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lunedì 25 maggio 2026

La Bolivia brucia nel silenzio d'Occidente: il racconto della rivolta che i TG italiani censurano

Le proteste contro il governo filoamericano in #Bolivia continuano.

Di Vanessa Mazza
Ci sono momenti in cui la storia di un popolo si misura dal rumore dei lacrimogeni e dall'odore della fame. In queste settimane di maggio 2026, la Bolivia sta attraversando una delle pagine più tragiche, violente e drammatiche degli ultimi decenni. È il racconto di madri che non riescono a trovare latte e pollo per i propri figli a causa dei mercati vuoti; di ospedali allo stremo che implorano l'apertura di corridoi umanitari d'emergenza per ricevere bombole d'ossigeno; di lavoratori e comunità indigene che mettono i propri corpi davanti ai blindati della polizia, consapevoli che perdere questa battaglia significa scivolare nella miseria assoluta. Un intero Paese è paralizzato, spezzato tra la disperazione economica e una repressione statale feroce che sta insanguinando le strade. 
Eppure, in Italia, tutto questo non esiste. Ciò che accade in Bolivia — come in molte altre aree del Sud del mondo — non arriva quasi mai all’opinione pubblica. Non perché manchino le informazioni, ma perché il sistema mediatico nazionale non considera rilevanti le mobilitazioni popolari, le crisi sociali e i conflitti politici che non coinvolgono direttamente l’Occidente.
Il risultato è un’informazione che offre una visione parziale e profondamente distorta del mondo. Le proteste boliviane vengono ridotte dai nostri telegiornali a banali “disordini”, la repressione a “tensione”, le rivendicazioni sociali a generico “malcontento”. Manca il contesto, mancano le cause, mancano le voci dei movimenti indigeni, dei minatori, dei sindacati rurali. Manca soprattutto la consapevolezza che si tratta di un conflitto politico profondo, legato alla difesa di diritti sociali e conquiste agrarie che una parte significativa della popolazione considera non negoziabili.
Questo vuoto informativo non è neutrale. Contribuisce a normalizzare l’idea che lo smantellamento dei diritti sia un processo inevitabile e che le reazioni popolari siano un semplice rumore di fondo. Si ripete qui, con le dovute proporzioni macroeconomiche, lo stesso drammatico schema comunicativo che vediamo a Gaza: il genocidio non detto, il massacro sociale non gridato, con i governi occidentali inermi o complici a guardare e, peggio ancora, pronti a criminalizzare e arrestare in massa chiunque cerchi di opporsi all'orrore.
La cronologia del conflitto: dal 12 maggio alla verità di teleSUR


Per capire l'origine di questo calvario bisogna tornare a due settimane fa. La scintilla è scoppiata ufficialmente lunedì 12 maggio 2026, quando le organizzazioni contadine e i lavoratori hanno avviato la cosiddetta "marcia per la vita" con uno sciopero generale a tempo indeterminato. Da quel giorno, i blocchi stradali hanno progressivamente isolato le grandi città, a partire dalla capitale amministrativa La Paz.
Per comprendere la portata di ciò che la Rai o i grandi quotidiano italiani nascondono, basta accendere le telecamere di emittenti indipendenti come teleSUR. Lì, il giornalismo d'inchiesta sul campo restituisce i fatti per quello che sono: un'insurrezione popolare contro un tradimento politico.
Il presidente Rodrigo Paz Pereira, insediatosi da soli sei mesi grazie ai voti delle basi popolari e contadine, ha immediatamente girato le spalle al suo elettorato. Ha varato un'agenda neoliberista feroce, culminata nel taglio dei sussidi storici sui carburanti e nell’importazione di benzina di scarsa qualità che ha distrutto i mezzi di sussistenza dei trasportatori, facendo impennare l'inflazione al 20%.
A marciare per oltre 20 chilometri, dalla città ribelle di El Alto fino al centro blindato di La Paz, c'è l’ossatura sociale della Bolivia plurinazionale: gli operai delle fabbriche, i minatori statali, il sindacato degli insegnanti e le storiche autorità indigene aymara, i Ponchos Rojos.
La "Ley 1720" e lo spettro del neocolonialismo
Dietro lo specchietto delle allodole della crisi economica, i movimenti denunciano un attacco frontale alla sovranità della terra: la Ley 1720. Si tratta di un provvedimento che mira a riclassificare l'uso del suolo per favorire i grandi latifondisti e l’agro-business, legalizzando di fatto la deforestazione di massa dell’Amazzonia boliviana e condannando le comunità native all’esproprio e alla fame.
Lo scontro è anche ferocemente identitario e razziale. Nelle strade di La Paz, gruppi di estrema destra affini al governo sono stati immortalati mentre bruciavano la Wiphala, la bandiera indigena simbolo di riscatto e dignità dei popoli nativi, riconosciuta dalla Costituzione. Un atto neocoloniale che evoca i fantasmi dei peggiori colpi di stato oligarchici della regione.
Repressione di Stato e complicità internazionale
Mentre i nostri telegiornali usano eufemismi per non disturbare il potere, la realtà nelle strade parla di morti, feriti e una durissima repressione giudiziaria dal 12 maggio a oggi. A un passo da Piazza Murillo, le marce pacifiche dei lavoratori sono state investite da cariche violentissime della polizia e soffocate dai gas lacrimogeni.
E la risposta della geopolitica occidentale? Quella di sempre. Gli Stati Uniti hanno espresso pieno appoggio al governo repressivo di Rodrigo Paz, blindando l'alleato economico e bollando i blocchi stradali dei sindacati come "azioni destabilizzanti". Una copertura politica calcolata che permette al governo boliviano di proseguire la sua opera di macelleria sociale nell'ombra, mentre il presidente tenta un rimpasto di facciata del proprio gabinetto dopo le dimissioni polemiche del Ministro del Lavoro.
Il paradosso è evidente: nel 2026, per sapere cosa accade davvero in Bolivia, un cittadino deve cercare autonomamente su internet, seguire media locali, ONG e giornalisti indipendenti. Non è un dettaglio: è il sintomo di un sistema informativo nostrano che non racconta il mondo, ma lo censura per difendere gli interessi di un'agenda ristretta.
La Bolivia oggi è un caso emblematico. Non solo per il sangue e la dignità che scorrono nelle sue strade, ma per il silenzio complice con cui l'Occidente sta decidendo, ancora una volta, di girarsi dall'altra parte.
Vanessa Mazza
Attivista, blogger e voce indipendente della comunità Trans TLGBQI+
blogspot.com

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