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mercoledì 29 aprile 2026

1993–2026: dalla depenalizzazione alla repressione. La parabola russa dei diritti LGBTI+

La bandiera arcobaleno sventola davanti a una figura in uniforme: un contrasto che racconta la tensione tra diritti e repressione nella Russia contemporanea.

Il 29 aprile 1993 la Russia cancellò l’articolo 121.1 del Codice Penale, ponendo fine alla criminalizzazione dei rapporti omosessuali tra uomini. Era una norma sovietica che aveva mandato migliaia di persone nei gulag, spesso con accuse costruite per colpire dissidenti e “indesiderabili”. La sua abolizione sembrò, allora, un segnale di apertura: un Paese che usciva dall’URSS e prometteva diritti, riforme, un futuro più libero.

Ma quella promessa non è mai stata mantenuta.

La depenalizzazione non fu accompagnata da leggi antidiscriminazione, né da protezioni per le persone trans, né da riconoscimenti per le coppie dello stesso sesso. Per anni, la comunità LGBTI+ è rimasta in un limbo: formalmente non più criminalizzata, ma priva di qualsiasi tutela. La società civile denunciava violenze, discriminazioni, aggressioni, mentre lo Stato restava in silenzio.

Il punto di svolta arrivò nel 2013, quando la Duma approvò la legge contro la cosiddetta “propaganda delle relazioni non tradizionali”. Una norma che, secondo organizzazioni come Human Rights Watch e Amnesty International, ha trasformato la semplice visibilità delle persone LGBTI+ in un rischio legale. Nel 2022, la legge è stata estesa agli adulti, rendendo impossibile qualsiasi rappresentazione positiva dell’omosessualità o dell’identità di genere.

Parallelamente, tra il 2023 e il 2024, il governo ha colpito duramente le persone trans: divieto di transizione medica e legale, annullamento dei matrimoni in cui una persona aveva cambiato genere, chiusura dei centri specializzati. Una cancellazione burocratica che diventa cancellazione sociale.

La repressione non riguarda solo individui, ma l’intera società civile. ONG e gruppi di supporto sono stati etichettati come “agenti stranieri” o “organizzazioni indesiderabili”, costretti a chiudere o a operare nell’ombra. Attivisti e attiviste denunciano perquisizioni, intimidazioni, arresti, esilio forzato.

Il caso più grave resta quello della Cecenia, dove dal 2017 sono state documentate detenzioni arbitrarie, torture e sparizioni di uomini gay e bisessuali. Le autorità locali negano, ma le testimonianze raccolte da giornalisti e organizzazioni per i diritti umani sono numerose e coerenti.

Questa parabola — dalla depenalizzazione del 1993 alla repressione del 2026 — non è un incidente della storia. È il risultato di un progetto politico che usa la comunità LGBTI+ come capro espiatorio, come simbolo da sacrificare per costruire consenso, identità nazionale e controllo sociale. La guerra in Ucraina ha rafforzato questa retorica: la difesa dei “valori tradizionali” è diventata un’arma ideologica, e le persone LGBTI+ un bersaglio utile.

A trentatré anni dalla depenalizzazione, la Russia presenta uno dei quadri più critici al mondo per i diritti delle persone LGBTI+. La visibilità è quasi impossibile, la censura è capillare, la repressione politica si intreccia con quella identitaria. Il 1993, che avrebbe potuto segnare l’inizio di un percorso di libertà, oggi appare come un monito: i diritti non sono mai garantiti per sempre. Senza protezioni, senza cultura democratica, senza libertà di espressione, ogni conquista può essere smontata, riscritta, cancellata.

Raccontare questa storia significa difendere la memoria e denunciare la deriva autoritaria. Significa ricordare che la libertà non è un dato acquisito, ma un terreno da proteggere ogni giorno — in Russia, in Europa, ovunque.

Fonte: Human Rights Watch – Russia: Anti-LGBT Laws and Repression (2013–2024)

— vanessa mazza TLGBQI+

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