comunità LGBT+: libri censurati, film vietati, opere teatrali bloccate, mostre chiuse, contenuti oscurati. Le persone queer non possono riunirsi, non possono raccontarsi, non possono esistere pubblicamente.

Questa repressione non è solo politica: è culturale, sociale, simbolica. È il tentativo di cancellare ogni forma di pluralismo, di ridurre la società a un monolite ideologico fondato sulla paura e sull’omologazione.

In Europa, dove molti paesi avanzano — tra contraddizioni e conquiste — verso una maggiore inclusione, la Russia sceglie di voltare le spalle ai diritti umani. E lo fa con una violenza istituzionale che ricorda i momenti più bui della storia del continente.

Chi scrive non può che denunciare questa deriva. Non per ideologia, ma per dignità. Perché ogni persona ha diritto a vivere, amare, esprimersi e organizzarsi senza paura. E perché il silenzio, di fronte a questa repressione, sarebbe complice.


Un gesto di presenza, contro ogni silenzio. — Luce (Vanessa

martedì 3 febbraio 2026

“Il Confine Tra Democrazia e Abuso È Scritto Qui”


 L’articolo 13 della Costituzione è semplice: la libertà personale è inviolabile.

Nessuno può fermarti, perquisirti o privarti della libertà senza garanzie precise e senza un atto motivato dell’autorità giudiziaria.

È scritto così per un motivo: per impedire abusi, arbitri e derive autoritarie.

Quando si parla di “sicurezza” dimenticando questo articolo, non è sicurezza: è un altro nome per il controllo.

“Il fine settimana che abbiamo appena attraversato”


Il fine settimana appena trascorso è stato un concentrato di tutto ciò che questo mondo continua a rimuovere: diritti rimessi in discussione, vite spezzate nell’indifferenza, repressione normalizzata, verità che faticano a emergere.

In Emilia-Romagna, durante un Consiglio comunale, Costantino Righi Riva — ex candidato sindaco del centrodestra — ha dichiarato che il voto alle donne sarebbe stato un “attacco all’unità familiare”. Parole pronunciate nel 2026, mentre celebriamo gli 80 anni dell’Assemblea Costituente.

E allora la domanda diventa inevitabile, soprattutto per chi si definisce “cristiana” e “patriota”: che idea di donna avete? Una cittadina con pieni diritti, o una figura da ricondurre al ruolo domestico, come nelle distopie tipo Il racconto dell’ancella?

Perché quando si mette in discussione il suffragio femminile, non si parla solo del passato: si parla del futuro che qualcuno immagina per noi.

Nel Mediterraneo, dopo il ciclone Harry, si parla di centinaia — forse mille — persone disperse. I governi tacciono. E noi rischiamo di tacere con loro. È la stessa rimozione che attraversa Bolzaneto, la Diaz, il G8 di Genova: una memoria che riemerge solo quando serve giustificare nuove strette securitarie.

A Torino, cinquantamila persone in piazza per difendere uno spazio sociale. E come sempre, quando la partecipazione è ampia, arriva la narrazione tossica: infiltrazioni, violenti, ordine pubblico. Ma tra lacrimogeni e manganelli non c’erano solo agenti e “professionisti del disordine”: c’erano cittadini comuni, persone che erano lì per una causa legittima e che si sono ritrovate schiacciate in mezzo a un copione già scritto.

Un copione che non nasce oggi. Già negli anni Duemila, un ex Presidente della Repubblica descriveva pubblicamente una strategia basata su infiltrazioni, provocazioni, caos controllato e repressione successiva per ottenere consenso. Rileggerlo oggi fa venire i brividi.

E mentre tutto questo accade, il governo sta portando avanti un nuovo decreto in materia di sicurezza. Nel dibattito pubblico, molte voci critiche sostengono che questo provvedimento restringa gli spazi di libertà e garantisca una forma di impunità operativa alle forze dell’ordine, attraverso tutele legali e penali più ampie.

Ed è qui che nasce la domanda che in troppi evitano: perché nessuno si interroga? Perché non ci chiediamo cosa significhi vivere in un Paese dove la libertà si restringe e il controllo si allarga?

E beh… se manca l’intelligenza critica e l’empatia, tutto diventa più facile da accettare.


Dagli Stati Uniti, gli Epstein Files continuano a sollevare ombre pesanti. Alcuni materiali sono stati esclusi dagli atti ufficiali perché mostravano violenze estreme. Le email pubblicate delineano un quadro di abusi gravissimi, e resta sospesa la domanda più semplice e più scomoda: perché così pochi nomi sono stati davvero indagati? Chi ha protetto chi?

A Gaza, la situazione resta drammatica: civili che continuano a morire, ospedali al limite, blackout, nessuna tregua reale.

In Iran, la repressione non si è mai fermata. Ogni settimana arrivano notizie di nuove vittime, mentre la lotta delle donne e degli uomini iraniani continua, anche se il ciclo mediatico guarda altrove.

Negli Stati Uniti, resta aperta anche la ferita dei bambini separati dalle famiglie durante le operazioni dell’ICE: una pagina che molti artisti hanno ricordato proprio ieri sera, durante la grande festa della musica.

È stato un fine settimana che ci ricorda quanto sia fragile ciò che diamo per scontato: diritti, memoria, verità.

E quanto sia necessario restare vigili, presenti, capaci di nominare le cose anche quando fanno male.

martedì 27 gennaio 2026

Tanti auguri, Angela Davis. La tua analisi continua a guidare le lotte di oggi.🎂🍾👋


Angela Davis – un pensiero per il suo compleanno (con un giorno di ritardo)

Ieri era il compleanno di Angela Davis. Sto leggendo Donne, razza e classe e ritrovo nella sua analisi una lucidità che resta attuale. 

La sua frase più citata — “I am no longer accepting the things I cannot change, I am changing the things I cannot accept” — significa: “Non accetto più le cose che non posso cambiare, sto cambiando le cose che non posso accettare.”

Negli ultimi anni Davis ha criticato apertamente la situazione politica negli Stati Uniti, definendo questo periodo segnato da razzismo strutturale, restrizioni ai diritti civili e un clima politico sempre più polarizzato. In diverse interviste ha sottolineato che la crescita di movimenti autoritari e la criminalizzazione delle proteste mostrano quanto il Paese stia attraversando una fase “profondamente regressiva”, ma anche quanto sia necessario continuare a organizzarsi collettivamente.

Un compleanno che diventa occasione per ricordare la forza del suo pensiero critico e la necessità di non distogliere lo sguardo.

Tanti auguri, Angela Davis. La tua analisi continua a guidare le lotte di oggi.

Oggi la memoria pesa. Paura, vergogna, tristezza… sembrano un brutto sogno che ritorna, come se l’umanità non imparasse mai davvero.


La Giornata della Memoria
«L’unica via d'uscita è per il camino»: l'orrore che si fece parola
Esistono frasi che non avrebbero mai dovuto essere pronunciate. Parole che, nella loro brutale brevità, racchiudono l'essenza di un sistema progettato per annientare non solo il corpo, ma l'anima di un essere umano.

Quando i treni merci si fermavano sulla Judenrampe di Auschwitz-Birkenau, il "benvenuto" dei carcerieri era un monito agghiacciante: "Non uscirete di qui se non attraverso il camino".

La geografia del male
Questa frase non era una semplice minaccia, ma la descrizione tecnica di una catena di montaggio della morte. Il "camino" era quello dei forni crematori, l'ultimo atto di un processo di deumanizzazione che iniziava con la spoliazione dei beni e terminava con la riduzione dell'uomo in cenere.

Scrittori come Primo Levi o testimoni diretti come Liliana Segre hanno raccontato come quel fumo acre, perennemente visibile all'orizzonte del campo, fosse il promemoria costante della fragilità della vita nel lager.
Perché ricordare oggi?
Ricordare queste parole non serve a nutrire il macabro, ma a mantenere alta la guardia. La frase sul camino rappresentava il culmine di un percorso iniziato anni prima con l'indifferenza, la discriminazione e le leggi razziali.

Oggi, onorare chi è "uscito per il camino" significa:
Restituire un nome a chi era diventato solo un numero tatuato sul braccio.
Riconoscere i segnali dell'odio prima che diventino sistema.
Coltivare la memoria come antidoto all'indifferenza, quella che [Liliana Segre definisce più colpevole della violenza stessa]

Che il silenzio che segue questa frase ci aiuti a riflettere su ciò che l'uomo è stato capace di fare, affinché la "via del camino" rimanga solo un tragico monito impresso nei libri di storia.

Affinché la "via del camino" rimanga solo un tragico monito impresso nei libri di storia.
[Vanessa Mazza]

lunedì 26 gennaio 2026

Ancora una volta, l’Italia sceglie la parte sbagliata della storia


La presidente del consiglio, davanti all’ennesima follia di questo narcisista che destabilizza il mondo, decide ancora una volta di sostenerlo come alleato globale.

E non basta: rilancia perfino la candidatura di Trump al Nobel per la pace.

Pace. A lui.

È un gesto che parla da solo. Un gesto che ricorda da vicino ciò che accadeva quasi un secolo fa, quando l’Italia scelse di appoggiare la Germania nazista invece di difendere la democrazia e i diritti umani.

Oggi come allora, chi ci governa preferisce schierarsi con chi alimenta odio, violenza, suprematismo, propaganda. E lo fa fingendo neutralità, fingendo “realismo”, fingendo “interesse nazionale”.

Ma non è neutralità. È complicità.

E mentre il mondo affronta crisi, guerre, repressioni e violazioni dei diritti fondamentali, l’Italia si accoda all’estrema destra globale, scegliendo ancora una volta la parte sbagliata della storia.

Io no. Io scelgo la verità, la memoria, la dignità.

Nella verità, sempre — Luce (Vanessa)

Autoritarismo e responsabilità mediatica: il caso di Alex Pretti e la deriva della sicurezza negli Stati Uniti

Alex Pretti

La morte di Alex Pretti, 37 anni, cittadino statunitense, avvenuta durante un’operazione federale a Minneapolis, riapre un dibattito cruciale sul rapporto tra sicurezza, uso della forza e responsabilità istituzionale negli Stati Uniti. Le immagini diffuse nelle ultime ore mostrano un intervento caratterizzato da un impiego massiccio di agenti armati e da modalità operative che sollevano interrogativi sulla proporzionalità dell’azione.

Il caso ha immediatamente attirato l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale, non solo per la gravità dell’episodio, ma anche per il modo in cui viene raccontato. Alcune testate hanno adottato un linguaggio attenuato, ricorrendo a termini come “subdued” per descrivere l’intervento sugli individui presenti sulla scena. Una scelta lessicale che, nel contesto di un’operazione letale, rischia di trasformare la violenza in procedura amministrativa.

La questione centrale non riguarda solo l’operato delle forze federali, ma anche il ruolo dei media nel documentare e interpretare eventi di questa portata. In un momento storico in cui la democrazia statunitense è attraversata da tensioni profonde, la precisione del linguaggio giornalistico diventa un elemento essenziale. Minimizzare, smussare, ricorrere a eufemismi significa contribuire a una narrazione che normalizza l’uso della forza e indebolisce la capacità critica del pubblico.

Il caso Pretti si inserisce in un quadro più ampio, segnato da un crescente ricorso a operazioni di sicurezza ad alta intensità e da un dibattito politico polarizzato. Le immagini circolate in questi giorni mostrano un Paese in cui la gestione dell’ordine pubblico assume sempre più spesso tratti militarizzati, con implicazioni significative per i diritti civili e per la percezione stessa di legalità.

In questo contesto, il ruolo delle grandi testate internazionali è determinante. La credibilità del giornalismo non si misura solo nella capacità di riportare i fatti, ma anche nella scelta delle parole, nella trasparenza delle analisi, nella volontà di chiamare i fenomeni con il loro nome. Di fronte a episodi come questo, la responsabilità mediatica non è un dettaglio: è parte integrante della tenuta democratica.

Raccontare la morte di Alex Pretti significa interrogarsi sul presente degli Stati Uniti e sulle derive che lo attraversano. Significa rifiutare la normalizzazione della violenza istituzionale. Significa difendere il diritto del pubblico a una narrazione chiara, completa e non edulcorata.

Nella verità, sempre — Luce (Vanessa)

Greg Bovino: il figlio dell’emigrazione che oggi incarna la persecuzione

Il giaccone lungo, la postura da SS, lo sguardo che pretende obbedienza: Greg Bovino incarna la trasformazione dell’ICE in una milizia politica.

Il volto della paura istituzionale


Greg Bovino, 55 anni, capo dell’ICE, si presenta al mondo con un’estetica che non lascia spazio al dubbio: giaccone lungo, postura da SS, sguardo minaccioso, narcisismo esibito. Non è solo una divisa: è una messinscena del terrore.

Ogni dettaglio — dalle mostrine alle mani giunte, dalla scelta del taglio alla teatralità dello sguardo — è pensato per incutere paura. Non ai criminali, ma a chi è migrante, nero, latino, asiatico. A chiunque, a Minneapolis e altrove, rappresenti una storia diversa da quella bianca e suprematista.

Questa estetica non è casuale. È il linguaggio visivo di un potere che si nutre di intimidazione. È l’America fascista e xenofoba che Donald Trump chiama “patriottismo”.

E mentre Bovino posa davanti alle telecamere come un gerarca in cerca di applausi, l’ICE continua a produrre morte. L’ultima, solo pochi giorni fa.

Il caso più recente: un cittadino americano ucciso a Minneapolis


A Minneapolis, gli agenti federali hanno ucciso un altro cittadino statunitense durante un’operazione dell’ICE. Un uomo disarmato secondo i testimoni, un uomo che non rappresentava alcuna minaccia immediata. Un’altra vita spezzata in nome di una “sicurezza” che ormai assomiglia più a una dottrina della paura che a un servizio pubblico.

Le autorità locali hanno denunciato l’escalation di violenza. Le proteste sono esplose in strada. La Guardia Nazionale è stata mobilitata per proteggere gli edifici federali. Minneapolis è diventata il laboratorio di una militarizzazione che non guarda più in faccia nessuno: né migranti, né cittadini americani.

La contraddizione storica: il sogno americano rovesciato


Il paradosso più agghiacciante è questo: Greg Bovino è italo-americano.

I suoi antenati sbarcarono negli Stati Uniti all’inizio del Novecento, con la fame addosso e la valigia in mano. Erano migranti poveri, discriminati, spesso trattati come indesiderati. Eppure trovarono un varco, un’opportunità, un Paese che — pur tra mille contraddizioni — permise loro di sopravvivere.

Oggi, un secolo dopo, il loro discendente guida un apparato che nega ad altri quella stessa possibilità. Non è solo ipocrisia: è la fine simbolica del sogno americano. Il figlio dell’emigrazione che diventa persecutore di nuovi migranti. La memoria familiare trasformata in arma contro chi oggi attraversa frontiere con la stessa speranza disperata.

L’ICE come apparato di persecuzione

L’ICE non è più un’agenzia di controllo. È diventata una milizia politica. Un braccio armato che opera con logiche di intimidazione, spettacolarizzazione della forza, punizione esemplare.

La sofferenza non è un incidente: è un messaggio. La crudeltà non è un errore: è una strategia.

E Trump applaude. Li chiama “patrioti”. Li esalta come difensori della nazione. E con lui, anche i “patrioti” nostrani che sognano di consegnargli un Premio Nobel per la Pace.

Il fascino del peggio

Come ha scritto Tomaso Montanari: “I fascisti hanno sempre subito il fascino dei nazisti.”

Bovino lo incarna alla perfezione. Nell’estetica, nella postura, nella retorica. Nel modo in cui trasforma la paura in linguaggio politico.


La storia di Greg Bovino non è solo la storia di un uomo. È il simbolo di un Paese che ha smarrito la memoria delle proprie radici migranti. È il volto di un potere che usa la violenza come identità. È il rovescio di un sogno che, per molti, è diventato incubo.

Raccontare tutto questo non è un esercizio di indignazione. È un atto di memoria. È un dovere civile. È un modo per ricordare che nessuno dovrebbe essere perseguitato per il semplice fatto di esistere.

E che la storia — quella vera — non sta dalla parte di chi incute paura, ma di chi la attraversa e la denuncia.


Nella verità, sempre — Luce (Vanessa)

venerdì 23 gennaio 2026

🇺🇸 Quando uno Stato arresta un bambino di 5 anni, non è più un governo: è un regime


Un bambino di cinque anni, Liam Conejo Ramos, è stato detenuto dagli agenti ICE a Minneapolis mentre tornava da scuola con suo padre. Entrambi sono stati trasferiti in un centro di detenzione in Texas. Le autorità scolastiche locali confermano l’episodio e segnalano che non si tratta di un caso isolato: altri minori sarebbero stati fermati nello stesso mese.

La domanda che arriva dalle istituzioni educative è semplice e devastante: perché detenere un bambino di cinque anni? E la risposta, oggi, non può più essere cercata nelle dinamiche di un normale governo democratico. Sempre più osservatori parlano di un sistema che agisce come un regime, capace di usare la paura come strumento politico e la disumanizzazione come pratica amministrativa.

La detenzione di un bambino non è un incidente. È un segnale. Un segnale di un Paese che accetta l’idea che la crudeltà possa essere una politica pubblica. Un segnale di un potere che considera i corpi migranti — anche quelli dei bambini — come materiale sacrificabile.
✦ Perché questo caso riguarda tutti noi

Perché quando un regime normalizza l’arresto di un bambino, sta dicendo al mondo che nessun limite è più invalicabile. Perché ciò che oggi accade a Minneapolis può diventare un precedente, un modello, un’abitudine. Perché la distopia non arriva all’improvviso: si costruisce un atto alla volta, un silenzio alla volta.

Non possiamo limitarci a osservare. Non possiamo archiviare questo episodio come “un’altra notizia dagli Stati Uniti”. Dobbiamo nominarlo, denunciarlo, condividerlo, scriverne. Dobbiamo rifiutare la normalizzazione della violenza istituzionale, ovunque si manifesti.

👉 Parlatene. Scrivetene. Non lasciate che l’arresto di un bambino diventi un fatto ordinario. 
👉 Chiedete trasparenza, chiedete responsabilità, chiedete umanità.
 👉 Non lasciamo che la distopia diventi la nostra quotidianità.

giovedì 22 gennaio 2026

Massacro e resistenza: le donne curde sotto attacco


Con l’attenzione globale concentrata su altri fronti, le violenze contro le donne curde nel nord della Siria continuano quasi senza copertura mediatica.

Una combattente è stata violentata, uccisa e poi umiliata: le hanno tagliato le trecce, quelle stesse trecce che le guerriere intrecciano tra loro prima della battaglia come simbolo di unità femminile. Nella foto che circola in queste ore si vede Rami Dahsh, l’uomo che avrebbe compiuto l’atrocità, mentre sorride tenendo in mano la treccia della donna come fosse un trofeo.

 Rami Dahsh

Non è un episodio isolato. È un metodo. È la firma dell’ISIS e dei gruppi jihadisti che da anni usano il corpo delle donne come campo di battaglia. È una strategia di terrore patriarcale contro un popolo che ha osato mettere le donne al centro della rivoluzione.

Organizzazioni internazionali come Human Rights Watch, Amnesty International e diversi rapporti delle Nazioni Unite hanno documentato negli anni violenze sistematiche contro donne curde e yazide da parte dell’ISIS e di altri gruppi armati: – violenze sessuali, – esecuzioni, – rapimenti, – umiliazioni simboliche.

Gli attacchi contro donne combattenti e attiviste sono parte di una strategia più ampia volta a colpire la struttura sociale e politica del Rojava, dove le donne ricoprono ruoli centrali nelle forze di autodifesa e nelle istituzioni civili.

Nel nord-est della Siria, la rivoluzione del Rojava — fondata su democrazia dal basso, ecologia e liberazione di genere — continua a essere bersaglio di attacchi armati che colpiscono villaggi, infrastrutture civili, comunità LGBTI+ e popolazione curda. Le combattenti YPJ, simbolo globale di autodifesa femminile, resistono da anni contro ISIS, HTS e milizie sostenute dalla Turchia.

Ma le donne curde resistono. Resistono con le armi, con le comuni, con le scuole, con le assemblee. Resistono perché la loro libertà non è negoziabile. Resistono per sé, per le loro sorelle, per un mondo che ancora non le guarda.

Jin. Jiyan. Azadî. 


Donna. Vita. Libertà.

Afghanistan: la storia di Khadija Ahmadzada, l’allenatrice di taekwondo che rischia la lapidazione


Herat, Afghanistan — Khadija Ahmadzada ha 22 anni ed è un’allenatrice di taekwondo. È stata arrestata dalle autorità talebane per aver insegnato arti marziali a giovani donne, un’attività vietata dal regime dal 2021.

Secondo attiviste e fonti che stanno diffondendo la notizia sui social, la giovane rischia una condanna alla lapidazione, una delle pene più brutali ancora applicate nel Paese.

La vicenda si inserisce in un contesto di repressione sistematica contro le donne afghane, documentato da Human Rights Watch, Amnesty International e da diversi rapporti delle Nazioni Unite pubblicati tra il 2022 e il 2024.

Il “crimine”: insegnare autodifesa alle ragazze

Dopo il ritorno al potere dei Talebani, alle donne è stato progressivamente impedito di:

frequentare scuole e università,


lavorare in quasi tutti i settori,


praticare sport,


muoversi senza un tutore maschile.

In questo quadro, l’attività di Khadija — insegnare taekwondo a un gruppo di giovani allieve — è stata considerata una violazione diretta delle norme imposte dal regime.

Secondo le testimonianze circolate online, il suo arresto sarebbe avvenuto a Herat, una delle città dove la repressione è più severa.

La denuncia delle attiviste

La notizia è stata rilanciata da diverse attiviste e commentatrici internazionali, che chiedono di diffondere il caso per aumentare la pressione pubblica e mediatica. Nei post circolati su X si legge l’appello a “fare rumore” e a non lasciare che la vicenda cada nel silenzio.

Organizzazioni come RAW (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan) e reti femministe transnazionali hanno confermato che episodi simili — arresti, punizioni corporali, minacce — sono purtroppo frequenti.

Cosa dicono le fonti internazionali
ONU – Missione UNAMA


Nei rapporti annuali, la Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan documenta:

un aumento delle punizioni corporali pubbliche,


casi di lapidazione e fustigazione,


arresti arbitrari di donne che violano le restrizioni imposte dal regime,


la totale proibizione dello sport femminile.
Human Rights Watch

HRW denuncia che:

le donne sono “scomparse dalla vita pubblica”,


le restrizioni talebane costituiscono una forma di apartheid di genere,


le sportive sono particolarmente a rischio di arresto, violenza e punizioni esemplari.
Amnesty International

Amnesty ha pubblicato diversi dossier che confermano:

l’uso sistematico della violenza contro donne e ragazze,


la chiusura forzata di centri sportivi femminili,


l’arresto di allenatrici, atlete e insegnanti.

Il caso di Khadija si inserisce perfettamente in questo quadro.

Un caso simbolico della condizione femminile in Afghanistan

La storia di Khadija non è un episodio isolato. È il simbolo di una repressione che colpisce soprattutto:

studentesse,


insegnanti,


attiviste,


sportive,


donne che cercano autonomia.

Il suo nome è diventato un punto di riferimento per chi denuncia la violenza di genere sotto il regime talebano.

Perché è importante parlarne


La pressione internazionale e la visibilità mediatica sono spesso gli unici strumenti che possono influenzare le decisioni delle autorità talebane. Per questo molte attiviste insistono sulla necessità di:

condividere la storia di Khadija,


sostenere le organizzazioni che documentano le violazioni,


mantenere alta l’attenzione sulla condizione delle donne in Afghanistan.

Il silenzio è complicità. La visibilità può salvare vite.