Un atto politico, una risposta collettiva, un impatto globale.
La rimozione della bandiera LGBTQ+ dallo Stonewall National Monumenti — luogo simbolo della rivolta del 1969 e della nascita del movimento moderno per i diritti queer — ha scatenato un’ondata di indignazione negli Stati Uniti e nel mondo. L’ordine, proveniente dall’amministrazione Trump, si inserisce in una serie di misure che limitano la visibilità delle minoranze sessuali e di genere negli spazi pubblici federali. Ma la reazione della comunità è stata immediata: la memoria non si lascia cancellare.
Secondo le ricostruzioni dei media statunitensi, il National Park Service ha ricevuto l’indicazione di rimuovere la bandiera Pride perché non rientrava tra quelle autorizzate a sventolare nei siti federali. La decisione ha colpito uno dei luoghi più sacri della storia LGBTQ+: il monumento che ricorda le rivolte guidate da figure come Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera, due icone della liberazione queer.
La risposta non si è fatta attendere: attivisti, cittadini, associazioni e rappresentanti politici locali hanno riportato la bandiera a Stonewall in un gesto collettivo di resistenza.
Molte voci autorevoli hanno denunciato la rimozione come un tentativo di riscrivere la storia.
Harvey Milk, uno dei più importanti attivisti LGBTQ+ della storia americana, diceva:
“La speranza non sarà mai silenziata.” Questa frase è stata ripresa da numerosi attivisti nelle ore successive alla rimozione, come monito contro ogni tentativo di cancellazione simbolica.
Edie Windsor, protagonista della storica causa che portò alla caduta del DOMA, ricordava:
“La dignità non è negoziabile.” Una citazione tornata virale nei post di protesta.
James Baldwin, scrittore e voce fondamentale dei diritti civili, ammoniva:
“La storia non è il passato. È il presente. Noi la portiamo dentro.” Una frase che oggi risuona con forza davanti a un gesto che colpisce proprio la memoria.
Carla Antonelli, attivista trans spagnola, ha commentato pubblicamente l’accaduto
“Nueva York se alza desafiando la nueva política LGTBIQfóbica de Trump y el pueblo vuelve a ondear la bandera LGTBIQ+ en el Monumento Nacional de Stonewall.”
Il significato politico
Molti osservatori hanno interpretato la rimozione come un atto di intimidazione simbolica: togliere la bandiera significa tentare di togliere legittimità, storia, presenza. Ma la reazione collettiva ha mostrato l’opposto: la comunità non è disposta a cedere terreno.
Organizzazioni come la Human Rights Campaign, la GLAAD e il National LGBTQ Task Force hanno denunciato l’episodio come parte di un clima politico che mira a ridurre la visibilità delle minoranze sessuali e di genere negli spazi pubblici.
L’impatto globale
La vicenda ha avuto eco internazionale. Per molte persone LGBTQ+ nel mondo — soprattutto in paesi dove i diritti sono ancora negati — Stonewall è un faro, un simbolo di possibilità. Vedere la bandiera rimossa è stato percepito come un attacco non solo alla comunità americana, ma a chiunque lotti per riconoscimento, sicurezza e visibilità.
Attivisti in Brasile, Italia, Polonia, India e Sudafrica hanno rilanciato la notizia, ricordando che la memoria queer è transnazionale e che ogni tentativo di cancellazione in un luogo simbolico ha ripercussioni emotive e politiche ovunque.
La rimozione della bandiera Pride da Stonewall non è solo un gesto amministrativo: è un atto politico che tenta di riscrivere la storia. Ma la storia queer è fatta di resistenza, di ritorni, di mani che rialzano ciò che altri provano ad abbattere. Come scriveva Baldwin, la storia la portiamo dentro: e finché qualcuno la custodisce, nessun ordine potrà cancellarla.
— vanessa mazza TLGBQI+
Fonti: Human Rights Campaign; GLAAD; Associated Press; dichiarazione pubblica di Carla Antonelli su X; archivi storici delle dichiarazioni di Harvey Milk, Edie Windsor e James Baldwin.
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