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venerdì 23 gennaio 2026

🇺🇸 Quando uno Stato arresta un bambino di 5 anni, non è più un governo: è un regime


Un bambino di cinque anni, Liam Conejo Ramos, è stato detenuto dagli agenti ICE a Minneapolis mentre tornava da scuola con suo padre. Entrambi sono stati trasferiti in un centro di detenzione in Texas. Le autorità scolastiche locali confermano l’episodio e segnalano che non si tratta di un caso isolato: altri minori sarebbero stati fermati nello stesso mese.

La domanda che arriva dalle istituzioni educative è semplice e devastante: perché detenere un bambino di cinque anni? E la risposta, oggi, non può più essere cercata nelle dinamiche di un normale governo democratico. Sempre più osservatori parlano di un sistema che agisce come un regime, capace di usare la paura come strumento politico e la disumanizzazione come pratica amministrativa.

La detenzione di un bambino non è un incidente. È un segnale. Un segnale di un Paese che accetta l’idea che la crudeltà possa essere una politica pubblica. Un segnale di un potere che considera i corpi migranti — anche quelli dei bambini — come materiale sacrificabile.
✦ Perché questo caso riguarda tutti noi

Perché quando un regime normalizza l’arresto di un bambino, sta dicendo al mondo che nessun limite è più invalicabile. Perché ciò che oggi accade a Minneapolis può diventare un precedente, un modello, un’abitudine. Perché la distopia non arriva all’improvviso: si costruisce un atto alla volta, un silenzio alla volta.

Non possiamo limitarci a osservare. Non possiamo archiviare questo episodio come “un’altra notizia dagli Stati Uniti”. Dobbiamo nominarlo, denunciarlo, condividerlo, scriverne. Dobbiamo rifiutare la normalizzazione della violenza istituzionale, ovunque si manifesti.

👉 Parlatene. Scrivetene. Non lasciate che l’arresto di un bambino diventi un fatto ordinario. 
👉 Chiedete trasparenza, chiedete responsabilità, chiedete umanità.
 👉 Non lasciamo che la distopia diventi la nostra quotidianità.

giovedì 22 gennaio 2026

Massacro e resistenza: le donne curde sotto attacco


Con l’attenzione globale concentrata su altri fronti, le violenze contro le donne curde nel nord della Siria continuano quasi senza copertura mediatica.

Una combattente è stata violentata, uccisa e poi umiliata: le hanno tagliato le trecce, quelle stesse trecce che le guerriere intrecciano tra loro prima della battaglia come simbolo di unità femminile. Nella foto che circola in queste ore si vede Rami Dahsh, l’uomo che avrebbe compiuto l’atrocità, mentre sorride tenendo in mano la treccia della donna come fosse un trofeo.

 Rami Dahsh

Non è un episodio isolato. È un metodo. È la firma dell’ISIS e dei gruppi jihadisti che da anni usano il corpo delle donne come campo di battaglia. È una strategia di terrore patriarcale contro un popolo che ha osato mettere le donne al centro della rivoluzione.

Organizzazioni internazionali come Human Rights Watch, Amnesty International e diversi rapporti delle Nazioni Unite hanno documentato negli anni violenze sistematiche contro donne curde e yazide da parte dell’ISIS e di altri gruppi armati: – violenze sessuali, – esecuzioni, – rapimenti, – umiliazioni simboliche.

Gli attacchi contro donne combattenti e attiviste sono parte di una strategia più ampia volta a colpire la struttura sociale e politica del Rojava, dove le donne ricoprono ruoli centrali nelle forze di autodifesa e nelle istituzioni civili.

Nel nord-est della Siria, la rivoluzione del Rojava — fondata su democrazia dal basso, ecologia e liberazione di genere — continua a essere bersaglio di attacchi armati che colpiscono villaggi, infrastrutture civili, comunità LGBTI+ e popolazione curda. Le combattenti YPJ, simbolo globale di autodifesa femminile, resistono da anni contro ISIS, HTS e milizie sostenute dalla Turchia.

Ma le donne curde resistono. Resistono con le armi, con le comuni, con le scuole, con le assemblee. Resistono perché la loro libertà non è negoziabile. Resistono per sé, per le loro sorelle, per un mondo che ancora non le guarda.

Jin. Jiyan. Azadî. 


Donna. Vita. Libertà.

Afghanistan: la storia di Khadija Ahmadzada, l’allenatrice di taekwondo che rischia la lapidazione


Herat, Afghanistan — Khadija Ahmadzada ha 22 anni ed è un’allenatrice di taekwondo. È stata arrestata dalle autorità talebane per aver insegnato arti marziali a giovani donne, un’attività vietata dal regime dal 2021.

Secondo attiviste e fonti che stanno diffondendo la notizia sui social, la giovane rischia una condanna alla lapidazione, una delle pene più brutali ancora applicate nel Paese.

La vicenda si inserisce in un contesto di repressione sistematica contro le donne afghane, documentato da Human Rights Watch, Amnesty International e da diversi rapporti delle Nazioni Unite pubblicati tra il 2022 e il 2024.

Il “crimine”: insegnare autodifesa alle ragazze

Dopo il ritorno al potere dei Talebani, alle donne è stato progressivamente impedito di:

frequentare scuole e università,


lavorare in quasi tutti i settori,


praticare sport,


muoversi senza un tutore maschile.

In questo quadro, l’attività di Khadija — insegnare taekwondo a un gruppo di giovani allieve — è stata considerata una violazione diretta delle norme imposte dal regime.

Secondo le testimonianze circolate online, il suo arresto sarebbe avvenuto a Herat, una delle città dove la repressione è più severa.

La denuncia delle attiviste

La notizia è stata rilanciata da diverse attiviste e commentatrici internazionali, che chiedono di diffondere il caso per aumentare la pressione pubblica e mediatica. Nei post circolati su X si legge l’appello a “fare rumore” e a non lasciare che la vicenda cada nel silenzio.

Organizzazioni come RAW (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan) e reti femministe transnazionali hanno confermato che episodi simili — arresti, punizioni corporali, minacce — sono purtroppo frequenti.

Cosa dicono le fonti internazionali
ONU – Missione UNAMA


Nei rapporti annuali, la Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan documenta:

un aumento delle punizioni corporali pubbliche,


casi di lapidazione e fustigazione,


arresti arbitrari di donne che violano le restrizioni imposte dal regime,


la totale proibizione dello sport femminile.
Human Rights Watch

HRW denuncia che:

le donne sono “scomparse dalla vita pubblica”,


le restrizioni talebane costituiscono una forma di apartheid di genere,


le sportive sono particolarmente a rischio di arresto, violenza e punizioni esemplari.
Amnesty International

Amnesty ha pubblicato diversi dossier che confermano:

l’uso sistematico della violenza contro donne e ragazze,


la chiusura forzata di centri sportivi femminili,


l’arresto di allenatrici, atlete e insegnanti.

Il caso di Khadija si inserisce perfettamente in questo quadro.

Un caso simbolico della condizione femminile in Afghanistan

La storia di Khadija non è un episodio isolato. È il simbolo di una repressione che colpisce soprattutto:

studentesse,


insegnanti,


attiviste,


sportive,


donne che cercano autonomia.

Il suo nome è diventato un punto di riferimento per chi denuncia la violenza di genere sotto il regime talebano.

Perché è importante parlarne


La pressione internazionale e la visibilità mediatica sono spesso gli unici strumenti che possono influenzare le decisioni delle autorità talebane. Per questo molte attiviste insistono sulla necessità di:

condividere la storia di Khadija,


sostenere le organizzazioni che documentano le violazioni,


mantenere alta l’attenzione sulla condizione delle donne in Afghanistan.

Il silenzio è complicità. La visibilità può salvare vite.

mercoledì 21 gennaio 2026

Inanna e le divinità che sfidavano il genere: una storia più antica del patriarcato


Per secoli, la storia ufficiale ha raccontato il genere come una struttura rigida, binaria, immutabile. Ma i testi più antichi dell’umanità dicono altro.

Tra questi, spicca la figura di Inanna, una delle divinità centrali della Mesopotamia, dea dell’amore, della guerra e delle trasformazioni.

Secondo gli inni sumeri, Inanna è descritta come colei che “trasforma uomini in donne e donne in uomini”, un potere che appare in più testi rituali e mitologici. Studi recenti confermano questa interpretazione: il Coreopsis Journal (Spring 2025) analizza diversi inni e rituali, mostrando come la divinità fosse associata a pratiche di ambiguità e attraversamento di genere.

Anche la ricerca di Christopher E. Ortega (Inanna in Mesopotamian Religion and Culture, 2015) sottolinea come il culto di Inanna non solo accettasse identità non conformi, ma le legittimasse all’interno della vita religiosa. I suoi sacerdoti, i gala, erano figure che oggi definiremmo gender‑variant, spesso uomini effeminati o persone che vivevano ruoli non binari. La loro presenza è documentata in testi amministrativi e rituali.

Un documento della Classical Association (2024), Non‑Binary Gender in Ancient Mesopotamia, conferma che la Mesopotamia conosceva e riconosceva identità non binarie, soprattutto nei contesti religiosi. La fluidità non era un’eccezione marginale: era parte del sacro.

La tesi di dottorato di Palmero Fernandez (University of Reading, 2019), Shaping the Goddess Inanna/Aštar, approfondisce il ruolo della dea nella costruzione culturale del genere. Secondo Fernandez, Inanna rappresentava una “forza di destabilizzazione delle categorie”, capace di attraversare mondi, ruoli e identità.

Questa complessità emerge anche nei testi mitologici più celebri, come Inanna and the Huluppu Tree (Oxford Academic, 2001), che mostrano una divinità in costante trasformazione, mai confinata in un’unica forma.

Ma Inanna non è un caso isolato. La storia globale è piena di figure divine che sfidano il binarismo:

Attis e i sacerdoti galli, nella Frigia antica, vivevano identità femminili in un contesto rituale.


Ardhanarishvara, in India, unisce Shiva e Parvati in un unico corpo metà maschile e metà femminile.


Hapi, nell’Egitto faraonico, è rappresentato con tratti maschili e femminili insieme.


Molte culture native americane riconoscevano persone Two‑Spirit come figure sacre.

Queste testimonianze, provenienti da continenti e millenni diversi, raccontano una verità che la modernità ha cercato di cancellare: la fluidità di genere non è una novità contemporanea, ma una memoria antica, radicata nelle prime civiltà umane.

Raccontarla oggi non è un esercizio di folklore. È un atto di riparazione, un modo per restituire complessità a una storia che è sempre stata più ampia del binarismo imposto.

Tadáskía: dall’estrema periferia di Rio al MoMA. L’arte che apre varchi

GEORGE ETHEREDGE—The New York Times/Redux

Tadáskía nasce a Santíssimo, nella zona ovest di Rio de Janeiro, in un territorio spesso raccontato solo attraverso marginalità e assenze. Lei, invece, ha trasformato quel punto di partenza in un centro di irradiazione poetica, politica e immaginativa. Educatrice, scrittrice e artista visiva, costruisce mondi che sfidano categorie e gerarchie, mescolando disegno, scultura, fotografia e performance in un linguaggio che è insieme fabolazione, spiritualità e insurrezione.

Fotografía: ® FERNANDO ESPINOSA

Nel 2025 il suo nome entra definitivamente nel circuito globale: la rivista Time la seleziona tra le 100 stelle in ascesa dell’anno, riconoscendo nella sua opera una capacità rara di trasformare il quotidiano in rivelazione. La curatrice Diane Lima descrive le sue creazioni come “apparizioni”: forme e idee che emergono come profezie, invitando chi guarda a percepire ciò che normalmente resta invisibile.

Ma il suo impatto internazionale era già evidente. Nel 2024 Tadáskía diventa la prima donna trans a firmare una mostra personale al MoMA di New York, uno dei musei più influenti del mondo. La sua installazione Ave Preta Mística, già presentata alla 35ª Bienal de São Paulo, è un universo multisensoriale fatto di carbone, bambù, polveri colorate, parole, gusci dorati e disegni che si espandono nello spazio come un respiro collettivo.

La sua presenza nei grandi musei non è un gesto simbolico: è un atto di riparazione. È la prova che i corpi trans, neri e periferici non solo esistono, ma producono alcune delle visioni più radicali e necessarie del nostro tempo.

La traiettoria di Tadáskía — da Santíssimo al MoMA — non è un miracolo individuale. È un varco aperto. È la dimostrazione che l’arte può essere attraversamento, cura, disobbedienza e futuro.


Fonte: Time

È morta Gladys West, pioniera del GPS e della matematica moderna

Gladys West, matematica statunitense e pioniera della tecnologia GPS

Gladys West, matematica statunitense e pioniera della tecnologia GPS, è morta il 17 gennaio 2026 all’età di 95 anni.

Nata nel 1930 in una comunità agricola segregata della Virginia, è cresciuta in un contesto in cui alle donne nere era concesso poco più del silenzio. Eppure, contro ogni previsione, ha costruito una carriera che ha cambiato la storia della navigazione globale.

Secondo diverse fonti internazionali, West è considerata la “madre del GPS” per il suo lavoro fondamentale nella modellazione matematica della forma della Terra, base essenziale per la precisione dei sistemi di posizionamento satellitare.

• Nata in Virginia nel 1930, in piena segregazione razziale • Valedictorian del liceo, ottiene una borsa di studio per studiare matematica • Nel 1956 diventa la seconda donna nera assunta come matematica presso il Naval Surface Warfare Center • I suoi calcoli sul geoide terrestre diventano la base del GPS moderno • Per decenni il suo contributo resta invisibile, come accade troppo spesso alle donne nere nella scienza • Solo negli ultimi anni riceve riconoscimenti pubblici, tra cui l’ingresso nella U.S. Air Force Hall of Fame

Oltre la scienza: un gesto politico

Gladys West non ha inventato solo una tecnologia. Ha inventato un modo nuovo di orientarsi nel mondo.

Ha trasformato numeri, orbite e modelli matematici in una bussola globale. Ha reso possibile trovare la strada, ritrovarsi, non perdersi più.

E lo ha fatto in un Paese che, mentre lei calcolava la forma della Terra, cercava di restringere la forma della sua vita: una donna, nera, nel cuore della segregazione, in un’epoca in cui il talento delle donne nere veniva sistematicamente cancellato.

Il GPS non è solo un sistema di posizionamento. È la prova che una donna nera, contro tutto, può diventare la mappa del mondo.

Ricordarla è un atto di giustizia

Ricordare Gladys West significa ricordare tutte le storie che il razzismo istituzionale ha tentato di soffocare. Significa riconoscere che la tecnologia che usiamo ogni giorno — per viaggiare, lavorare, salvarci — nasce anche dal lavoro invisibile di chi non ha mai avuto il privilegio della visibilità.

La sua vita è un atto politico: non perché abbia cercato il potere, ma perché ha resistito al suo silenzio.

In un’epoca in cui le politiche discriminatorie cercano ancora di riscrivere chi conta e chi no, la storia di Gladys West è un promemoria: le donne nere non solo sopravvivono — costruiscono il futuro.

Gladys West se n’è andata circondata dalla sua famiglia. Ma il suo lavoro continua a guidare miliardi di persone ogni giorno.

Ogni volta che una mappa si apre, ogni volta che un percorso si traccia, ogni volta che troviamo la strada — c’è la sua mano.

E ricordarla è un modo per non perderci.

Università sotto pressione: quando Platone diventa pericoloso in Texas

Nel gennaio 2026, la Texas A&M University ha chiesto al professor Martin Peterson di censurare o rimuovere dal programma di Introduzione alla Filosofia il dialogo O Banquete di Platone, accusato di “promuovere ideologia di genere”. La decisione si inserisce nelle nuove direttive accademiche del Texas, che vietano contenuti su razza, genere, orientamento sessuale o identità di genere senza approvazione preventivaO GLOBO+1. Secondo Folha de Ponta Grossa, la misura è un effetto diretto delle leggi anti‑woke approvate nel 2023, che limitano la discussione di temi considerati “sensibili”.

Diverse testate sottolineano che queste politiche educative si allineano alle direttive dell’amministrazione Trump, che ha promosso linee guida contro quella che definisce “ideologia di genere” e “ideologia razziale” nelle scuole e nelle università. Secondo O Globo, l’università ha giustificato la censura come adeguamento alle nuove norme federali e statali, che richiedono la rimozione di materiali ritenuti “non conformi”O GLOBO. Il Corriere Blog osserva che la destra trumpiana in Texas ha già oltrepassato vari limiti, creando un clima culturale in cui la censura diventa uno strumento di governo.

La censura di Platone non è un incidente isolato: è un sintomo. Quando un governo decide quali storie possono essere raccontate, quali identità possono esistere e quali parole sono “pericolose”, non sta proteggendo la società — sta riscrivendo il mondo.

Il Banquete è un testo che attraversa eros, desiderio, corpi, relazioni. È un dialogo che non si lascia addomesticare. E proprio per questo diventa un bersaglio: perché la filosofia, quando è viva, non obbedisce.

Le politiche che le fonti collegano all’amministrazione Trump mirano a eliminare dai programmi scolastici tutto ciò che riguarda genere, razza, orientamento, identità. Ma cancellare parole significa cancellare persone. Censurare un testo significa censurare chi quel testo lo abita, lo interpreta, lo incarna.

La censura accademica non è mai neutra. È un gesto che prepara il terreno:

alla normalizzazione dell’esclusione,


alla marginalizzazione dei gruppi già vulnerabili,


alla costruzione di un immaginario unico, rigido, disciplinato.

Quando un governo decide che Platone è “troppo pericoloso”, non sta proteggendo gli studenti: sta proteggendo la propria narrazione.

E ogni narrazione autoritaria ha bisogno di tre cose:

silenziare le differenze,


controllare la memoria,


riscrivere il passato per governare il futuro.

La filosofia non è un manuale. È un luogo dove le domande respirano.

E se oggi un’università censura Platone, non è Platone a essere in pericolo: siamo noi. La nostra capacità di pensare, di dissentire, di immaginare mondi che non siano già stati decisi da altri.

La censura non è mai un gesto isolato. È sempre un preludio.

Fonti utilizzate

sabato 17 gennaio 2026

Jesse Kortuem: il giocatore di hockey del Minnesota che ha trasformato il coming out in un atto politico


Il mondo dell’hockey, spesso percepito come uno degli ambienti più duri e iper‑maschili dello sport nordamericano, è stato scosso dalla testimonianza di Jesse Kortuem, giovane atleta originario del Minnesota, lo “Stato dell’Hockey”. Cresciuto in una famiglia numerosa e immerso nello sport fin da bambino, Kortuem ha costruito la sua carriera nelle leghe locali e regionali, distinguendosi come giocatore determinato e disciplinato.

Per anni, però, la sua storia sportiva è stata accompagnata da un silenzio pesante. Come molti atleti LGBTQIA+ inseriti in contesti tradizionalmente ostili, Jesse ha vissuto la propria identità come un conflitto interno: da un lato la passione per l’hockey, dall’altro la paura di non essere accettato da compagni, allenatori e tifosi.

Il punto di svolta arriva nel gennaio 2026, quando Kortuem decide di fare coming out pubblicamente. A ispirarlo è stata la serie televisiva Heated Rivalry, che racconta la storia di due giocatori di hockey queer e ha avuto un impatto significativo sulla comunità sportiva. “Non avrei mai immaginato che qualcosa di così positivo potesse nascere da uno sport così maschile”, ha dichiarato in un post diventato virale.

La sua testimonianza ha rapidamente superato i confini del Minnesota, generando un’ondata di reazioni positive. Kortuem ha spiegato di aver scelto di parlare non solo per sé, ma per gli atleti che vivono la stessa solitudine: “So che molti uomini gay nel mondo dell’hockey stanno soffrendo. Voglio che sappiano che non sono soli”.

Il coming out di Jesse Kortuem non è solo un gesto personale: è un atto politico che mette in discussione la cultura dello sport maschile, ancora oggi segnata da stereotipi di virilità tossica e da un forte tabù attorno alle identità queer. La sua storia dimostra quanto la rappresentazione possa essere trasformativa e quanto sia urgente aprire spazi di autenticità anche negli ambienti più resistenti al cambiamento.

Oggi Kortuem continua a giocare, portando con sé una nuova consapevolezza e un ruolo inatteso: quello di simbolo di coraggio per una nuova generazione di atleti LGBTQIA+.


Fonti
– Post originale di Jesse Kortuem su X 
– IBTimes UK: Who Is Jesse Kortuem? Hockey Player Comes Out as Gay, Citing “Heated Rivalry” as Inspiration 

mercoledì 14 gennaio 2026

Dalla piazza al patibolo: come il regime iraniano trasforma la protesta in condanna

 


Quando chiedere libertà diventa un crimine e il silenzio internazionale diventa complicità.


In Iran non si muore per caso. Si muore perché si osa vivere. Si muore perché si chiede libertà. Si muore perché un regime ha deciso che il corpo dei cittadini è un territorio da disciplinare con la paura.


Erfan Soltani
ha 26 anni. È stato condannato alla pena capitale senza un vero processo, senza difesa, senza garanzie. Il suo unico “crimine”? Aver partecipato alle mobilitazioni popolari. La sua esecuzione per impiccagione può avvenire in qualsiasi momento.


Il suo nome deve circolare. Il suo volto deve essere visto. Perché ciò che il regime vuole cancellare, noi dobbiamo ricordarlo.


Mojtaba Tarshiz e sua moglie: uccisi per aver protestato


Mojtaba Tarshiz era un giocatore della lega professionistica iraniana. È stato assassinato a colpi d’arma da fuoco insieme alla moglie per aver partecipato alle proteste. Hanno lasciato due bambine piccole.

Una famiglia distrutta per aver chiesto ciò che dovrebbe essere ovvio: dignità.

Mansoureh Heydari e Behrouz Mansouri: due genitori, due vite spezzate.


Mansoureh Heydari era infermiera all’Ospedale della Sicurezza Sociale di Bushehr. Suo marito, Behrouz Mansouri, lavorava nella stessa città. Avevano due figli, di circa 7 e 10 anni.

L’8 gennaio 2026 hanno dato la buonanotte ai bambini e sono usciti per unirsi alle manifestazioni. Non sono più tornati.

Secondo organizzazioni per i diritti umani, sono stati uccisi con proiettili veri dalle forze di sicurezza. Due bambini sono rimasti orfani. Due vite spezzate per aver scelto la libertà invece della paura.

Oltre 10.000 manifestanti detenuti


Erfan, Mojtaba, Mansoureh, Behrouz non sono eccezioni. Sono parte di un elenco che cresce ogni giorno. Oltre 10.000 manifestanti sono detenuti nelle carceri iraniane, molti a rischio di tortura o esecuzione.

La complicità internazionale: il silenzio che uccide


Ciò che accade in Iran non è soltanto repressione interna: è un crimine di Stato compiuto alla luce del sole, con gru ufficiali, telecamere del regime e totale impunità.

Quello che un tempo veniva definito “crimine di Stato”, oggi viene liquidato come “questione interna”. E la comunità internazionale guarda, prende nota… e va avanti.

Le Nazioni Unite non sono un’entità neutrale. Il Consiglio di Sicurezza non è un tribunale morale: è un patto tra potenze, veti, petrolio, alleanze e calcoli geopolitici che nulla hanno a che vedere con la dignità umana.

Quando il regime iraniano impicca pubblicamente donne, uomini o minori, lo fa perché sa di poterlo fare senza conseguenze reali. Perché disturbare Teheran costa più che difendere le sue vittime. Perché le sanzioni vengono riservate solo ai regimi privi di peso strategico.

In questo mondo, i diritti umani sono “non negoziabili”… tranne quando intralciano interessi energetici o militari.

E questo è l’aspetto più grave: non solo il crimine, ma la sua normalizzazione. Non solo il boia, ma l’architettura globale che lo rende intoccabile.

Il silenzio internazionale non è prudenza diplomatica: è complicità strutturale.

Raccontare queste storie è un dovere. Nominarle è un atto politico. Condividerle è una forma di resistenza. Finché il mondo tace, noi no.

martedì 13 gennaio 2026

Iran: il coraggio che il regime non riesce a spegnere

Donne, giovani, dissidenti: la libertà che continua a respirare sotto la repressione.


In Iran la libertà si paga con il corpo. Ogni giorno, ogni notte, in ogni strada dove una donna alza la testa, dove un giovane rifiuta il silenzio, dove una voce si ostina a dire “basta”. Il regime reprime, cancella, punisce. Ma non riesce a spegnere ciò che brucia sotto la superficie: il desiderio ostinato di dignità. E mentre il mondo osserva distratto, un popolo continua a resistere, a rischio della propria vita.

La Repubblica islamica iraniana sta conducendo una repressione su scala mai vista. In due settimane, oltre mezzo migliaio di persone sono state uccise, più di diecimila arrestate, e decine di corpi si accumulano all’esterno del centro forense di Kahrizak, nella provincia di Teheran. Le immagini clandestine mostrano sacchi neri allineati, numeri al posto dei nomi, famiglie che cercano i propri figli davanti a monitor che scorrono cadaveri senza identità. È una catena di morte gestita dallo Stato, che cancella i corpi e le storie.

Il blackout digitale imposto dal regime — #DigitalBlackoutIran — ha oscurato per giorni comunicazioni, testimonianze, prove. Ma ciò che filtra è sufficiente a delineare un quadro preciso: condanne a morte emesse in massa, processi lampo, violenza sistematica contro donne, studenti, lavoratori, minoranze. Chi manifesta viene accusato di “essere nemico di Dio”. Chi documenta viene arrestato. Chi chiede giustizia viene ridotto al silenzio.

In questo contesto, le parole di Patrick Zaki risuonano con una lucidità necessaria:


“Ci si può opporre all’imperialismo senza difendere la tirannia. Non esiste alcuna contraddizione tra l’opposizione all’imperialismo occidentale e il rifiuto del sistema di dominio clericale in Iran.”

Zaki ricorda che la Repubblica islamica non è un baluardo anti‑imperialista, ma un potere che usa la retorica della resistenza per giustificare repressione interna, disuguaglianze economiche e soffocamento politico. La vera solidarietà non è verso lo Stato, ma verso il popolo iraniano che chiede pane, libertà, dignità e giustizia sociale.

Memoria e responsabilità

Ricordiamo i nomi e i volti che hanno aperto questa crepa nel muro del potere: Mahsa Amini, uccisa per un velo non conforme. Le donne che hanno bruciato l’hijab in piazza. I giovani che hanno affrontato le forze di sicurezza a mani nude. Gli uomini e le donne condannati a morte in queste ore, senza processo equo, senza difesa, senza voce.


Il regime può arrestare, torturare, censurare. Ma non può cancellare ciò che ormai è vivo: la consapevolezza di un popolo che ha visto la propria forza. 

La libertà non è un dono. È una crepa che si allarga, una voce che ritorna, un gesto che diventa rivoluzione.

Condividi questo post. Fallo arrivare dove il regime non vuole.

“Secondo El País…”
“Secondo diverse testate internazionali, tra cui El País, oltre 500 persone sono state uccise in due settimane.”


“Secondo organizzazioni per i diritti umani…”


“Secondo testimonianze raccolte da attivisti iraniani…”

lunedì 12 gennaio 2026

La legge del più forte: l’America invade, il mondo tace


Un continente ferito, un popolo che resiste.

Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026, mentre Caracas dormiva, il Venezuela è stato colpito da un attacco vigliacco. Un’azione unilaterale che ha violato la sovranità di un Paese che non ha mai minacciato gli Stati Uniti né la sicurezza del popolo nord‑americano.

L’attacco ha colpito la capitale con una violenza devastante. Secondo il ministro dell’Interno venezuelano, ci sono almeno 100 morti e un numero simile di feriti. Le esplosioni hanno distrutto unità antiaeree, basi e infrastrutture strategiche, lasciando la città in uno stato di shock e lutto. Un popolo già provato da anni di sanzioni si è risvegliato sotto le macerie.

Ancora una volta ritorna la vecchia retorica del “narcotraffico”, usata come pretesto per giustificare un intervento armato. Un’accusa che Maduro ha respinto con forza nella sua prima udienza a New York, dichiarandosi innocente e denunciando di essere stato rapito dal suo Paese. L’impianto accusatorio affonda le sue radici nel 2020 e, ancora oggi, non è sostenuto da prove pubbliche solide: eppure è stato sufficiente per giustificare un’operazione militare senza precedenti.

Una narrativa che non regge alla prova dei fatti:

il Venezuela produce meno dell’1% delle droghe illegali del mondo


ma possiede le più grandi riserve petrolifere comprovate del pianeta

È difficile credere che l’obiettivo fosse davvero “fermare i cartelli”.

Tutto questo avviene dopo anni di sanzioni economiche che hanno strangolato il Paese: un embargo iniziato nel 2017 e intensificato nel 2019, che ha colpito soprattutto il settore petrolifero, riducendo le entrate statali, limitando l’accesso a medicinali e beni essenziali e aggravando una crisi umanitaria già profonda. Un popolo isolato, impoverito e stremato si ritrova ora anche sotto le bombe.

Quello che vediamo è un nuovo colonialismo in diretta mondiale: un attacco contro un Paese sovrano, contro un popolo che da anni resiste a pressioni economiche, politiche e mediatiche. Un’operazione condotta nell’ombra, mentre esplosioni scuotevano la capitale e il presidente Nicolás Maduro veniva catturato e portato via da forze statunitensi. Colpire quando un popolo dorme è un comportamento da ratto. Una strategia che rivela più di mille discorsi.

🇻🇪 Oggi la mia solidarietà è con il Venezuela. Con chi difende la propria terra, la propria dignità, il diritto a decidere il proprio futuro senza ingerenze esterne.

🔥 Un evento storico di proporzioni enormi

Questo è un evento storico di proporzioni enormi. L’invasione del Venezuela da parte del governo di Donald Trump rappresenta, per chi la osserva criticamente, un intervento brutale contro un Paese sovrano, un atto che dovrebbe essere respinto da tutte le nazioni che credono nell’autodeterminazione dei popoli. Violando la sovranità venezuelana, gli Stati Uniti hanno inaugurato una nuova era di belligeranza in una regione che, fino a oggi, era considerata una zona di pace e stabilità nel mondo.

Indipendentemente dal risultato delle ultime elezioni in Venezuela — ampiamente contestate — il sequestro di Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores viene percepito come un’azione illegale e ripugnante. Mai nella storia dell’America del Sud un governo statunitense si era spinto così lontano.

A mio giudizio, l’obiettivo dell’operazione appare evidente: il controllo delle immense riserve petrolifere venezuelane e l’affermazione di una logica di dominio che ricorda da vicino le dinamiche imperialiste attribuite all’amministrazione Trump. È una lettura politica che rivendico, perché ciò che è accaduto mostra una volontà di potere che va ben oltre la retorica ufficiale.

Il mondo si è svegliato davanti a un vero arretramento della civiltà. Chi ha un impegno autentico per la pace sente oggi la necessità di organizzarsi con coraggio, lucidità e determinazione per fermare la prepotenza della legge del più forte. Al popolo venezuelano — quello vero, quello che resiste — va la mia più profonda solidarietà.

Stiamo vivendo una nuova edizione, aggiornata e senza maschere, di un imperialismo aggressivo che non finge nemmeno più di preoccuparsi della democrazia negli altri Paesi.

martedì 30 dicembre 2025

Wounded Knee non è finito: memoria, colonialismo e presente americano

Massacro di Wounded Knee, ca. 1900 Autore: ignoto, cultura Lakota (Teton Sioux) Collezione: National Museum of the American Indian

Ieri, 29 dicembre, abbiamo ricordato il massacro di Wounded Knee.

Nel 1890, l’esercito degli Stati Uniti uccise centinaia di Lakota Sioux, molti dei quali donne e bambini. Un crimine coloniale, dentro l’America. Un crimine che non è mai stato riparato.

Nel 2025, il colonialismo non è finito. Diversi articoli riportano che il presidente Trump ha riaffermato l’idea che gli Stati Uniti dovrebbero “avere” la Groenlandia, definendola una questione di sicurezza nazionale. Alcune testate hanno descritto queste dichiarazioni come una forma di pressione politica verso un territorio che appartiene al Regno di Danimarca. Un linguaggio che ricorda logiche di espansione e controllo.

Allo stesso tempo, negli Stati Uniti si discute della rimozione o riscrittura di narrazioni storiche nei musei, soprattutto quelle che riguardano minoranze, diritti civili e lotte di liberazione. Molti osservatori vedono in queste scelte un tentativo di ridurre lo spazio della memoria critica.

E mentre si riaprono discorsi su territori da “prendere”, si moltiplicano anche le tensioni internazionali: alcune dichiarazioni ufficiali hanno evocato scenari di confronto con paesi come il Venezuela. Il linguaggio della forza continua a sostituire quello della diplomazia.

Ma il popolo Lakota è ancora qui. Come tutte le comunità che resistono. Come tutte le voci che non si piegano.

Wounded Knee è un luogo sacro. Ma è anche un avvertimento. La libertà si difende ricordando. La giustizia si costruisce denunciando.

Ieri abbiamo ricordato. E oggi continuiamo a lottare.

🌾 Chi erano le persone di Wounded Knee

Un breve riassunto per i lettori

Erano Lakota Sioux, una delle grandi nazioni delle Pianure del Nord America.


Vivevano in comunità organizzate, con una forte cultura spirituale, un rapporto profondo con la terra e una struttura sociale basata su clan e responsabilità condivise.


Nel 1890 erano già stati decimati da decenni di guerre, deportazioni, fame e politiche di assimilazione forzata.


A Wounded Knee non c’erano guerrieri in battaglia: c’erano famiglie in movimento, molte disarmate, molte in fuga.


Il massacro avvenne mentre stavano cercando protezione e negoziazione, non conflitto.


Le vittime furono soprattutto donne, bambini e anziani.

Ricordarli significa restituire loro dignità, non solo dolore. Significa riconoscere che la violenza coloniale non è un capitolo chiuso, ma una struttura che continua a trasformarsi.


Fonte

Informazioni storiche sul massacro di Wounded Knee da fonti pubbliche e materiali divulgativi disponibili online.

A chi legge, a chi passa, a chi resta: buon 2026. Con gratitudine e presenza.


Il 2025 si chiude con una certezza:

la lotta per i diritti non è un capitolo da archiviare,

ma un impegno quotidiano che attraversa i nostri corpi,

le nostre parole, le nostre scelte.




Abbiamo visto regressioni, resistenze, tentativi di cancellazione.

Eppure siamo ancora qui: visibili, presenti, determinate*.

Ogni gesto è politico, ogni voce è necessaria.




A chi passa in silenzio su questo blog,

a chi lascia un commento,

a chi mi accompagna da anni con una presenza costante:

grazie.

La vostra attenzione, anche quando non fa rumore,

è parte della stessa resistenza.




Vi chiedo scusa per il lungo periodo di silenzio.

A volte la vita chiede pause, ascolto, riorientamento.

Ma sono tornata.

E potete contare sulla mia voce:

chiara, vigile, ostinata nel pretendere dignità e libertà.




Che il nuovo anno ci trovi più consapevoli,

più solidali, più capaci di costruire mondi giusti.

La storia non si osserva: si attraversa.


“La storia si attraversa. Insieme.” Buon inizio 2026 
Vanessa Mazza.

lunedì 22 dicembre 2025

🌈 2025: Diritti LGBTQ+ tra avanzamenti e regressioni. Un anno che smaschera il mondo


Un bilancio globale basato sui dati

Il 2025 si chiude con un quadro netto: i diritti LGBTQ+ avanzano solo in alcune aree del mondo, mentre in altre arretrano sotto la spinta di governi autoritari, movimenti anti‑gender e crisi democratiche. Le nuove mappe pubblicate da ILGA World e ILGA-Europe confermano un trend evidente: la battaglia per l’uguaglianza è entrata in una fase di forte polarizzazione.

Secondo ILGA World, “multiple storms hit the LGBTI movement over the past 12 months”. Le tempeste, quest’anno, hanno lasciato segni profondi.

📈 Dove il 2025 ha segnato progressi
Thailandia:
matrimonio egualitario nell’area ASEAN

Il percorso legislativo avviato nel 2024 si è consolidato nel 2025, rendendo la Thailandia il primo Paese del Sud‑Est asiatico a riconoscere il matrimonio egualitario.
Europa dell’Est: spiragli in territori ostili

La Romania ha iniziato a riconoscere i matrimoni tra persone dello stesso sesso celebrati all’estero. Non è una piena equiparazione, ma rompe una lunga immobilità.
America Latina: identità di genere più tutelate

Diversi Paesi hanno ampliato le procedure per il cambio di genere legale, confermando la regione come una delle più avanzate al mondo sul tema.
Messico: la Corte Suprema elimina norme censorie

La Corte Suprema ha dichiarato incostituzionali alcune leggi locali che limitavano la diffusione di contenuti LGBTQ+. Un precedente importante per la libertà di espressione.

📉 Dove il 2025 ha segnato arretramenti
Criminalizzazione:
64 Paesi mantengono leggi anti‑LGBTQ+

I dati ILGA World aggiornati a maggio 2025 mostrano che in 64 Stati del mondo le relazioni tra persone dello stesso sesso sono ancora criminalizzate. In alcune regioni dell’Africa e del Medio Oriente, la repressione si è intensificata.
Europa: la crisi democratica trascina giù i diritti LGBTQ+

La Rainbow Map 2025 di ILGA-Europe registra un peggioramento significativo in:

Regno Unito

Ungheria

Georgia

Secondo ILGA-Europe, questi arretramenti “signal not just isolated regressions, but a coordinated global backlash”.
Diritti trans sotto attacco in Occidente

Il 2025 ha visto un aumento di proposte legislative contro le persone trans, soprattutto minori. Il Human Rights Research Center segnala che “recent developments in Western countries also warrant concern”.
Tagli ai finanziamenti

ILGA World denuncia una “significant reduction in funding for LGBTI movements and their data”. Un dato che pesa: senza risorse, i movimenti perdono capacità di monitoraggio e advocacy.

🔍 Il quadro complessivo

Trend 2025:


64 Paesi criminalizzano ancora le relazioni tra persone dello stesso sesso

Crescono le leggi restrittive contro le persone trans

Regressione in vari Paesi europei

Miglioramenti sulla libertà di espressione in Messico

Avanzamento del matrimonio egualitario in Thailandia

Il 2025 dimostra che i diritti LGBTQ+ non avanzano per inerzia. Avanzano quando la società civile è forte, quando le istituzioni democratiche reggono, quando i finanziamenti non vengono tagliati e quando la disinformazione non domina il discorso pubblico.

I dati di quest’anno non raccontano solo progressi e regressioni: raccontano la fragilità strutturale dei diritti LGBTQ+ nel mondo. E ricordano che ogni conquista è reversibile.



Fonti

ILGA World – State-Sponsored Homophobia Report 2025

ILGA-Europe – Rainbow Map & Annual Review 2025

Human Rights Research Center – Global LGBTQ+ Policy Trends 2025

Our World in Data – LGBTQ+ Rights Dataset (aggiornato al 2025)

Human Rights Watch – LGBTQ+ Rights Reports 2025

Amnesty International – Annual Human Rights Report 2025 (sezione LGBTQ+)

🇫🇷🏳️‍🌈 Francia: una riabilitazione storica per le persone condannate per omosessualità. Ma la battaglia politica è tutt’altro che chiusa

Manifestanti sfilano il 21 giugno 1980 nelle strade di Parigi per difendere i diritti e le libertà delle persone omosessuali. © AFP – Joël Robine

Il 18 dicembre, all’Assemblée nationale, 114 deputate e deputati francesi hanno votato all’unanimità una proposta di legge che mira a riabilitare le persone condannate per omosessualità nel corso del XX secolo.

Un voto definito “storico” da molte associazioni LGBTQIA+, ma che apre anche una serie di interrogativi politici, giuridici e memoriali tutt’altro che secondari.

Secondo i dati riportati da Similiqueer, più di 10.000 persone sono state condannate in Francia nell’arco di quarant’anni, con una pena detentiva nel 90% dei casi, esclusivamente a causa del loro orientamento sessuale. Una violenza istituzionale sistemica che ha segnato generazioni di persone queer.

Cosa prevede la proposta di legge


Il testo, presentato nel 2022 dal senatore socialista Hussein Bourgi, introduce tre misure principali:

10.000 € di indennizzo forfettario

150 € per ogni giorno di privazione della libertà

Rimborso delle ammende pagate

Queste compensazioni erano state eliminate dal Senato, a maggioranza di destra, ma sono state reintegrate dalla Commissione Affari Costituzionali dell’Assemblée nationale pochi giorni prima del voto.

Un contesto storico rimosso

Il “reato di omosessualità” è stato definitivamente abrogato solo nel 1982, con la legge Forni, sostenuta da Gisèle Halimi e Robert Badinter. Eppure, la repressione non è stata uniforme nel tempo: durante il regime di Vichy (1942–1945), le persecuzioni contro le persone omosessuali sono state documentate da storici e associazioni, ma restano ancora oggi un terreno di scontro politico.

Il nodo politico: la memoria queer è ancora contesa

La maggioranza di destra al Senato rifiuta di includere nel risarcimento il periodo 1942–1945, sostenendo che la Repubblica non debba “scusarsi per i crimini del regime di Vichy”. Una posizione che solleva questioni cruciali:

Chi decide quali vittime meritano riparazione?

È possibile separare la responsabilità storica dalla responsabilità istituzionale?

La memoria queer può essere riconosciuta solo parzialmente?

Questa scelta rischia di creare una memoria “a geometria variabile”, dove alcune vittime vengono riconosciute e altre invisibilizzate.

⚖️ La Commissione mista paritaria: il vero campo di battaglia

Il testo dovrà ora passare alla Commissione mista paritaria (CMP), che riunisce deputati e senatori. È qui che si deciderà:

se le compensazioni economiche resteranno,

se il periodo di Vichy sarà incluso,

se la legge avrà un impatto reale o resterà un gesto simbolico.

Molte voci della comunità LGBTQIA+ temono che il governo possa utilizzare questo voto come pinkwashing istituzionale, senza affrontare l’aumento attuale di omofobia e soprattutto transfobia in Francia — un timore espresso anche nei commenti al post originale.

La proposta di legge rappresenta un passo avanti importante, ma non ancora una vittoria. La Francia si trova davanti a una scelta: riconoscere pienamente la violenza istituzionale inflitta alle persone queer, oppure limitarsi a un gesto simbolico che lascia irrisolte le responsabilità storiche e le discriminazioni contemporanee.

La memoria queer non può essere selettiva. La giustizia non può essere parziale. E la riparazione non può essere un compromesso politico.

📦 Fonti e approfondimenti


Entrevue.fr – France, memory and rights: the Assembly examines the rehabilitation of those convicted of homosexuality
Link

PolitiqueMatin – Homosexualité : pourquoi la loi de réhabilitation votée à l’Assemblée est historique
Link

L’Essentiel – La France va réhabiliter et indemniser les homosexuels condamnés
Link

Ouest-France – Condamnations pour homosexualité : le Sénat adopte une loi de réhabilitation, sans volet indemnitaire
Link

France 24 – Le Sénat ouvre la voie à la réhabilitation des condamnés pour homosexualité
Link