
Sylvia Rivera. Una voce radicale che ha aperto la strada e continua a chiedere giustizia.
Il 19 febbraio 2002, a New York, muore a 50 anni Sylvia Rivera, attivista transgender latina e figura centrale dei moti di Stonewall del giugno 1969, considerati l’inizio del moderno movimento per i diritti LGBT. La sua storia, spesso relegata ai margini dei racconti ufficiali, è invece una delle più radicali e decisive per comprendere la genealogia delle lotte queer contemporanee.
Nata nel 1951, cresciuta tra povertà, violenza domestica e periodi di vita in strada, Rivera entra giovanissima nelle comunità queer newyorkesi degli anni Sessanta. È lì che incontra Marsha P. Johnson, con cui costruisce un’alleanza politica e affettiva destinata a lasciare un segno profondo. Insieme fondano STAR – Street Transvestite Action Revolutionaries, un’organizzazione pionieristica che offriva rifugio, cibo e sostegno a giovani trans e queer senza casa, sex worker e persone escluse dai circuiti di assistenza tradizionali.
Rivera è tra le prime a denunciare apertamente il razzismo, la transfobia e il classismo presenti anche all’interno del movimento gay dell’epoca. I suoi interventi ai Pride degli anni Settanta, i suoi discorsi infuocati, la sua insistenza nel ricordare chi veniva lasciato indietro, restano momenti chiave della storia dei diritti civili negli Stati Uniti.
Negli ultimi anni della sua vita, Sylvia torna a impegnarsi politicamente contro la marginalizzazione delle persone trans e homeless, sostenendo campagne per l’accesso alla casa, alla salute e al riconoscimento giuridico dell’identità di genere.
A ventiquattro anni dalla sua morte, la sua eredità continua a interrogarci: quale movimento per i diritti può dirsi completo se non include le persone più vulnerabili? La risposta di Sylvia Rivera rimane un monito: nessuna liberazione è reale se non è per tutte.
Vanessa Mazza – TLGBQ+
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