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| Xica Manicongo — La prima scintilla |
Arrivò in Brasile nel 1591, trascinata attraverso l’Atlantico come merce, ma nulla in Xica Manicongo apparteneva alla logica della merce. Proveniva dal Regno del Congo, da una terra dove i corpi avevano ancora un nome, un ritmo, un posto nel mondo. E quando le catene la deposero a Salvador de Bahia, Xica non lasciò che il potere coloniale decidesse chi doveva essere.
Camminava per le strade con il turbante delle donne della sua terra, con la stoffa che cadeva sui fianchi come un’affermazione silenziosa: io sono ciò che dico di essere. In un secolo in cui la Chiesa e la colonia pretendevano di definire ogni corpo, Xica scelse la propria identità come forma di resistenza. Non un gesto estetico, ma un atto politico. Non un capriccio, ma una dichiarazione di esistenza.
La sua presenza disturbava. Disturbava i padroni, disturbava i preti, disturbava l’ordine che voleva gli schiavi muti e i generi immobili. Xica non era né muta né immobile. Era un corpo che sfuggiva alle categorie, un corpo che ricordava alla colonia che il mondo non iniziava né finiva con il Portogallo.
La condanna arrivò rapida, feroce, esemplare. La giustizia coloniale la accusò di “sodomia”, di “scandalo”, di “disordine”. Ma ciò che davvero non potevano tollerare era la sua libertà interiore: quella libertà che nessuna catena poteva spezzare. La sentenza fu atroce: morte sul rogo, e la “disonra” estesa ai discendenti fino alla terza generazione. Un tentativo disperato di cancellare non solo una vita, ma un’eredità.
Eppure, nonostante il fuoco, Xica Manicongo non è stata cancellata. La sua storia, rimasta sepolta per secoli negli archivi inquisitoriali, oggi riemerge come un faro. È la prima travesti documentata del Brasile. È una figura pioniera della resistenza nera e queer nelle Americhe. È la prova che la rivoluzione non nasce sempre da un’arma o da un esercito: a volte nasce da un corpo che rifiuta di essere definito dal potere.
Xica non ha lasciato lettere, non ha lasciato discorsi. Ha lasciato un gesto: vivere secondo la propria verità. E quel gesto, in un mondo costruito sulla violenza coloniale, era già una rivoluzione.
Oggi, ricordarla significa restituire dignità a chi è stato cancellato. Significa riconoscere che la storia delle rivoluzioni non è fatta solo di re e generali, ma anche di corpi vulnerabili che hanno osato esistere. Significa guardare indietro per capire da dove arriva la nostra lotta.
Xica Manicongo non è un fantasma del passato. È una presenza. Una radice. Una scintilla che continua a bruciare.
Viva Xica Manicongo.
— vanessa mazza TLGBQI+

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