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mercoledì 21 gennaio 2026

Inanna e le divinità che sfidavano il genere: una storia più antica del patriarcato


Per secoli, la storia ufficiale ha raccontato il genere come una struttura rigida, binaria, immutabile. Ma i testi più antichi dell’umanità dicono altro.

Tra questi, spicca la figura di Inanna, una delle divinità centrali della Mesopotamia, dea dell’amore, della guerra e delle trasformazioni.

Secondo gli inni sumeri, Inanna è descritta come colei che “trasforma uomini in donne e donne in uomini”, un potere che appare in più testi rituali e mitologici. Studi recenti confermano questa interpretazione: il Coreopsis Journal (Spring 2025) analizza diversi inni e rituali, mostrando come la divinità fosse associata a pratiche di ambiguità e attraversamento di genere.

Anche la ricerca di Christopher E. Ortega (Inanna in Mesopotamian Religion and Culture, 2015) sottolinea come il culto di Inanna non solo accettasse identità non conformi, ma le legittimasse all’interno della vita religiosa. I suoi sacerdoti, i gala, erano figure che oggi definiremmo gender‑variant, spesso uomini effeminati o persone che vivevano ruoli non binari. La loro presenza è documentata in testi amministrativi e rituali.

Un documento della Classical Association (2024), Non‑Binary Gender in Ancient Mesopotamia, conferma che la Mesopotamia conosceva e riconosceva identità non binarie, soprattutto nei contesti religiosi. La fluidità non era un’eccezione marginale: era parte del sacro.

La tesi di dottorato di Palmero Fernandez (University of Reading, 2019), Shaping the Goddess Inanna/Aštar, approfondisce il ruolo della dea nella costruzione culturale del genere. Secondo Fernandez, Inanna rappresentava una “forza di destabilizzazione delle categorie”, capace di attraversare mondi, ruoli e identità.

Questa complessità emerge anche nei testi mitologici più celebri, come Inanna and the Huluppu Tree (Oxford Academic, 2001), che mostrano una divinità in costante trasformazione, mai confinata in un’unica forma.

Ma Inanna non è un caso isolato. La storia globale è piena di figure divine che sfidano il binarismo:

Attis e i sacerdoti galli, nella Frigia antica, vivevano identità femminili in un contesto rituale.


Ardhanarishvara, in India, unisce Shiva e Parvati in un unico corpo metà maschile e metà femminile.


Hapi, nell’Egitto faraonico, è rappresentato con tratti maschili e femminili insieme.


Molte culture native americane riconoscevano persone Two‑Spirit come figure sacre.

Queste testimonianze, provenienti da continenti e millenni diversi, raccontano una verità che la modernità ha cercato di cancellare: la fluidità di genere non è una novità contemporanea, ma una memoria antica, radicata nelle prime civiltà umane.

Raccontarla oggi non è un esercizio di folklore. È un atto di riparazione, un modo per restituire complessità a una storia che è sempre stata più ampia del binarismo imposto.

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