Due attivisti sequestrati in acque internazionali. Il silenzio globale come complicità.
5 maggio 2026
Il sequestro in acque internazionali
Il 1° maggio 2026, in acque internazionali al largo della Grecia, la Global Sumud Flotilla — una missione civile composta da oltre cinquanta imbarcazioni partite da Francia, Spagna e Italia — è stata intercettata dalle forze israeliane. La flottiglia trasportava aiuti umanitari destinati alla popolazione di Gaza e aveva l’obiettivo dichiarato di sfidare il blocco imposto dal 2005 e irrigidito dopo il 7 ottobre 2023.
A bordo c’erano circa 175 attivisti. Quasi tutti sono stati rilasciati a Creta. Solo due uomini sono stati portati in Israele e trattenuti: Saif Abu Keshek e Thiago Ávila.
Chi è Saif Abu Keshek
Saif è un attivista ispano-svedese di origine palestinese, residente a Barcellona, con oltre vent’anni di impegno nei movimenti europei di solidarietà con la Palestina. È padre di tre bambini.
Secondo testimonianze di attivisti rilasciati, Saif sarebbe stato picchiato e torturato già a bordo della nave militare che ha intercettato la flottiglia, prima del trasferimento al carcere di Shikma, ad Ashkelon.
Chi è Thiago Ávila
Thiago è un attivista brasiliano, 38 anni, impegnato nei movimenti sociali, ambientali e per la solidarietà internazionale. È padre di una bambina.
Secondo il suo avvocato e la diplomazia brasiliana, Thiago ha riportato segni visibili di percosse e ha riferito condizioni di detenzione degradanti: celle illuminate 24 ore su 24, temperature estremamente basse, isolamento.
Perché proprio loro?
Israele sostiene che Saif e Thiago siano sospettati di “assistenza al nemico in tempo di guerra” e “contatti con organizzazioni terroristiche”. Accuse che i loro avvocati definiscono prive di base giuridica, poiché i due sono stati fermati in acque internazionali, fuori dalla giurisdizione israeliana.
Gli altri 173 attivisti sono stati rilasciati. Solo loro due sono stati selezionati, separati e trasferiti in Israele.
Secondo il gruppo legale Adalah, si tratta di un’azione “illegale” e assimilabile a un rapimento di civili stranieri in acque internazionali.
La violenza dell’intercettazione
Le testimonianze parlano di un’operazione estremamente violenta: pugni, calci, persone trascinate sul pavimento con le mani legate, colpi di arma da fuoco veri e di gomma, decine di feriti portati in ospedale a Creta.
Il momento più brutale sarebbe avvenuto quando gli attivisti hanno tentato di impedire che Saif e Thiago venissero portati via con la forza.
Il silenzio dei “buoni”
Questa vicenda non è un episodio isolato. È un precedente pericoloso: due civili impegnati in una missione umanitaria, sequestrati in acque internazionali, accusati senza prove, detenuti in isolamento, sottoposti a violenze fisiche e psicologiche.
E mentre tutto questo accade, il mondo osserva. O peggio: non osserva affatto.
Il silenzio non è neutrale. Il silenzio è complicità. Il silenzio è ciò che permette alla prepotenza di diventare sistema.
E allora la domanda è inevitabile: esistono ancora i “buoni”? O abbiamo smesso di indignarci?
Perché questa storia ci riguarda
Saif e Thiago non sono eroi mitologici. Sono due uomini che hanno scelto di non voltarsi dall’altra parte. Ed è proprio questo che li ha resi bersagli.
La loro liberazione non è solo una richiesta: è un test morale per tutti noi. È la misura di quanto siamo ancora capaci di indignarci, di reagire, di non accettare l’ingiustizia come destino.
Liberdade para Saif e Thiago. Libertà per chi difende la dignità umana.
— vanessa mazza TLGBQI+



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