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giovedì 22 gennaio 2026

Afghanistan: la storia di Khadija Ahmadzada, l’allenatrice di taekwondo che rischia la lapidazione


Herat, Afghanistan — Khadija Ahmadzada ha 22 anni ed è un’allenatrice di taekwondo. È stata arrestata dalle autorità talebane per aver insegnato arti marziali a giovani donne, un’attività vietata dal regime dal 2021.

Secondo attiviste e fonti che stanno diffondendo la notizia sui social, la giovane rischia una condanna alla lapidazione, una delle pene più brutali ancora applicate nel Paese.

La vicenda si inserisce in un contesto di repressione sistematica contro le donne afghane, documentato da Human Rights Watch, Amnesty International e da diversi rapporti delle Nazioni Unite pubblicati tra il 2022 e il 2024.

Il “crimine”: insegnare autodifesa alle ragazze

Dopo il ritorno al potere dei Talebani, alle donne è stato progressivamente impedito di:

frequentare scuole e università,


lavorare in quasi tutti i settori,


praticare sport,


muoversi senza un tutore maschile.

In questo quadro, l’attività di Khadija — insegnare taekwondo a un gruppo di giovani allieve — è stata considerata una violazione diretta delle norme imposte dal regime.

Secondo le testimonianze circolate online, il suo arresto sarebbe avvenuto a Herat, una delle città dove la repressione è più severa.

La denuncia delle attiviste

La notizia è stata rilanciata da diverse attiviste e commentatrici internazionali, che chiedono di diffondere il caso per aumentare la pressione pubblica e mediatica. Nei post circolati su X si legge l’appello a “fare rumore” e a non lasciare che la vicenda cada nel silenzio.

Organizzazioni come RAW (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan) e reti femministe transnazionali hanno confermato che episodi simili — arresti, punizioni corporali, minacce — sono purtroppo frequenti.

Cosa dicono le fonti internazionali
ONU – Missione UNAMA


Nei rapporti annuali, la Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan documenta:

un aumento delle punizioni corporali pubbliche,


casi di lapidazione e fustigazione,


arresti arbitrari di donne che violano le restrizioni imposte dal regime,


la totale proibizione dello sport femminile.
Human Rights Watch

HRW denuncia che:

le donne sono “scomparse dalla vita pubblica”,


le restrizioni talebane costituiscono una forma di apartheid di genere,


le sportive sono particolarmente a rischio di arresto, violenza e punizioni esemplari.
Amnesty International

Amnesty ha pubblicato diversi dossier che confermano:

l’uso sistematico della violenza contro donne e ragazze,


la chiusura forzata di centri sportivi femminili,


l’arresto di allenatrici, atlete e insegnanti.

Il caso di Khadija si inserisce perfettamente in questo quadro.

Un caso simbolico della condizione femminile in Afghanistan

La storia di Khadija non è un episodio isolato. È il simbolo di una repressione che colpisce soprattutto:

studentesse,


insegnanti,


attiviste,


sportive,


donne che cercano autonomia.

Il suo nome è diventato un punto di riferimento per chi denuncia la violenza di genere sotto il regime talebano.

Perché è importante parlarne


La pressione internazionale e la visibilità mediatica sono spesso gli unici strumenti che possono influenzare le decisioni delle autorità talebane. Per questo molte attiviste insistono sulla necessità di:

condividere la storia di Khadija,


sostenere le organizzazioni che documentano le violazioni,


mantenere alta l’attenzione sulla condizione delle donne in Afghanistan.

Il silenzio è complicità. La visibilità può salvare vite.

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