Quando chiedere libertà diventa un crimine e il silenzio internazionale diventa complicità.
In Iran non si muore per caso. Si muore perché si osa vivere. Si muore perché si chiede libertà. Si muore perché un regime ha deciso che il corpo dei cittadini è un territorio da disciplinare con la paura.
Erfan Soltani ha 26 anni. È stato condannato alla pena capitale senza un vero processo, senza difesa, senza garanzie. Il suo unico “crimine”? Aver partecipato alle mobilitazioni popolari. La sua esecuzione per impiccagione può avvenire in qualsiasi momento.
Il suo nome deve circolare. Il suo volto deve essere visto. Perché ciò che il regime vuole cancellare, noi dobbiamo ricordarlo.
Mojtaba Tarshiz e sua moglie: uccisi per aver protestato
Mojtaba Tarshiz era un giocatore della lega professionistica iraniana. È stato assassinato a colpi d’arma da fuoco insieme alla moglie per aver partecipato alle proteste. Hanno lasciato due bambine piccole.
Una famiglia distrutta per aver chiesto ciò che dovrebbe essere ovvio: dignità.
Mansoureh Heydari e Behrouz Mansouri: due genitori, due vite spezzate.
Mansoureh Heydari era infermiera all’Ospedale della Sicurezza Sociale di Bushehr. Suo marito, Behrouz Mansouri, lavorava nella stessa città. Avevano due figli, di circa 7 e 10 anni.
L’8 gennaio 2026 hanno dato la buonanotte ai bambini e sono usciti per unirsi alle manifestazioni. Non sono più tornati.
Secondo organizzazioni per i diritti umani, sono stati uccisi con proiettili veri dalle forze di sicurezza. Due bambini sono rimasti orfani. Due vite spezzate per aver scelto la libertà invece della paura.
Oltre 10.000 manifestanti detenuti
Erfan, Mojtaba, Mansoureh, Behrouz non sono eccezioni. Sono parte di un elenco che cresce ogni giorno. Oltre 10.000 manifestanti sono detenuti nelle carceri iraniane, molti a rischio di tortura o esecuzione.
La complicità internazionale: il silenzio che uccide
Ciò che accade in Iran non è soltanto repressione interna: è un crimine di Stato compiuto alla luce del sole, con gru ufficiali, telecamere del regime e totale impunità.
Quello che un tempo veniva definito “crimine di Stato”, oggi viene liquidato come “questione interna”. E la comunità internazionale guarda, prende nota… e va avanti.
Le Nazioni Unite non sono un’entità neutrale. Il Consiglio di Sicurezza non è un tribunale morale: è un patto tra potenze, veti, petrolio, alleanze e calcoli geopolitici che nulla hanno a che vedere con la dignità umana.
Quando il regime iraniano impicca pubblicamente donne, uomini o minori, lo fa perché sa di poterlo fare senza conseguenze reali. Perché disturbare Teheran costa più che difendere le sue vittime. Perché le sanzioni vengono riservate solo ai regimi privi di peso strategico.
In questo mondo, i diritti umani sono “non negoziabili”… tranne quando intralciano interessi energetici o militari.
E questo è l’aspetto più grave: non solo il crimine, ma la sua normalizzazione. Non solo il boia, ma l’architettura globale che lo rende intoccabile.
Il silenzio internazionale non è prudenza diplomatica: è complicità strutturale.
Raccontare queste storie è un dovere. Nominarle è un atto politico. Condividerle è una forma di resistenza. Finché il mondo tace, noi no.





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