
Chimpanzee Sanctuary Northwest (chimpsnw.org)
Un conflitto durato anni, 28 vittime accertate e la fine di un'era. La recente scoperta nel Parco Nazionale di Kibale, in Uganda, ci costringe a guardare alle radici primordiali della violenza e alla fatica necessaria per restare uniti.
di Vanessa Mazza TLGBQI+
Esistono momenti in cui la scienza smette di essere solo osservazione asettica e diventa un monito che ci tocca nel profondo. Quello che i ricercatori hanno documentato a Ngogo, in Uganda, non è solo un evento etologico: è la cronaca di una tragedia che somiglia terribilmente alle nostre.
Per oltre vent'anni, la comunità di scimpanzé di Ngogo è stata un modello di stabilità. Poi, qualcosa si è rotto. Non per mancanza di cibo, ma per la rottura dei legami. Lo studio, pubblicato su Science ad aprile 2026, descrive una lenta deriva iniziata nel 2015: quando il gruppo è diventato troppo numeroso, l'impossibilità di mantenere relazioni significative ha creato fazioni. I "vecchi amici" sono diventati "nemici", portando a una guerra civile con 28 morti accertate.
La Scienza della Pace: Il Grooming e il Bacio
Tuttavia, la ricerca scientifica ci insegna che gli scimpanzé hanno sviluppato metodi sofisticati per evitare che queste crepe diventino abissi. La "riconciliazione" è un pilastro della loro sopravvivenza:
- Il valore politico del Grooming: Spulciarsi a vicenda non è solo igiene; è un investimento sociale. Riduce i livelli di cortisolo (lo stress) e ripara la fiducia dopo un litigio.
- Contatto post-conflitto: È stato osservato che, dopo uno scontro, gli avversari spesso si cercano per abbracciarsi o scambiarsi un "bacio" bocca a bocca. Questo comportamento non cancella l'aggressione, ma ristabilisce il legame per evitare la frammentazione del gruppo.
- Mediazione "femminile": Spesso sono le femmine o individui neutrali a intervenire tra due maschi in conflitto, agendo come pacieri per riportare la calma nella comunità.
A Ngogo, questi meccanismi sono falliti perché la polarizzazione è stata più forte della cura.
Perché questa storia ci riguarda
Questa tragedia scuote le fondamenta dell'antropologia. Ci dice che la polarizzazione e l'odio possono nascere anche senza ideologie, semplicemente dal fallimento della coesione sociale. Se la biologia ci mostra la radice del conflitto, ci ricorda anche che la pace non è uno stato naturale garantito, ma un equilibrio fragile che va alimentato ogni giorno con gesti quotidiani di riconoscimento reciproco.
Non siamo così diversi da loro. Guardare a questa guerra nella foresta deve portarci a riflettere su quanto sia prezioso, e quanto vada difeso con la mediazione e la vicinanza, ogni legame che tiene insieme la nostra società.
La tragedia di Ngogo ci lascia con una domanda scomoda: se persino i nostri parenti più prossimi possono scivolare nell'abisso della guerra civile per la semplice erosione della fiducia, quanto è sottile il ghiaccio su cui cammina la nostra civiltà?
La pace non è l'assenza di conflitto, ma la presenza costante della cura. Spulciarsi, abbracciarsi, riconoscersi: sono questi i gesti che impediscono alle foreste — e alle città — di bruciare. Restiamo umani, restiamo uniti, prima che il confine tra 'noi' e 'loro' diventi una trincea insuperabile."
Fonte scientifica: Sandel, A. A., et al. (2026). "The breakup of the Ngogo chimpanzee community: A case study of social polarization and conflict." Science.
Vanessa Mazza TLGBQI+
2 commenti:
Credo che tutto si concentri su una parola semplice ma non scontata: RICONOSCIMENTO. Se ci pensiamo niente oggi giorno è riconoscimento. Riconoscere qualcuno diverso da noi è considerato un fallimento una caduta verso il basso una cessione sovranità, (parola fin troppo inflazionata). Tutto oggi è negazione del riconoscimento. Le guerre di religione sono l'esempio più facile da capire. "E' un mussulmano, non può integrarsi, non è come noi", frasi che si ascoltano ovunque. Il fatto che sia un essere umano come noi, non conta nulla. Anzi è in atto proprio un fenomeno contrario, la disumanizzazione dell'altro. Il nazismo si basava su questo, "l'ebreo è un parassita" spesso raffigurato come un topo. E anche l'astio assoIuto da tutto ciò che viene dalla Russia, compreso i suoi abitanti, senza alcuna logica storica. I capi religiosi storicamente hanno fatto leva sulla sfaccettatura peggiore dell'animo umano, ed hanno creato conflitti che non sarebbero successi. Siamo stati troppo influenzati da questi personaggi, ed ora molti credono sia giusto pensarla in quel modo. La prova è la deriva fascista del mondo intero, é ovvio che può essere un caso. Guardate i bambini. Nelle scuole sono in contatto bambini provenienti da tutto il mondo. Se litigano è perché si rubano un giocattolo, qualcuno fa un dispetto all'altro, non certo perché abbiano preconcetti razziali. I bambini hanno la mente libera da tutto l'odio. Sta poi ai genitori educarli. E qui le dolenti note prendono il sopravvento.
Abbiamo in ogni caso molto da imparare dagli "animali", dai quali, ricordiamocelo sempre, discendiamo, e in tal caso una flebile speranza forse c'è.
"Caro Maurizio, ti ringrazio infinitamente per questo commento così lucido, profondo e, purtroppo, dolorosamente vero. Hai centrato il cuore del problema: la parola chiave è proprio RICONOSCIMENTO.Quando a Ngogo i legami personali sono venuti a mancare, quegli scimpanzé hanno smesso di 'riconoscersi' come parte della stessa comunità. Quello che la natura ci mostra in modo primordiale, la nostra società lo ha industrializzato attraverso la disumanizzazione e la propaganda. La negazione dell'altro — che sia per nazionalità, religione, etnia o identità — è la vera arma di distruzione di massa.Il tuo esempio sui bambini nelle scuole è un raggio di luce: l'odio si impara, non si eredita. La speranza, come dici tu, sta proprio nel disimparare quell'odio e nel tornare a guardarci con la stessa purezza. Grazie per aver arricchito questo post con la tua straordinaria sensibilità."
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