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lunedì 26 gennaio 2026

Greg Bovino: il figlio dell’emigrazione che oggi incarna la persecuzione

Il giaccone lungo, la postura da SS, lo sguardo che pretende obbedienza: Greg Bovino incarna la trasformazione dell’ICE in una milizia politica.

Il volto della paura istituzionale


Greg Bovino, 55 anni, capo dell’ICE, si presenta al mondo con un’estetica che non lascia spazio al dubbio: giaccone lungo, postura da SS, sguardo minaccioso, narcisismo esibito. Non è solo una divisa: è una messinscena del terrore.

Ogni dettaglio — dalle mostrine alle mani giunte, dalla scelta del taglio alla teatralità dello sguardo — è pensato per incutere paura. Non ai criminali, ma a chi è migrante, nero, latino, asiatico. A chiunque, a Minneapolis e altrove, rappresenti una storia diversa da quella bianca e suprematista.

Questa estetica non è casuale. È il linguaggio visivo di un potere che si nutre di intimidazione. È l’America fascista e xenofoba che Donald Trump chiama “patriottismo”.

E mentre Bovino posa davanti alle telecamere come un gerarca in cerca di applausi, l’ICE continua a produrre morte. L’ultima, solo pochi giorni fa.

Il caso più recente: un cittadino americano ucciso a Minneapolis


A Minneapolis, gli agenti federali hanno ucciso un altro cittadino statunitense durante un’operazione dell’ICE. Un uomo disarmato secondo i testimoni, un uomo che non rappresentava alcuna minaccia immediata. Un’altra vita spezzata in nome di una “sicurezza” che ormai assomiglia più a una dottrina della paura che a un servizio pubblico.

Le autorità locali hanno denunciato l’escalation di violenza. Le proteste sono esplose in strada. La Guardia Nazionale è stata mobilitata per proteggere gli edifici federali. Minneapolis è diventata il laboratorio di una militarizzazione che non guarda più in faccia nessuno: né migranti, né cittadini americani.

La contraddizione storica: il sogno americano rovesciato


Il paradosso più agghiacciante è questo: Greg Bovino è italo-americano.

I suoi antenati sbarcarono negli Stati Uniti all’inizio del Novecento, con la fame addosso e la valigia in mano. Erano migranti poveri, discriminati, spesso trattati come indesiderati. Eppure trovarono un varco, un’opportunità, un Paese che — pur tra mille contraddizioni — permise loro di sopravvivere.

Oggi, un secolo dopo, il loro discendente guida un apparato che nega ad altri quella stessa possibilità. Non è solo ipocrisia: è la fine simbolica del sogno americano. Il figlio dell’emigrazione che diventa persecutore di nuovi migranti. La memoria familiare trasformata in arma contro chi oggi attraversa frontiere con la stessa speranza disperata.

L’ICE come apparato di persecuzione

L’ICE non è più un’agenzia di controllo. È diventata una milizia politica. Un braccio armato che opera con logiche di intimidazione, spettacolarizzazione della forza, punizione esemplare.

La sofferenza non è un incidente: è un messaggio. La crudeltà non è un errore: è una strategia.

E Trump applaude. Li chiama “patrioti”. Li esalta come difensori della nazione. E con lui, anche i “patrioti” nostrani che sognano di consegnargli un Premio Nobel per la Pace.

Il fascino del peggio

Come ha scritto Tomaso Montanari: “I fascisti hanno sempre subito il fascino dei nazisti.”

Bovino lo incarna alla perfezione. Nell’estetica, nella postura, nella retorica. Nel modo in cui trasforma la paura in linguaggio politico.


La storia di Greg Bovino non è solo la storia di un uomo. È il simbolo di un Paese che ha smarrito la memoria delle proprie radici migranti. È il volto di un potere che usa la violenza come identità. È il rovescio di un sogno che, per molti, è diventato incubo.

Raccontare tutto questo non è un esercizio di indignazione. È un atto di memoria. È un dovere civile. È un modo per ricordare che nessuno dovrebbe essere perseguitato per il semplice fatto di esistere.

E che la storia — quella vera — non sta dalla parte di chi incute paura, ma di chi la attraversa e la denuncia.


Nella verità, sempre — Luce (Vanessa)

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