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mercoledì 4 febbraio 2026

🇷🇺 Russia: la repressione contro le persone LGBT+ entra in una nuova fase oscura

Una mappa oscurata e una mano che resiste: la repressione contro le persone LGBT+ in Russia non è solo politica, ma culturale e simbolica. Un tentativo di cancellare identità e libertà.

Il Ministero della Giustizia russo ha ufficialmente dichiarato “indesiderabile” l’ILGA World, la più grande federazione internazionale che riunisce oltre 2.000 organizzazioni LGBT+ in più di 170 paesi. Questa designazione non è solo simbolica: in Russia, collaborare con un’organizzazione “indesiderabile” può comportare fino a sei anni di carcere. Un messaggio chiaro e inquietante rivolto a chiunque difenda i diritti delle persone LGBTQIA+.

Julia Ehrt, direttrice esecutiva di ILGA World, ha definito la misura “grottesca”. E come darle torto? In un contesto dove la libertà di espressione è già fortemente limitata, questa decisione rappresenta un ulteriore passo verso la criminalizzazione dell’identità, della solidarietà e della diversità.

Ma non si tratta di un episodio isolato. Negli ultimi anni, il regime di Vladimir Putin ha intensificato una campagna sistematica contro la comunità LGBT+: libri censurati, film vietati, opere teatrali bloccate, mostre chiuse, contenuti oscurati. Le persone queer non possono riunirsi, non possono raccontarsi, non possono esistere pubblicamente.

Questa repressione non è solo politica: è culturale, sociale, simbolica. È il tentativo di cancellare ogni forma di pluralismo, di ridurre la società a un monolite ideologico fondato sulla paura e sull’omologazione.

In Europa, dove molti paesi avanzano — tra contraddizioni e conquiste — verso una maggiore inclusione, la Russia sceglie di voltare le spalle ai diritti umani. E lo fa con una violenza istituzionale che ricorda i momenti più bui della storia del continente.

Chi scrive non può che denunciare questa deriva. Non per ideologia, ma per dignità. Perché ogni persona ha diritto a vivere, amare, esprimersi e organizzarsi senza paura. E perché il silenzio, di fronte a questa repressione, sarebbe complice.


Un gesto di presenza, contro ogni silenzio. — Luce (Vanessa

martedì 3 febbraio 2026

“Il Confine Tra Democrazia e Abuso È Scritto Qui”


 L’articolo 13 della Costituzione è semplice: la libertà personale è inviolabile.

Nessuno può fermarti, perquisirti o privarti della libertà senza garanzie precise e senza un atto motivato dell’autorità giudiziaria.

È scritto così per un motivo: per impedire abusi, arbitri e derive autoritarie.

Quando si parla di “sicurezza” dimenticando questo articolo, non è sicurezza: è un altro nome per il controllo.

“Il fine settimana che abbiamo appena attraversato”


Il fine settimana appena trascorso è stato un concentrato di tutto ciò che questo mondo continua a rimuovere: diritti rimessi in discussione, vite spezzate nell’indifferenza, repressione normalizzata, verità che faticano a emergere.

In Emilia-Romagna, durante un Consiglio comunale, Costantino Righi Riva — ex candidato sindaco del centrodestra — ha dichiarato che il voto alle donne sarebbe stato un “attacco all’unità familiare”. Parole pronunciate nel 2026, mentre celebriamo gli 80 anni dell’Assemblea Costituente.

E allora la domanda diventa inevitabile, soprattutto per chi si definisce “cristiana” e “patriota”: che idea di donna avete? Una cittadina con pieni diritti, o una figura da ricondurre al ruolo domestico, come nelle distopie tipo Il racconto dell’ancella?

Perché quando si mette in discussione il suffragio femminile, non si parla solo del passato: si parla del futuro che qualcuno immagina per noi.

Nel Mediterraneo, dopo il ciclone Harry, si parla di centinaia — forse mille — persone disperse. I governi tacciono. E noi rischiamo di tacere con loro. È la stessa rimozione che attraversa Bolzaneto, la Diaz, il G8 di Genova: una memoria che riemerge solo quando serve giustificare nuove strette securitarie.

A Torino, cinquantamila persone in piazza per difendere uno spazio sociale. E come sempre, quando la partecipazione è ampia, arriva la narrazione tossica: infiltrazioni, violenti, ordine pubblico. Ma tra lacrimogeni e manganelli non c’erano solo agenti e “professionisti del disordine”: c’erano cittadini comuni, persone che erano lì per una causa legittima e che si sono ritrovate schiacciate in mezzo a un copione già scritto.

Un copione che non nasce oggi. Già negli anni Duemila, un ex Presidente della Repubblica descriveva pubblicamente una strategia basata su infiltrazioni, provocazioni, caos controllato e repressione successiva per ottenere consenso. Rileggerlo oggi fa venire i brividi.

E mentre tutto questo accade, il governo sta portando avanti un nuovo decreto in materia di sicurezza. Nel dibattito pubblico, molte voci critiche sostengono che questo provvedimento restringa gli spazi di libertà e garantisca una forma di impunità operativa alle forze dell’ordine, attraverso tutele legali e penali più ampie.

Ed è qui che nasce la domanda che in troppi evitano: perché nessuno si interroga? Perché non ci chiediamo cosa significhi vivere in un Paese dove la libertà si restringe e il controllo si allarga?

E beh… se manca l’intelligenza critica e l’empatia, tutto diventa più facile da accettare.


Dagli Stati Uniti, gli Epstein Files continuano a sollevare ombre pesanti. Alcuni materiali sono stati esclusi dagli atti ufficiali perché mostravano violenze estreme. Le email pubblicate delineano un quadro di abusi gravissimi, e resta sospesa la domanda più semplice e più scomoda: perché così pochi nomi sono stati davvero indagati? Chi ha protetto chi?

A Gaza, la situazione resta drammatica: civili che continuano a morire, ospedali al limite, blackout, nessuna tregua reale.

In Iran, la repressione non si è mai fermata. Ogni settimana arrivano notizie di nuove vittime, mentre la lotta delle donne e degli uomini iraniani continua, anche se il ciclo mediatico guarda altrove.

Negli Stati Uniti, resta aperta anche la ferita dei bambini separati dalle famiglie durante le operazioni dell’ICE: una pagina che molti artisti hanno ricordato proprio ieri sera, durante la grande festa della musica.

È stato un fine settimana che ci ricorda quanto sia fragile ciò che diamo per scontato: diritti, memoria, verità.

E quanto sia necessario restare vigili, presenti, capaci di nominare le cose anche quando fanno male.