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mercoledì 11 febbraio 2026

Stati Uniti — la coalizione “Greater Than” guida oggi uno dei più aggressivi tentativi di smantellare i diritti civili delle persone LGBTQIA+.

“Dietro ogni gesto prepotente, c’è qualcuno che resiste in silenzio. Seduta, piccola, ma intera. La dignità non si misura in centimetri: si misura nel rifiuto di piegarsi. E ogni volta che il potere si impone, la memoria si siede e osserva. Non per paura. Ma per ricordare.”


In ogni parte del mondo, ogni volta che la destra conquista spazio politico, assistiamo allo stesso copione: invece di rafforzare i diritti, li smantella. Non costruisce, demolisce. E le prime a pagare il prezzo sono sempre le minoranze — quelle più facili da isolare, da demonizzare, da usare come moneta di scambio per compattare la propria base.

Negli Stati Uniti, una coalizione di 47 organizzazioni anti‑LGBTQ ha lanciato la campagna “Greater Than” con un obiettivo dichiarato: cancellare il matrimonio egualitario e ribaltare la sentenza Obergefell v. Hodges, che dal 2015 garantisce il diritto al matrimonio tra persone dello stesso sesso. La strategia è chiara: mobilitare le chiese cristiane, riproporre il modello padre‑madre‑figlio come unica forma legittima di famiglia, e diffondere l’idea — priva di qualsiasi fondamento scientifico — che le famiglie LGBTQ “danneggino i bambini”.

Ed è qui che il copione antico diventa ancora più evidente. Mentre queste organizzazioni si presentano come paladine della moralità, mentre sventolano lo slogan “Dio, patria e famiglia”, negli Stati Uniti stanno emergendo — proprio in questi mesi — numerosi casi di abusi su minori che coinvolgono uomini legati a movimenti religiosi conservatori, figure che in pubblico predicano purezza e ordine morale. È un paradosso feroce: chi accusa le famiglie LGBTQ di “minacciare i bambini” appartiene spesso agli stessi ambienti in cui gli scandali di pedofilia vengono sistematicamente insabbiati o minimizzati. L’ipocrisia non è un incidente: è parte integrante della macchina politica.

Questa dinamica non riguarda solo gli Stati Uniti. È un segnale globale. Ogni volta che un governo conservatore si insedia, i diritti conquistati diventano improvvisamente fragili, negoziabili, attaccabili. E la religione — o meglio, la sua versione politicizzata — torna puntualmente in prima linea per legittimare l’esclusione.

Raccontare questi movimenti non è solo un esercizio di cronaca: è un atto di memoria e vigilanza. Perché i diritti non sono mai garantiti per sempre. E perché ogni tentativo di cancellarli inizia sempre nello stesso modo: colpendo chi è percepito come più vulnerabile, più isolato, più facile da sacrificare.

In fondo, tutto questo ci ricorda una verità semplice e scomoda: chi urla “Dio, patria e famiglia” non sta difendendo valori, ma potere. E quando il potere trema, cerca sempre un nemico da sacrificare. Le minoranze diventano il primo bersaglio, mentre gli stessi ambienti che predicano purezza morale continuano a essere attraversati da scandali e abusi che nessuno vuole vedere.

Per questo è necessario raccontare, nominare, ricordare. Non per alimentare paura, ma per mantenere viva la consapevolezza. La luce non è un ornamento: è un atto politico. E ogni volta che illuminiamo queste contraddizioni, ogni volta che rifiutiamo la narrazione dell’odio, stiamo già costruendo un altro modo di stare al mondo.

Continuiamo a farlo. Con lucidità, con presenza, con quella dignità che non si lascia intimidire.

Fonte della notizia
LGBTQ Nation — articolo sulla campagna “Greater Than” e la coalizione di 47 organizzazioni anti‑LGBTQ.

— vanessa mazza TLGBQI+

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