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martedì 27 gennaio 2026

Tanti auguri, Angela Davis. La tua analisi continua a guidare le lotte di oggi.🎂🍾👋


Angela Davis – un pensiero per il suo compleanno (con un giorno di ritardo)

Ieri era il compleanno di Angela Davis. Sto leggendo Donne, razza e classe e ritrovo nella sua analisi una lucidità che resta attuale. 

La sua frase più citata — “I am no longer accepting the things I cannot change, I am changing the things I cannot accept” — significa: “Non accetto più le cose che non posso cambiare, sto cambiando le cose che non posso accettare.”

Negli ultimi anni Davis ha criticato apertamente la situazione politica negli Stati Uniti, definendo questo periodo segnato da razzismo strutturale, restrizioni ai diritti civili e un clima politico sempre più polarizzato. In diverse interviste ha sottolineato che la crescita di movimenti autoritari e la criminalizzazione delle proteste mostrano quanto il Paese stia attraversando una fase “profondamente regressiva”, ma anche quanto sia necessario continuare a organizzarsi collettivamente.

Un compleanno che diventa occasione per ricordare la forza del suo pensiero critico e la necessità di non distogliere lo sguardo.

Tanti auguri, Angela Davis. La tua analisi continua a guidare le lotte di oggi.

Oggi la memoria pesa. Paura, vergogna, tristezza… sembrano un brutto sogno che ritorna, come se l’umanità non imparasse mai davvero.


La Giornata della Memoria
«L’unica via d'uscita è per il camino»: l'orrore che si fece parola
Esistono frasi che non avrebbero mai dovuto essere pronunciate. Parole che, nella loro brutale brevità, racchiudono l'essenza di un sistema progettato per annientare non solo il corpo, ma l'anima di un essere umano.

Quando i treni merci si fermavano sulla Judenrampe di Auschwitz-Birkenau, il "benvenuto" dei carcerieri era un monito agghiacciante: "Non uscirete di qui se non attraverso il camino".

La geografia del male
Questa frase non era una semplice minaccia, ma la descrizione tecnica di una catena di montaggio della morte. Il "camino" era quello dei forni crematori, l'ultimo atto di un processo di deumanizzazione che iniziava con la spoliazione dei beni e terminava con la riduzione dell'uomo in cenere.

Scrittori come Primo Levi o testimoni diretti come Liliana Segre hanno raccontato come quel fumo acre, perennemente visibile all'orizzonte del campo, fosse il promemoria costante della fragilità della vita nel lager.
Perché ricordare oggi?
Ricordare queste parole non serve a nutrire il macabro, ma a mantenere alta la guardia. La frase sul camino rappresentava il culmine di un percorso iniziato anni prima con l'indifferenza, la discriminazione e le leggi razziali.

Oggi, onorare chi è "uscito per il camino" significa:
Restituire un nome a chi era diventato solo un numero tatuato sul braccio.
Riconoscere i segnali dell'odio prima che diventino sistema.
Coltivare la memoria come antidoto all'indifferenza, quella che [Liliana Segre definisce più colpevole della violenza stessa]

Che il silenzio che segue questa frase ci aiuti a riflettere su ciò che l'uomo è stato capace di fare, affinché la "via del camino" rimanga solo un tragico monito impresso nei libri di storia.

Affinché la "via del camino" rimanga solo un tragico monito impresso nei libri di storia.
[Vanessa Mazza]

lunedì 26 gennaio 2026

Ancora una volta, l’Italia sceglie la parte sbagliata della storia


La presidente del consiglio, davanti all’ennesima follia di questo narcisista che destabilizza il mondo, decide ancora una volta di sostenerlo come alleato globale.

E non basta: rilancia perfino la candidatura di Trump al Nobel per la pace.

Pace. A lui.

È un gesto che parla da solo. Un gesto che ricorda da vicino ciò che accadeva quasi un secolo fa, quando l’Italia scelse di appoggiare la Germania nazista invece di difendere la democrazia e i diritti umani.

Oggi come allora, chi ci governa preferisce schierarsi con chi alimenta odio, violenza, suprematismo, propaganda. E lo fa fingendo neutralità, fingendo “realismo”, fingendo “interesse nazionale”.

Ma non è neutralità. È complicità.

E mentre il mondo affronta crisi, guerre, repressioni e violazioni dei diritti fondamentali, l’Italia si accoda all’estrema destra globale, scegliendo ancora una volta la parte sbagliata della storia.

Io no. Io scelgo la verità, la memoria, la dignità.

Nella verità, sempre — Luce (Vanessa)

Autoritarismo e responsabilità mediatica: il caso di Alex Pretti e la deriva della sicurezza negli Stati Uniti

Alex Pretti

La morte di Alex Pretti, 37 anni, cittadino statunitense, avvenuta durante un’operazione federale a Minneapolis, riapre un dibattito cruciale sul rapporto tra sicurezza, uso della forza e responsabilità istituzionale negli Stati Uniti. Le immagini diffuse nelle ultime ore mostrano un intervento caratterizzato da un impiego massiccio di agenti armati e da modalità operative che sollevano interrogativi sulla proporzionalità dell’azione.

Il caso ha immediatamente attirato l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale, non solo per la gravità dell’episodio, ma anche per il modo in cui viene raccontato. Alcune testate hanno adottato un linguaggio attenuato, ricorrendo a termini come “subdued” per descrivere l’intervento sugli individui presenti sulla scena. Una scelta lessicale che, nel contesto di un’operazione letale, rischia di trasformare la violenza in procedura amministrativa.

La questione centrale non riguarda solo l’operato delle forze federali, ma anche il ruolo dei media nel documentare e interpretare eventi di questa portata. In un momento storico in cui la democrazia statunitense è attraversata da tensioni profonde, la precisione del linguaggio giornalistico diventa un elemento essenziale. Minimizzare, smussare, ricorrere a eufemismi significa contribuire a una narrazione che normalizza l’uso della forza e indebolisce la capacità critica del pubblico.

Il caso Pretti si inserisce in un quadro più ampio, segnato da un crescente ricorso a operazioni di sicurezza ad alta intensità e da un dibattito politico polarizzato. Le immagini circolate in questi giorni mostrano un Paese in cui la gestione dell’ordine pubblico assume sempre più spesso tratti militarizzati, con implicazioni significative per i diritti civili e per la percezione stessa di legalità.

In questo contesto, il ruolo delle grandi testate internazionali è determinante. La credibilità del giornalismo non si misura solo nella capacità di riportare i fatti, ma anche nella scelta delle parole, nella trasparenza delle analisi, nella volontà di chiamare i fenomeni con il loro nome. Di fronte a episodi come questo, la responsabilità mediatica non è un dettaglio: è parte integrante della tenuta democratica.

Raccontare la morte di Alex Pretti significa interrogarsi sul presente degli Stati Uniti e sulle derive che lo attraversano. Significa rifiutare la normalizzazione della violenza istituzionale. Significa difendere il diritto del pubblico a una narrazione chiara, completa e non edulcorata.

Nella verità, sempre — Luce (Vanessa)

Greg Bovino: il figlio dell’emigrazione che oggi incarna la persecuzione

Il giaccone lungo, la postura da SS, lo sguardo che pretende obbedienza: Greg Bovino incarna la trasformazione dell’ICE in una milizia politica.

Il volto della paura istituzionale


Greg Bovino, 55 anni, capo dell’ICE, si presenta al mondo con un’estetica che non lascia spazio al dubbio: giaccone lungo, postura da SS, sguardo minaccioso, narcisismo esibito. Non è solo una divisa: è una messinscena del terrore.

Ogni dettaglio — dalle mostrine alle mani giunte, dalla scelta del taglio alla teatralità dello sguardo — è pensato per incutere paura. Non ai criminali, ma a chi è migrante, nero, latino, asiatico. A chiunque, a Minneapolis e altrove, rappresenti una storia diversa da quella bianca e suprematista.

Questa estetica non è casuale. È il linguaggio visivo di un potere che si nutre di intimidazione. È l’America fascista e xenofoba che Donald Trump chiama “patriottismo”.

E mentre Bovino posa davanti alle telecamere come un gerarca in cerca di applausi, l’ICE continua a produrre morte. L’ultima, solo pochi giorni fa.

Il caso più recente: un cittadino americano ucciso a Minneapolis


A Minneapolis, gli agenti federali hanno ucciso un altro cittadino statunitense durante un’operazione dell’ICE. Un uomo disarmato secondo i testimoni, un uomo che non rappresentava alcuna minaccia immediata. Un’altra vita spezzata in nome di una “sicurezza” che ormai assomiglia più a una dottrina della paura che a un servizio pubblico.

Le autorità locali hanno denunciato l’escalation di violenza. Le proteste sono esplose in strada. La Guardia Nazionale è stata mobilitata per proteggere gli edifici federali. Minneapolis è diventata il laboratorio di una militarizzazione che non guarda più in faccia nessuno: né migranti, né cittadini americani.

La contraddizione storica: il sogno americano rovesciato


Il paradosso più agghiacciante è questo: Greg Bovino è italo-americano.

I suoi antenati sbarcarono negli Stati Uniti all’inizio del Novecento, con la fame addosso e la valigia in mano. Erano migranti poveri, discriminati, spesso trattati come indesiderati. Eppure trovarono un varco, un’opportunità, un Paese che — pur tra mille contraddizioni — permise loro di sopravvivere.

Oggi, un secolo dopo, il loro discendente guida un apparato che nega ad altri quella stessa possibilità. Non è solo ipocrisia: è la fine simbolica del sogno americano. Il figlio dell’emigrazione che diventa persecutore di nuovi migranti. La memoria familiare trasformata in arma contro chi oggi attraversa frontiere con la stessa speranza disperata.

L’ICE come apparato di persecuzione

L’ICE non è più un’agenzia di controllo. È diventata una milizia politica. Un braccio armato che opera con logiche di intimidazione, spettacolarizzazione della forza, punizione esemplare.

La sofferenza non è un incidente: è un messaggio. La crudeltà non è un errore: è una strategia.

E Trump applaude. Li chiama “patrioti”. Li esalta come difensori della nazione. E con lui, anche i “patrioti” nostrani che sognano di consegnargli un Premio Nobel per la Pace.

Il fascino del peggio

Come ha scritto Tomaso Montanari: “I fascisti hanno sempre subito il fascino dei nazisti.”

Bovino lo incarna alla perfezione. Nell’estetica, nella postura, nella retorica. Nel modo in cui trasforma la paura in linguaggio politico.


La storia di Greg Bovino non è solo la storia di un uomo. È il simbolo di un Paese che ha smarrito la memoria delle proprie radici migranti. È il volto di un potere che usa la violenza come identità. È il rovescio di un sogno che, per molti, è diventato incubo.

Raccontare tutto questo non è un esercizio di indignazione. È un atto di memoria. È un dovere civile. È un modo per ricordare che nessuno dovrebbe essere perseguitato per il semplice fatto di esistere.

E che la storia — quella vera — non sta dalla parte di chi incute paura, ma di chi la attraversa e la denuncia.


Nella verità, sempre — Luce (Vanessa)

venerdì 23 gennaio 2026

🇺🇸 Quando uno Stato arresta un bambino di 5 anni, non è più un governo: è un regime


Un bambino di cinque anni, Liam Conejo Ramos, è stato detenuto dagli agenti ICE a Minneapolis mentre tornava da scuola con suo padre. Entrambi sono stati trasferiti in un centro di detenzione in Texas. Le autorità scolastiche locali confermano l’episodio e segnalano che non si tratta di un caso isolato: altri minori sarebbero stati fermati nello stesso mese.

La domanda che arriva dalle istituzioni educative è semplice e devastante: perché detenere un bambino di cinque anni? E la risposta, oggi, non può più essere cercata nelle dinamiche di un normale governo democratico. Sempre più osservatori parlano di un sistema che agisce come un regime, capace di usare la paura come strumento politico e la disumanizzazione come pratica amministrativa.

La detenzione di un bambino non è un incidente. È un segnale. Un segnale di un Paese che accetta l’idea che la crudeltà possa essere una politica pubblica. Un segnale di un potere che considera i corpi migranti — anche quelli dei bambini — come materiale sacrificabile.
✦ Perché questo caso riguarda tutti noi

Perché quando un regime normalizza l’arresto di un bambino, sta dicendo al mondo che nessun limite è più invalicabile. Perché ciò che oggi accade a Minneapolis può diventare un precedente, un modello, un’abitudine. Perché la distopia non arriva all’improvviso: si costruisce un atto alla volta, un silenzio alla volta.

Non possiamo limitarci a osservare. Non possiamo archiviare questo episodio come “un’altra notizia dagli Stati Uniti”. Dobbiamo nominarlo, denunciarlo, condividerlo, scriverne. Dobbiamo rifiutare la normalizzazione della violenza istituzionale, ovunque si manifesti.

👉 Parlatene. Scrivetene. Non lasciate che l’arresto di un bambino diventi un fatto ordinario. 
👉 Chiedete trasparenza, chiedete responsabilità, chiedete umanità.
 👉 Non lasciamo che la distopia diventi la nostra quotidianità.

giovedì 22 gennaio 2026

Massacro e resistenza: le donne curde sotto attacco


Con l’attenzione globale concentrata su altri fronti, le violenze contro le donne curde nel nord della Siria continuano quasi senza copertura mediatica.

Una combattente è stata violentata, uccisa e poi umiliata: le hanno tagliato le trecce, quelle stesse trecce che le guerriere intrecciano tra loro prima della battaglia come simbolo di unità femminile. Nella foto che circola in queste ore si vede Rami Dahsh, l’uomo che avrebbe compiuto l’atrocità, mentre sorride tenendo in mano la treccia della donna come fosse un trofeo.

 Rami Dahsh

Non è un episodio isolato. È un metodo. È la firma dell’ISIS e dei gruppi jihadisti che da anni usano il corpo delle donne come campo di battaglia. È una strategia di terrore patriarcale contro un popolo che ha osato mettere le donne al centro della rivoluzione.

Organizzazioni internazionali come Human Rights Watch, Amnesty International e diversi rapporti delle Nazioni Unite hanno documentato negli anni violenze sistematiche contro donne curde e yazide da parte dell’ISIS e di altri gruppi armati: – violenze sessuali, – esecuzioni, – rapimenti, – umiliazioni simboliche.

Gli attacchi contro donne combattenti e attiviste sono parte di una strategia più ampia volta a colpire la struttura sociale e politica del Rojava, dove le donne ricoprono ruoli centrali nelle forze di autodifesa e nelle istituzioni civili.

Nel nord-est della Siria, la rivoluzione del Rojava — fondata su democrazia dal basso, ecologia e liberazione di genere — continua a essere bersaglio di attacchi armati che colpiscono villaggi, infrastrutture civili, comunità LGBTI+ e popolazione curda. Le combattenti YPJ, simbolo globale di autodifesa femminile, resistono da anni contro ISIS, HTS e milizie sostenute dalla Turchia.

Ma le donne curde resistono. Resistono con le armi, con le comuni, con le scuole, con le assemblee. Resistono perché la loro libertà non è negoziabile. Resistono per sé, per le loro sorelle, per un mondo che ancora non le guarda.

Jin. Jiyan. Azadî. 


Donna. Vita. Libertà.

Afghanistan: la storia di Khadija Ahmadzada, l’allenatrice di taekwondo che rischia la lapidazione


Herat, Afghanistan — Khadija Ahmadzada ha 22 anni ed è un’allenatrice di taekwondo. È stata arrestata dalle autorità talebane per aver insegnato arti marziali a giovani donne, un’attività vietata dal regime dal 2021.

Secondo attiviste e fonti che stanno diffondendo la notizia sui social, la giovane rischia una condanna alla lapidazione, una delle pene più brutali ancora applicate nel Paese.

La vicenda si inserisce in un contesto di repressione sistematica contro le donne afghane, documentato da Human Rights Watch, Amnesty International e da diversi rapporti delle Nazioni Unite pubblicati tra il 2022 e il 2024.

Il “crimine”: insegnare autodifesa alle ragazze

Dopo il ritorno al potere dei Talebani, alle donne è stato progressivamente impedito di:

frequentare scuole e università,


lavorare in quasi tutti i settori,


praticare sport,


muoversi senza un tutore maschile.

In questo quadro, l’attività di Khadija — insegnare taekwondo a un gruppo di giovani allieve — è stata considerata una violazione diretta delle norme imposte dal regime.

Secondo le testimonianze circolate online, il suo arresto sarebbe avvenuto a Herat, una delle città dove la repressione è più severa.

La denuncia delle attiviste

La notizia è stata rilanciata da diverse attiviste e commentatrici internazionali, che chiedono di diffondere il caso per aumentare la pressione pubblica e mediatica. Nei post circolati su X si legge l’appello a “fare rumore” e a non lasciare che la vicenda cada nel silenzio.

Organizzazioni come RAW (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan) e reti femministe transnazionali hanno confermato che episodi simili — arresti, punizioni corporali, minacce — sono purtroppo frequenti.

Cosa dicono le fonti internazionali
ONU – Missione UNAMA


Nei rapporti annuali, la Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan documenta:

un aumento delle punizioni corporali pubbliche,


casi di lapidazione e fustigazione,


arresti arbitrari di donne che violano le restrizioni imposte dal regime,


la totale proibizione dello sport femminile.
Human Rights Watch

HRW denuncia che:

le donne sono “scomparse dalla vita pubblica”,


le restrizioni talebane costituiscono una forma di apartheid di genere,


le sportive sono particolarmente a rischio di arresto, violenza e punizioni esemplari.
Amnesty International

Amnesty ha pubblicato diversi dossier che confermano:

l’uso sistematico della violenza contro donne e ragazze,


la chiusura forzata di centri sportivi femminili,


l’arresto di allenatrici, atlete e insegnanti.

Il caso di Khadija si inserisce perfettamente in questo quadro.

Un caso simbolico della condizione femminile in Afghanistan

La storia di Khadija non è un episodio isolato. È il simbolo di una repressione che colpisce soprattutto:

studentesse,


insegnanti,


attiviste,


sportive,


donne che cercano autonomia.

Il suo nome è diventato un punto di riferimento per chi denuncia la violenza di genere sotto il regime talebano.

Perché è importante parlarne


La pressione internazionale e la visibilità mediatica sono spesso gli unici strumenti che possono influenzare le decisioni delle autorità talebane. Per questo molte attiviste insistono sulla necessità di:

condividere la storia di Khadija,


sostenere le organizzazioni che documentano le violazioni,


mantenere alta l’attenzione sulla condizione delle donne in Afghanistan.

Il silenzio è complicità. La visibilità può salvare vite.

mercoledì 21 gennaio 2026

Inanna e le divinità che sfidavano il genere: una storia più antica del patriarcato


Per secoli, la storia ufficiale ha raccontato il genere come una struttura rigida, binaria, immutabile. Ma i testi più antichi dell’umanità dicono altro.

Tra questi, spicca la figura di Inanna, una delle divinità centrali della Mesopotamia, dea dell’amore, della guerra e delle trasformazioni.

Secondo gli inni sumeri, Inanna è descritta come colei che “trasforma uomini in donne e donne in uomini”, un potere che appare in più testi rituali e mitologici. Studi recenti confermano questa interpretazione: il Coreopsis Journal (Spring 2025) analizza diversi inni e rituali, mostrando come la divinità fosse associata a pratiche di ambiguità e attraversamento di genere.

Anche la ricerca di Christopher E. Ortega (Inanna in Mesopotamian Religion and Culture, 2015) sottolinea come il culto di Inanna non solo accettasse identità non conformi, ma le legittimasse all’interno della vita religiosa. I suoi sacerdoti, i gala, erano figure che oggi definiremmo gender‑variant, spesso uomini effeminati o persone che vivevano ruoli non binari. La loro presenza è documentata in testi amministrativi e rituali.

Un documento della Classical Association (2024), Non‑Binary Gender in Ancient Mesopotamia, conferma che la Mesopotamia conosceva e riconosceva identità non binarie, soprattutto nei contesti religiosi. La fluidità non era un’eccezione marginale: era parte del sacro.

La tesi di dottorato di Palmero Fernandez (University of Reading, 2019), Shaping the Goddess Inanna/Aštar, approfondisce il ruolo della dea nella costruzione culturale del genere. Secondo Fernandez, Inanna rappresentava una “forza di destabilizzazione delle categorie”, capace di attraversare mondi, ruoli e identità.

Questa complessità emerge anche nei testi mitologici più celebri, come Inanna and the Huluppu Tree (Oxford Academic, 2001), che mostrano una divinità in costante trasformazione, mai confinata in un’unica forma.

Ma Inanna non è un caso isolato. La storia globale è piena di figure divine che sfidano il binarismo:

Attis e i sacerdoti galli, nella Frigia antica, vivevano identità femminili in un contesto rituale.


Ardhanarishvara, in India, unisce Shiva e Parvati in un unico corpo metà maschile e metà femminile.


Hapi, nell’Egitto faraonico, è rappresentato con tratti maschili e femminili insieme.


Molte culture native americane riconoscevano persone Two‑Spirit come figure sacre.

Queste testimonianze, provenienti da continenti e millenni diversi, raccontano una verità che la modernità ha cercato di cancellare: la fluidità di genere non è una novità contemporanea, ma una memoria antica, radicata nelle prime civiltà umane.

Raccontarla oggi non è un esercizio di folklore. È un atto di riparazione, un modo per restituire complessità a una storia che è sempre stata più ampia del binarismo imposto.

Tadáskía: dall’estrema periferia di Rio al MoMA. L’arte che apre varchi

GEORGE ETHEREDGE—The New York Times/Redux

Tadáskía nasce a Santíssimo, nella zona ovest di Rio de Janeiro, in un territorio spesso raccontato solo attraverso marginalità e assenze. Lei, invece, ha trasformato quel punto di partenza in un centro di irradiazione poetica, politica e immaginativa. Educatrice, scrittrice e artista visiva, costruisce mondi che sfidano categorie e gerarchie, mescolando disegno, scultura, fotografia e performance in un linguaggio che è insieme fabolazione, spiritualità e insurrezione.

Fotografía: ® FERNANDO ESPINOSA

Nel 2025 il suo nome entra definitivamente nel circuito globale: la rivista Time la seleziona tra le 100 stelle in ascesa dell’anno, riconoscendo nella sua opera una capacità rara di trasformare il quotidiano in rivelazione. La curatrice Diane Lima descrive le sue creazioni come “apparizioni”: forme e idee che emergono come profezie, invitando chi guarda a percepire ciò che normalmente resta invisibile.

Ma il suo impatto internazionale era già evidente. Nel 2024 Tadáskía diventa la prima donna trans a firmare una mostra personale al MoMA di New York, uno dei musei più influenti del mondo. La sua installazione Ave Preta Mística, già presentata alla 35ª Bienal de São Paulo, è un universo multisensoriale fatto di carbone, bambù, polveri colorate, parole, gusci dorati e disegni che si espandono nello spazio come un respiro collettivo.

La sua presenza nei grandi musei non è un gesto simbolico: è un atto di riparazione. È la prova che i corpi trans, neri e periferici non solo esistono, ma producono alcune delle visioni più radicali e necessarie del nostro tempo.

La traiettoria di Tadáskía — da Santíssimo al MoMA — non è un miracolo individuale. È un varco aperto. È la dimostrazione che l’arte può essere attraversamento, cura, disobbedienza e futuro.


Fonte: Time

È morta Gladys West, pioniera del GPS e della matematica moderna

Gladys West, matematica statunitense e pioniera della tecnologia GPS

Gladys West, matematica statunitense e pioniera della tecnologia GPS, è morta il 17 gennaio 2026 all’età di 95 anni.

Nata nel 1930 in una comunità agricola segregata della Virginia, è cresciuta in un contesto in cui alle donne nere era concesso poco più del silenzio. Eppure, contro ogni previsione, ha costruito una carriera che ha cambiato la storia della navigazione globale.

Secondo diverse fonti internazionali, West è considerata la “madre del GPS” per il suo lavoro fondamentale nella modellazione matematica della forma della Terra, base essenziale per la precisione dei sistemi di posizionamento satellitare.

• Nata in Virginia nel 1930, in piena segregazione razziale • Valedictorian del liceo, ottiene una borsa di studio per studiare matematica • Nel 1956 diventa la seconda donna nera assunta come matematica presso il Naval Surface Warfare Center • I suoi calcoli sul geoide terrestre diventano la base del GPS moderno • Per decenni il suo contributo resta invisibile, come accade troppo spesso alle donne nere nella scienza • Solo negli ultimi anni riceve riconoscimenti pubblici, tra cui l’ingresso nella U.S. Air Force Hall of Fame

Oltre la scienza: un gesto politico

Gladys West non ha inventato solo una tecnologia. Ha inventato un modo nuovo di orientarsi nel mondo.

Ha trasformato numeri, orbite e modelli matematici in una bussola globale. Ha reso possibile trovare la strada, ritrovarsi, non perdersi più.

E lo ha fatto in un Paese che, mentre lei calcolava la forma della Terra, cercava di restringere la forma della sua vita: una donna, nera, nel cuore della segregazione, in un’epoca in cui il talento delle donne nere veniva sistematicamente cancellato.

Il GPS non è solo un sistema di posizionamento. È la prova che una donna nera, contro tutto, può diventare la mappa del mondo.

Ricordarla è un atto di giustizia

Ricordare Gladys West significa ricordare tutte le storie che il razzismo istituzionale ha tentato di soffocare. Significa riconoscere che la tecnologia che usiamo ogni giorno — per viaggiare, lavorare, salvarci — nasce anche dal lavoro invisibile di chi non ha mai avuto il privilegio della visibilità.

La sua vita è un atto politico: non perché abbia cercato il potere, ma perché ha resistito al suo silenzio.

In un’epoca in cui le politiche discriminatorie cercano ancora di riscrivere chi conta e chi no, la storia di Gladys West è un promemoria: le donne nere non solo sopravvivono — costruiscono il futuro.

Gladys West se n’è andata circondata dalla sua famiglia. Ma il suo lavoro continua a guidare miliardi di persone ogni giorno.

Ogni volta che una mappa si apre, ogni volta che un percorso si traccia, ogni volta che troviamo la strada — c’è la sua mano.

E ricordarla è un modo per non perderci.

Università sotto pressione: quando Platone diventa pericoloso in Texas

Nel gennaio 2026, la Texas A&M University ha chiesto al professor Martin Peterson di censurare o rimuovere dal programma di Introduzione alla Filosofia il dialogo O Banquete di Platone, accusato di “promuovere ideologia di genere”. La decisione si inserisce nelle nuove direttive accademiche del Texas, che vietano contenuti su razza, genere, orientamento sessuale o identità di genere senza approvazione preventivaO GLOBO+1. Secondo Folha de Ponta Grossa, la misura è un effetto diretto delle leggi anti‑woke approvate nel 2023, che limitano la discussione di temi considerati “sensibili”.

Diverse testate sottolineano che queste politiche educative si allineano alle direttive dell’amministrazione Trump, che ha promosso linee guida contro quella che definisce “ideologia di genere” e “ideologia razziale” nelle scuole e nelle università. Secondo O Globo, l’università ha giustificato la censura come adeguamento alle nuove norme federali e statali, che richiedono la rimozione di materiali ritenuti “non conformi”O GLOBO. Il Corriere Blog osserva che la destra trumpiana in Texas ha già oltrepassato vari limiti, creando un clima culturale in cui la censura diventa uno strumento di governo.

La censura di Platone non è un incidente isolato: è un sintomo. Quando un governo decide quali storie possono essere raccontate, quali identità possono esistere e quali parole sono “pericolose”, non sta proteggendo la società — sta riscrivendo il mondo.

Il Banquete è un testo che attraversa eros, desiderio, corpi, relazioni. È un dialogo che non si lascia addomesticare. E proprio per questo diventa un bersaglio: perché la filosofia, quando è viva, non obbedisce.

Le politiche che le fonti collegano all’amministrazione Trump mirano a eliminare dai programmi scolastici tutto ciò che riguarda genere, razza, orientamento, identità. Ma cancellare parole significa cancellare persone. Censurare un testo significa censurare chi quel testo lo abita, lo interpreta, lo incarna.

La censura accademica non è mai neutra. È un gesto che prepara il terreno:

alla normalizzazione dell’esclusione,


alla marginalizzazione dei gruppi già vulnerabili,


alla costruzione di un immaginario unico, rigido, disciplinato.

Quando un governo decide che Platone è “troppo pericoloso”, non sta proteggendo gli studenti: sta proteggendo la propria narrazione.

E ogni narrazione autoritaria ha bisogno di tre cose:

silenziare le differenze,


controllare la memoria,


riscrivere il passato per governare il futuro.

La filosofia non è un manuale. È un luogo dove le domande respirano.

E se oggi un’università censura Platone, non è Platone a essere in pericolo: siamo noi. La nostra capacità di pensare, di dissentire, di immaginare mondi che non siano già stati decisi da altri.

La censura non è mai un gesto isolato. È sempre un preludio.

Fonti utilizzate

sabato 17 gennaio 2026

Jesse Kortuem: il giocatore di hockey del Minnesota che ha trasformato il coming out in un atto politico


Il mondo dell’hockey, spesso percepito come uno degli ambienti più duri e iper‑maschili dello sport nordamericano, è stato scosso dalla testimonianza di Jesse Kortuem, giovane atleta originario del Minnesota, lo “Stato dell’Hockey”. Cresciuto in una famiglia numerosa e immerso nello sport fin da bambino, Kortuem ha costruito la sua carriera nelle leghe locali e regionali, distinguendosi come giocatore determinato e disciplinato.

Per anni, però, la sua storia sportiva è stata accompagnata da un silenzio pesante. Come molti atleti LGBTQIA+ inseriti in contesti tradizionalmente ostili, Jesse ha vissuto la propria identità come un conflitto interno: da un lato la passione per l’hockey, dall’altro la paura di non essere accettato da compagni, allenatori e tifosi.

Il punto di svolta arriva nel gennaio 2026, quando Kortuem decide di fare coming out pubblicamente. A ispirarlo è stata la serie televisiva Heated Rivalry, che racconta la storia di due giocatori di hockey queer e ha avuto un impatto significativo sulla comunità sportiva. “Non avrei mai immaginato che qualcosa di così positivo potesse nascere da uno sport così maschile”, ha dichiarato in un post diventato virale.

La sua testimonianza ha rapidamente superato i confini del Minnesota, generando un’ondata di reazioni positive. Kortuem ha spiegato di aver scelto di parlare non solo per sé, ma per gli atleti che vivono la stessa solitudine: “So che molti uomini gay nel mondo dell’hockey stanno soffrendo. Voglio che sappiano che non sono soli”.

Il coming out di Jesse Kortuem non è solo un gesto personale: è un atto politico che mette in discussione la cultura dello sport maschile, ancora oggi segnata da stereotipi di virilità tossica e da un forte tabù attorno alle identità queer. La sua storia dimostra quanto la rappresentazione possa essere trasformativa e quanto sia urgente aprire spazi di autenticità anche negli ambienti più resistenti al cambiamento.

Oggi Kortuem continua a giocare, portando con sé una nuova consapevolezza e un ruolo inatteso: quello di simbolo di coraggio per una nuova generazione di atleti LGBTQIA+.


Fonti
– Post originale di Jesse Kortuem su X 
– IBTimes UK: Who Is Jesse Kortuem? Hockey Player Comes Out as Gay, Citing “Heated Rivalry” as Inspiration 

mercoledì 14 gennaio 2026

Dalla piazza al patibolo: come il regime iraniano trasforma la protesta in condanna

 


Quando chiedere libertà diventa un crimine e il silenzio internazionale diventa complicità.


In Iran non si muore per caso. Si muore perché si osa vivere. Si muore perché si chiede libertà. Si muore perché un regime ha deciso che il corpo dei cittadini è un territorio da disciplinare con la paura.


Erfan Soltani
ha 26 anni. È stato condannato alla pena capitale senza un vero processo, senza difesa, senza garanzie. Il suo unico “crimine”? Aver partecipato alle mobilitazioni popolari. La sua esecuzione per impiccagione può avvenire in qualsiasi momento.


Il suo nome deve circolare. Il suo volto deve essere visto. Perché ciò che il regime vuole cancellare, noi dobbiamo ricordarlo.


Mojtaba Tarshiz e sua moglie: uccisi per aver protestato


Mojtaba Tarshiz era un giocatore della lega professionistica iraniana. È stato assassinato a colpi d’arma da fuoco insieme alla moglie per aver partecipato alle proteste. Hanno lasciato due bambine piccole.

Una famiglia distrutta per aver chiesto ciò che dovrebbe essere ovvio: dignità.

Mansoureh Heydari e Behrouz Mansouri: due genitori, due vite spezzate.


Mansoureh Heydari era infermiera all’Ospedale della Sicurezza Sociale di Bushehr. Suo marito, Behrouz Mansouri, lavorava nella stessa città. Avevano due figli, di circa 7 e 10 anni.

L’8 gennaio 2026 hanno dato la buonanotte ai bambini e sono usciti per unirsi alle manifestazioni. Non sono più tornati.

Secondo organizzazioni per i diritti umani, sono stati uccisi con proiettili veri dalle forze di sicurezza. Due bambini sono rimasti orfani. Due vite spezzate per aver scelto la libertà invece della paura.

Oltre 10.000 manifestanti detenuti


Erfan, Mojtaba, Mansoureh, Behrouz non sono eccezioni. Sono parte di un elenco che cresce ogni giorno. Oltre 10.000 manifestanti sono detenuti nelle carceri iraniane, molti a rischio di tortura o esecuzione.

La complicità internazionale: il silenzio che uccide


Ciò che accade in Iran non è soltanto repressione interna: è un crimine di Stato compiuto alla luce del sole, con gru ufficiali, telecamere del regime e totale impunità.

Quello che un tempo veniva definito “crimine di Stato”, oggi viene liquidato come “questione interna”. E la comunità internazionale guarda, prende nota… e va avanti.

Le Nazioni Unite non sono un’entità neutrale. Il Consiglio di Sicurezza non è un tribunale morale: è un patto tra potenze, veti, petrolio, alleanze e calcoli geopolitici che nulla hanno a che vedere con la dignità umana.

Quando il regime iraniano impicca pubblicamente donne, uomini o minori, lo fa perché sa di poterlo fare senza conseguenze reali. Perché disturbare Teheran costa più che difendere le sue vittime. Perché le sanzioni vengono riservate solo ai regimi privi di peso strategico.

In questo mondo, i diritti umani sono “non negoziabili”… tranne quando intralciano interessi energetici o militari.

E questo è l’aspetto più grave: non solo il crimine, ma la sua normalizzazione. Non solo il boia, ma l’architettura globale che lo rende intoccabile.

Il silenzio internazionale non è prudenza diplomatica: è complicità strutturale.

Raccontare queste storie è un dovere. Nominarle è un atto politico. Condividerle è una forma di resistenza. Finché il mondo tace, noi no.

martedì 13 gennaio 2026

Iran: il coraggio che il regime non riesce a spegnere

Donne, giovani, dissidenti: la libertà che continua a respirare sotto la repressione.


In Iran la libertà si paga con il corpo. Ogni giorno, ogni notte, in ogni strada dove una donna alza la testa, dove un giovane rifiuta il silenzio, dove una voce si ostina a dire “basta”. Il regime reprime, cancella, punisce. Ma non riesce a spegnere ciò che brucia sotto la superficie: il desiderio ostinato di dignità. E mentre il mondo osserva distratto, un popolo continua a resistere, a rischio della propria vita.

La Repubblica islamica iraniana sta conducendo una repressione su scala mai vista. In due settimane, oltre mezzo migliaio di persone sono state uccise, più di diecimila arrestate, e decine di corpi si accumulano all’esterno del centro forense di Kahrizak, nella provincia di Teheran. Le immagini clandestine mostrano sacchi neri allineati, numeri al posto dei nomi, famiglie che cercano i propri figli davanti a monitor che scorrono cadaveri senza identità. È una catena di morte gestita dallo Stato, che cancella i corpi e le storie.

Il blackout digitale imposto dal regime — #DigitalBlackoutIran — ha oscurato per giorni comunicazioni, testimonianze, prove. Ma ciò che filtra è sufficiente a delineare un quadro preciso: condanne a morte emesse in massa, processi lampo, violenza sistematica contro donne, studenti, lavoratori, minoranze. Chi manifesta viene accusato di “essere nemico di Dio”. Chi documenta viene arrestato. Chi chiede giustizia viene ridotto al silenzio.

In questo contesto, le parole di Patrick Zaki risuonano con una lucidità necessaria:


“Ci si può opporre all’imperialismo senza difendere la tirannia. Non esiste alcuna contraddizione tra l’opposizione all’imperialismo occidentale e il rifiuto del sistema di dominio clericale in Iran.”

Zaki ricorda che la Repubblica islamica non è un baluardo anti‑imperialista, ma un potere che usa la retorica della resistenza per giustificare repressione interna, disuguaglianze economiche e soffocamento politico. La vera solidarietà non è verso lo Stato, ma verso il popolo iraniano che chiede pane, libertà, dignità e giustizia sociale.

Memoria e responsabilità

Ricordiamo i nomi e i volti che hanno aperto questa crepa nel muro del potere: Mahsa Amini, uccisa per un velo non conforme. Le donne che hanno bruciato l’hijab in piazza. I giovani che hanno affrontato le forze di sicurezza a mani nude. Gli uomini e le donne condannati a morte in queste ore, senza processo equo, senza difesa, senza voce.


Il regime può arrestare, torturare, censurare. Ma non può cancellare ciò che ormai è vivo: la consapevolezza di un popolo che ha visto la propria forza. 

La libertà non è un dono. È una crepa che si allarga, una voce che ritorna, un gesto che diventa rivoluzione.

Condividi questo post. Fallo arrivare dove il regime non vuole.

“Secondo El País…”
“Secondo diverse testate internazionali, tra cui El País, oltre 500 persone sono state uccise in due settimane.”


“Secondo organizzazioni per i diritti umani…”


“Secondo testimonianze raccolte da attivisti iraniani…”

lunedì 12 gennaio 2026

La legge del più forte: l’America invade, il mondo tace


Un continente ferito, un popolo che resiste.

Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026, mentre Caracas dormiva, il Venezuela è stato colpito da un attacco vigliacco. Un’azione unilaterale che ha violato la sovranità di un Paese che non ha mai minacciato gli Stati Uniti né la sicurezza del popolo nord‑americano.

L’attacco ha colpito la capitale con una violenza devastante. Secondo il ministro dell’Interno venezuelano, ci sono almeno 100 morti e un numero simile di feriti. Le esplosioni hanno distrutto unità antiaeree, basi e infrastrutture strategiche, lasciando la città in uno stato di shock e lutto. Un popolo già provato da anni di sanzioni si è risvegliato sotto le macerie.

Ancora una volta ritorna la vecchia retorica del “narcotraffico”, usata come pretesto per giustificare un intervento armato. Un’accusa che Maduro ha respinto con forza nella sua prima udienza a New York, dichiarandosi innocente e denunciando di essere stato rapito dal suo Paese. L’impianto accusatorio affonda le sue radici nel 2020 e, ancora oggi, non è sostenuto da prove pubbliche solide: eppure è stato sufficiente per giustificare un’operazione militare senza precedenti.

Una narrativa che non regge alla prova dei fatti:

il Venezuela produce meno dell’1% delle droghe illegali del mondo


ma possiede le più grandi riserve petrolifere comprovate del pianeta

È difficile credere che l’obiettivo fosse davvero “fermare i cartelli”.

Tutto questo avviene dopo anni di sanzioni economiche che hanno strangolato il Paese: un embargo iniziato nel 2017 e intensificato nel 2019, che ha colpito soprattutto il settore petrolifero, riducendo le entrate statali, limitando l’accesso a medicinali e beni essenziali e aggravando una crisi umanitaria già profonda. Un popolo isolato, impoverito e stremato si ritrova ora anche sotto le bombe.

Quello che vediamo è un nuovo colonialismo in diretta mondiale: un attacco contro un Paese sovrano, contro un popolo che da anni resiste a pressioni economiche, politiche e mediatiche. Un’operazione condotta nell’ombra, mentre esplosioni scuotevano la capitale e il presidente Nicolás Maduro veniva catturato e portato via da forze statunitensi. Colpire quando un popolo dorme è un comportamento da ratto. Una strategia che rivela più di mille discorsi.

🇻🇪 Oggi la mia solidarietà è con il Venezuela. Con chi difende la propria terra, la propria dignità, il diritto a decidere il proprio futuro senza ingerenze esterne.

🔥 Un evento storico di proporzioni enormi

Questo è un evento storico di proporzioni enormi. L’invasione del Venezuela da parte del governo di Donald Trump rappresenta, per chi la osserva criticamente, un intervento brutale contro un Paese sovrano, un atto che dovrebbe essere respinto da tutte le nazioni che credono nell’autodeterminazione dei popoli. Violando la sovranità venezuelana, gli Stati Uniti hanno inaugurato una nuova era di belligeranza in una regione che, fino a oggi, era considerata una zona di pace e stabilità nel mondo.

Indipendentemente dal risultato delle ultime elezioni in Venezuela — ampiamente contestate — il sequestro di Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores viene percepito come un’azione illegale e ripugnante. Mai nella storia dell’America del Sud un governo statunitense si era spinto così lontano.

A mio giudizio, l’obiettivo dell’operazione appare evidente: il controllo delle immense riserve petrolifere venezuelane e l’affermazione di una logica di dominio che ricorda da vicino le dinamiche imperialiste attribuite all’amministrazione Trump. È una lettura politica che rivendico, perché ciò che è accaduto mostra una volontà di potere che va ben oltre la retorica ufficiale.

Il mondo si è svegliato davanti a un vero arretramento della civiltà. Chi ha un impegno autentico per la pace sente oggi la necessità di organizzarsi con coraggio, lucidità e determinazione per fermare la prepotenza della legge del più forte. Al popolo venezuelano — quello vero, quello che resiste — va la mia più profonda solidarietà.

Stiamo vivendo una nuova edizione, aggiornata e senza maschere, di un imperialismo aggressivo che non finge nemmeno più di preoccuparsi della democrazia negli altri Paesi.