di Vanessa Mazza — 29 maggio 2026
La Corte Costituzionale ha scritto una pagina importante nella storia dei diritti civili italiani. Con la sentenza n. 91/2026, depositata il 28 maggio, la Consulta ha stabilito che anche le coppie omosessuali sposate all’estero hanno diritto alla pensione di reversibilità, anche se il decesso del coniuge è avvenuto prima del 2016, cioè prima dell’entrata in vigore della legge sulle unioni civili. Una decisione che corregge una discriminazione durata decenni e che restituisce dignità a tante storie d’amore cancellate dalla burocrazia.
La Consulta ha dichiarato incostituzionale l’articolo 13 del regio decreto-legge del 1939, nella parte in cui negava la reversibilità al partner superstite di una coppia omosessuale sposata all’estero se il decesso era avvenuto prima della legge Cirinnà del 2016.
La Corte ha riconosciuto che questa esclusione creava una “ingiustificata disparità di trattamento” rispetto alle altre categorie aventi diritto alla pensione ai superstiti.
Il caso era stato sollevato dalla Corte di Cassazione: un uomo, sposato all’estero con il proprio compagno, si era visto negare dall’INPS la reversibilità perché il partner era morto prima del 2016. La Consulta ha ribaltato questa impostazione, riconoscendo che:
il matrimonio all’estero era valido e formalizzato;
la legge italiana oggi riconosce effetti alle unioni civili e ai matrimoni omosessuali celebrati fuori dal Paese;
non esiste alcuna ragione per negare un diritto previdenziale già riconosciuto ad altre forme familiari.
📌 Perché questa sentenza è storica
La decisione della Corte non equipara il matrimonio omosessuale al matrimonio eterosessuale sul piano costituzionale — come la stessa Consulta ribadisce — ma riconosce che la tutela previdenziale non può essere negata sulla base dell’orientamento sessuale. È un passaggio fondamentale perché:
riconosce retroattivamente diritti negati per anni;
tutela coppie che non avevano potuto unirsi civilmente in Italia prima del 2016;
afferma che la dignità delle famiglie omosessuali non può essere sospesa nel tempo;
mette fine a una discriminazione che colpiva proprio chi aveva già subito un lutto.
🏛️ Un passo avanti, nonostante tutto
La sentenza arriva in un contesto politico in cui i diritti LGBTQIA+ sono spesso oggetto di scontro ideologico. Eppure, proprio per questo, la decisione della Consulta assume un valore ancora più forte: ricorda che la Costituzione non è un terreno di esclusione, ma di tutela.
È un messaggio chiaro: lo Stato non può voltarsi dall’altra parte quando una persona perde il proprio compagno o la propria compagna.
Questa sentenza non restituisce solo una pensione: restituisce giustizia, memoria e riconoscimento a chi ha amato senza poter essere riconosciuto.
È un passo avanti verso un’Italia più equa, più adulta e più fedele ai suoi principi costituzionali.
— vanessa mazza TLGBQI+

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