In Iran la libertà si paga con il corpo. Ogni giorno, ogni notte, in ogni strada dove una donna alza la testa, dove un giovane rifiuta il silenzio, dove una voce si ostina a dire “basta”. Il regime reprime, cancella, punisce. Ma non riesce a spegnere ciò che brucia sotto la superficie: il desiderio ostinato di dignità. E mentre il mondo osserva distratto, un popolo continua a resistere, a rischio della propria vita.
La Repubblica islamica iraniana sta conducendo una repressione su scala mai vista. In due settimane, oltre mezzo migliaio di persone sono state uccise, più di diecimila arrestate, e decine di corpi si accumulano all’esterno del centro forense di Kahrizak, nella provincia di Teheran. Le immagini clandestine mostrano sacchi neri allineati, numeri al posto dei nomi, famiglie che cercano i propri figli davanti a monitor che scorrono cadaveri senza identità. È una catena di morte gestita dallo Stato, che cancella i corpi e le storie.
Il blackout digitale imposto dal regime — #DigitalBlackoutIran — ha oscurato per giorni comunicazioni, testimonianze, prove. Ma ciò che filtra è sufficiente a delineare un quadro preciso: condanne a morte emesse in massa, processi lampo, violenza sistematica contro donne, studenti, lavoratori, minoranze. Chi manifesta viene accusato di “essere nemico di Dio”. Chi documenta viene arrestato. Chi chiede giustizia viene ridotto al silenzio.
In questo contesto, le parole di Patrick Zaki risuonano con una lucidità necessaria:
“Ci si può opporre all’imperialismo senza difendere la tirannia. Non esiste alcuna contraddizione tra l’opposizione all’imperialismo occidentale e il rifiuto del sistema di dominio clericale in Iran.”
Zaki ricorda che la Repubblica islamica non è un baluardo anti‑imperialista, ma un potere che usa la retorica della resistenza per giustificare repressione interna, disuguaglianze economiche e soffocamento politico. La vera solidarietà non è verso lo Stato, ma verso il popolo iraniano che chiede pane, libertà, dignità e giustizia sociale.
Memoria e responsabilità
Ricordiamo i nomi e i volti che hanno aperto questa crepa nel muro del potere: Mahsa Amini, uccisa per un velo non conforme. Le donne che hanno bruciato l’hijab in piazza. I giovani che hanno affrontato le forze di sicurezza a mani nude. Gli uomini e le donne condannati a morte in queste ore, senza processo equo, senza difesa, senza voce.
Il regime può arrestare, torturare, censurare. Ma non può cancellare ciò che ormai è vivo: la consapevolezza di un popolo che ha visto la propria forza.
La libertà non è un dono. È una crepa che si allarga, una voce che ritorna, un gesto che diventa rivoluzione.
Condividi questo post. Fallo arrivare dove il regime non vuole.
“Secondo El País…”“Secondo diverse testate internazionali, tra cui El País, oltre 500 persone sono state uccise in due settimane.”
“Secondo organizzazioni per i diritti umani…”
“Secondo testimonianze raccolte da attivisti iraniani…”

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