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domenica 18 dicembre 2011

ONU PUBBLICA IL PRIMO RAPPORTO SUI DIRITTI UMANI DELLE PERSONE LGBT. I GOVERNI HANNO SOTTOVALUTATO LE PERSECUZIONI

L’Onu pubblica il primo rapporto sui diritti umani delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali. Passo storico che documenta la situazione delle persecuzioni e dell'odio tenuti nascosti e/o sottovalutati dai governi.
Roma, 17 dicembre 2011

Comunicato Stampa dell’Associazione Radicale Certi Diritti

L’Associazione Radicale Certi Diritti pubblica qui di seguito la notizia della diffusione del primo rapporto dell'Onu sui Diritti Umani delle persone Lgbt nel mondo; chiede che i Governi tengano conto di quanto denunciato e di rispettare le raccomandazioni indicate con lo scopo di combattere le violazioni dei diritti umani tenuti nascosti e/o sottovalutati. Gli Stati, così come chiedono le Ong Non c’è Pace Senza Giustizia e il Partito Radicale Nonviolento, transnazionale e transpartito, dovrebbero abrogare le leggi che criminalizzano l'orientamento sessuale, porre in essere normative per contrastare le discriminazioni ed assicurare l'accertamento delle responsabilità per ogni grave violazione dei diritti delle persone LGBTI.

Il primo rapporto in assoluto delle Nazioni Unite sui diritti umani delle persone gay, lesbiche bisessuali e transessuali (LGBT) descrive come, nel mondo, queste persone vengono uccise o soffrono di violenza motivata dall’odio, torture, detenzione, criminalizzazione e discriminazione nel lavoro, nella sanità e nell’educazione a causa del loro orientamento sessuale reale o percepito o della loro identità di genere.

Il rapporto, diffuso il 15 dicembre 2011 dall’ufficio ONU per l’Alto Commissario dei diritti umani (OHCHR) a Ginevra, definisce “un modello di violazioni dei diritti umani […] che richiede un intervento” e dice che i governi fanno spesso finta di non vedere violenze e discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere.

Secondo il rappporto la violenza omofobica e transfobica è stata registrata in ogni regione del mondo e spazia dall’assassinio, al rapimento, alla violenza carnale, alle minacce psicologiche, all’arbitraria deprivazione della libertà.

Le persone LGBT sono spesso oggetto di abusi organizzati da estremisti religiosi, gruppi paramilitari, neo-nazisti, nazionalisti e così via. Lesbiche e transgender sono particolarmente a rischio di violenza famigliare o all’interno della loro stessa comunità.

“La violenza contro le persone LGBT tende ad essere particolarmente feroce in confronto ad altri crimini basati sul pregiudizio”, il rapporto nota citando dati che indicano come i crimini omofobi sono caratterizzati “da un alto grado di crudeltà e brutalità”.

Violenze e discriminazioni spesso non vengono denunciati poiché le vittime non si fidano della polizia, temono vendette o preferiscono non rivelare il loro essere LGBT.

Il rapporto - preparato in risposta alla richiesta del Consiglio per i diritti umani del 17 giugno scorso - si rifà a informazioni incluse in precedenti rapporti ONU, statistiche ufficiali sui crimini d’odio e dati forniti da organizzazioni regionali e non governative.

Nel rapporto, Navi Pillay, l’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, esorta i governi a revocare le leggi che criminalizzano l’omosessualità, abolire la pena di morte per reati riguardanti relazioni sessuali consensuali, armonizzare l’età del consenso tra rapporti omo e eterosessuali e approvare leggi contro le discriminazioni.

In 76 paesi rimane illegale avere rapporti omosessuali e in almeno 5 paesi - Iran, Mauritania, Arabia Saudita, Sudan e Yemen - si rischia ancora la pena capitale.

Navi Pillay si raccomanda che gli Stati Membri investighino prontamente tutti gli omicidi e le violenze perpetrate a causa del orientamento sessuale reale o percepito o dell’identità di genere e che gli Stati Membri istituiscano sistemi di registrazione per tali incidenti.

L’Alto Commissario esorta tutti i Paesi a fare in modo che nessuno che scappa da una persecuzione basata sull’orientamento sessuale o l’identità di genere si rimpatriato in un territorio dove la loro vita o libertà sia minacciata e che le leggi regolanti l’asilo riconoscano che l’orientamento sessuale o l’identità di genere siano un motivo valido per chiedere lo status di rifugiato.

Campagne d’informazione pubblica dovrebbero essere introdotte, specialmente nelle scuole, per contrastare l’omofobia, mentre la polizia dovrebbe formata per assicurare alle persone LGBT un trattamento appropriato.

Charles Radcliffe, il capo della sezione dedicata alle questioni globali dell’OHCHR, ha detto alla radio ONU che “una delle cose scoperte è che se la legge riflette sentimenti omofobi, allora legittima a sua volta l’omofobia diffusa nella società. Se lo Stato tratta delle persone come se fossero di seconda classe o, peggio, dei criminali, allora invita la gente a fare altrettanto”.

Egli ha sottolineato che tutti gli Stati membri dell’ONU sono obbligati dalla legge internazionale sui diritti umani a decriminalizzare l’omosessualità, aggiungendo che sarebbe importante convincere, piuttosto che ammonire, gli Stati a cambiare le loro leggi.

“Credo che abbiamo visto l’opinione degli Stati cambiare significativamente negli anni recenti. Circa 30 paesi hanno decriminalizzato l’omosessualità negli ultimi due decenni circa”.

Charles Radcliffe, ha detto che pur garantendo la libertà religiosa di tutti, “nessun credo religioso o valore culturale prevalente può giustificare la soppressione dei diritti fondamentali di alcune persone”.

Il rapporto, che sarà discusso dai membri del Consiglio il prossimo marzo, è stato rilasciato dato che i vertici dell’ONU hanno espresso sempre maggiori preoccupazioni circa la violazione dei diritti umani delle persone LGBT.

L’anno scorso, nel suo discorso per la giornata mondiale dei Diritti Umani, il segretario generale Ban Ki-moon disse che “come uomini e donne di coscienza, rigettiamo le discriminazioni in generale e in particolare quelle basate sull’orientamento sessuale o l’identità di genere”.

Anche Navi Pillay, in una pubblica conversazione la settimana scorsa, ha invocato la fine del bullismo e di altre forme di persecuzione ai danni delle persone LGBT.

Traduzione dell’articolo UN issues first report on human rights of gay and lesbian people in “UN News Center”, 15 dicembre 2011, http://www.un.org/apps/news/story.asp?NewsID=40743&;Cr=discrimination&Cr1=, a cura di Yuri Guaiana


L’Associazione Radicale Certi Diritti si congratula con tutte le organizzazioni della società civile e gli attivisti i cui sforzi a difesa dei diritti LGBTI hanno consentito all'OHCHR di occuparsi finalmente di questa crescente e manifesta lacuna nel rispetto universale dei diritti umani fondamentali.


Fonte:http://www.certidiritti.it/onu-pubblica-il-primo-rapporto-sui-diritti-umani-delle-persone-lgbt-i-governi-hanno-sottovalutato-le-persecuzioni

lunedì 21 febbraio 2011

Firma l'appello: NO alla cancellazione del TUO diritto all'Autodeterminazione. CONDIVIDI.


Autodeterminazione No all'espropriazione del diritto a governare liberamente la propria vita. No alla cancellazione del diritto fondamentale all'autodeterminazione. La Camera dei deputati sta discutendo una legge sulle disposizioni riguardanti la fine della vita che va proprio in questa direzione. Ma il legislatore non puo' impadronirsi della vita delle persone, negando loro la dignita' nel vivere e nel morire. Lo dice esplicitamente l'articolo 32 della Costituzione: la legge non puo' in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana

Gilda Ferrando, Alessandro Pace, Pietro Rescigno, Stefano Rodota'

L'appello

La Camera dei deputati sta discutendo un progetto di legge su Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento. Se questo testo fosse approvato nella forma attuale, le persone vedrebbero gravemente limitati i propri diritti, sarebbero espropriate della possibilità di governare liberamente la propria vita. Il diritto all'autodeterminazione, definito fondamentale dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 438 del 2008, sarebbe cancellato.

Il progetto di legge è ingannevole. L'alleanza terapeutica tra paziente e medico è sostanzialmente vanificata da un testo che pone ripetutamente il medico di fronte al rischio di responsabilità penali: il medico, quindi, sarà indotto a tenere comportamenti "difensivi", dettati dall'esigenza di porsi al riparo da responsabilità, piuttosto che orientati all'autentico bene del paziente. Il consenso informato della persona è sostanzialmente cancellato: alla persona vengono imposti comportamenti e sottratte possibilità di decisione, si introduce un obbligo di vivere in contrasto con la libertà di scelta del soggetto interessato, del suo potere di disporre del proprio corpo (Corte costituzionale, sentenza n. 471 del 1990). Le dichiarazioni anticipate di trattamento altro non sono che una inutile macchina burocratica: inutile, perché prive di ogni valore giuridico vincolante e perché viene escluso che la persona possa esprimere la propria volontà proprio in relazione ai trattamenti sanitari che più possono incidere sulla sopravvivenza, come l'alimentazione e l'idratazione forzata.

Il progetto di legge è ideologico. Afferma l'indisponibilità della vita: ma questa è una affermazione in palese contrasto con l'ormai consolidato diritto al rifiuto e alla sospensione delle cure, che in moltissimi casi è già stato esercitato con la consapevolezza che si trattava di una decisione che avrebbe portato alla morte. Nega il diritto di rifiutare trattamenti come l'alimentazione e l'idratazione forzata, escludendone il valore terapeutico in contrasto con l'opinione delle società scientifiche e con l'evidenza della pratica medica.

Il progetto di legge assume così un carattere autoritario. Legittimi punti di vista non possono essere trasformati in norme che si impongono alla volontà delle persone violando i loro diritti fondamentali. La discrezionalità del legislatore, in questi casi, è esclusa esplicitamente dall'articolo 32 della Costituzione: la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Gli studiosi che sottoscrivono questo appello vogliono in primo luogo ribadire la necessità di avere come ferma guida quella dei principi costituzionali. Hanno per ciò elaborato anche un documento analitico di valutazione del progetto di legge, che viene inviato ai parlamentari ed è disponibile sul sito www.autodeterminazione.it, al quale potranno accedere tutti coloro che intendono dare il loro sostegno all'appello.

I primi cento firmatari dell'appello e del documento

Niccolò Abriani, Francesco Adornato, Rosalba Alessi Guido Alpa, Gaetano Azzariti, Maria Vittoria Ballestrero, Angelo Barba, Andrea Barenghi, Alberto Maria Benedetti, Francesco Bilotta, Umberto Breccia, Carmelita Camardi, Enrico Camilleri, Cristina Campiglio, Valeria Caredda, Donato Carusi, Bruno Celano, Paolo Cendon, Maddalena Cinque, Emanuele Conte, Ines Corti, Marcello D'Agostino, Elena D'Alessandro, Giovanni D'Amico, Andrea D'Angelo, Gisella De Simone, Raffaella De Matteis, Pasquale De Sena, Enrico Diciotti, Guerino D'Ignazio, Vincenzo Durante, Ida Fazio, Angelo Federico, Gilda Ferrando, Luigi Ferrajoli, Giovanni Figà Talamanca, Marcella Fortino, Alfredo Galasso, Giovanni Galasso, Luigi Gaudino, Lucilla Gatt, Francesca Giardina, Andrea Giussani, Carlo Alberto Graziani, Riccardo Guastini, Antonio Iannarelli, Antonia Iraci, Leonardo Lenti, Alberto Lucarelli, Manuela Mantovani, Maria Rosaria Marella, Costanza Margiotta, Giovanni Marini, Marisaria Maugeri, Ugo Mattei, Cosimo Mazzoni, Davide Messinetti, Pier Giuseppe Monateri, Lalage Mormile, Luca Nanni, Marisa Meli, Salvatore Nicosia, Walter Nocito, Luca Nivarra, Andrea Orestano, Alessandro Pace, Andrea Paciello, Elisabetta Palermo, Pina Palmeri, Giorgio Pino, Armando Plaia, Elena Parioti, Giovanni Passagnoli, Giuseppina Pisciotta, Paolo Pollice, Roberto Pucella, Renato Pescara, Mariassunta Piccinini, Eligio Resta, Giorgio Resta, Pietro Rescigno, Maria Teresa Rodriguez, Enzo Roppo, Ugo Salanitro, Vittorio Santoro, Giovanna Savorani, Claudio Scognamiglio, Rosa Serio, Paolo Spada, Mario Trimarchi, Giuseppe Tucci Angelo Venchiarutti, Maria Carmela Venuti, Paolo Veronesi, Giuseppe Vettori, Filippo Viglione, Vittorio Villa, Nicola Vizioli, Gustavo Zagrebelsky, Paolo Zatti, Vanessa Mazza.


Scarica il documento con le osservazioni sul progetto di legge unificato Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento (C.2350, approvato al Senato il 26 marzo 2009)

Fonte:http://autodeterminazione.nobavaglio.it/

mercoledì 2 febbraio 2011

Che cosa può insegnare al mondo la morte di David Kato

La notizia del brutale omicidio di David Kato, attivista per i diritti umani in Uganda è arrivato in tutto il mondo. Kato è stato picchiato a morte nella sua casa a Kampala capitale dell'Uganda il 26 gennaio. Egli aveva dedicato gran parte della sua vita lavorativa ad aiutare i perseguitati a causa del loro orientamento sessuale o identità di genere. Nei mesi precedenti alla sua morte, lui stesso era stato obiettivo di una campagna di odio-montato da un giornale locale, The Rolling Stone, che hanno stampato il suo nome, foto e indirizzo accanto a quelli di decine di altri presunti gay o lesbiche, chiedevano la loro impiccagione.

Proprio il mese scorso, lui aveva chiamato in causa il giornale , vincendo ed evitando quindi che nel futuro vengano fatte pubblicazione simili . La visibilità di Kato come un uomo dichiaratamente gay e attivista per i diritti delle persone lesbiche, gay, e transgender, comprensibilmente, ha alimentato l'ipotesi che egli era vittima di un fatale attacco omofobico. In questo momento la polizia continua ad indagare sulle circostanze della sua morte.

Dobbiamo attendere l'esito del procedimento giudiziario per sapere chi lo ha ucciso e perché. Ma chi è responsabile e qualunque sia il movente, capiamo la paura sentita da molte lesbiche, gay e transgender ugandesi, che continuano a subire il pregiudizio diffuso e la costante minaccia di violenza alla comunità omosessuale. La morte di Kato priva tutti di un difensore coraggioso ed eloquente.

Se l'omicidio di Kato stimola la discussione sulla violenza e la discriminazione verso le persone a causa del loro orientamento sessuale o della loro identità di genere, la sua morte non sarà stata completamente in vano. La discussione deve inevitabilmente affrontare la questione della depenalizzazione dell'omosessualità. Le sanzioni penali per l'omosessualità rimangono legge in oltre 70 paesi, tra cui l'Uganda.

Tali leggi sono un anacronismo, nella maggior parte dei casi, un retaggio di vecchi tempi della dominazione coloniale. Esse sono intrinsecamente discriminatorie e costituirebbero una violazione dei diritti umani di coloro la cui condotta cercano di sanzionare. Gli Stati spesso giustificano l'esistenza di queste leggi con riferimento al parere popolare.

Tuttavia l'opinione popolare non può mai giustificare certe persone e privarle dei loro diritti. Le persone hanno il diritto di disapprovare l'omosessualità. Essi hanno diritto di esprimere la loro disapprovazione. Ma essi non hanno diritto a danneggiare o infliggere violenza su gli altri esseri umani, né di usare la legge penale per arrestare , imprigionare, anche in alcuni casi semplicemente perché non siano d'accordo con loro.

Depenalizzare l'omosessualità è un primo passo essenziale verso la creazione di una vera parità di fronte alla legge. Ma reale, il progresso duraturo non può essere ottenuto cambiando solo le leggi. Dobbiamo cambiare le menti. Come il razzismo e la misoginia, l'omofobia è un pregiudizio che nasce dall'ignoranza. E come altre forme di pregiudizio, la risposta più efficace a lungo termine è l'informazione e l'educazione.

In più di mezzo secolo, abbiamo assistito ad un notevole cambiamento degli atteggiamenti della popolazione in quasi tutte le società verso la razza, sesso e disabilità. La sfida, per tutti coloro che credono nei diritti umani è la non discriminazione, è quello di incoraggiare un cambiamento simile in pubblico verso coloro che orientamento sessuale o identità di genere differisce da quella della maggioranza della società. Questa è una grande impresa che richiederà il coinvolgimento e l'impegno di tutti noi.

I messaggi di base in materia di non discriminazione, l'uguaglianza dei diritti umani devono essere inseriti nei programmi scolastici in tutto il mondo, rafforzato da efficaci campagne di educazione pubblica che coinvolgano il pubblico in generale. Il ruolo della società civile è vitale. Ovunque il progresso sociale è stato raggiunto nel corso degli ultimi cento anni, ha coinvolto gli sforzi concertati di gruppi di comunità e di altre organizzazioni non governative.

Oggi, con la presenza dei social media e le campagne basate su Internet, l'impatto potenziale dell'educazione civile sulla società, guida il pubblico più che mai. Noi presso le Nazioni Unite dobbiamo essere pronti a sostenere e promuovere questo cambiamento. Segretario generale dell'ONU Ban Ki-moon si è già impegnato nel compito. Parlando alla Giornata dei Diritti Umani il 10 dicembre 2010, si è impegnato a lavorare per la depenalizzazione mondiale dell'omosessualità, utilizzando sia la diplomazia privata che il sostegno pubblico per mobilitare l'azione.

"La violenza finirà solo quando ci confronteremo contro il pregiudizio", ha detto. "Lo stigma e la discriminazione avrà fine solo quando saremo d'accordo. Ciò richiede a tutti noi di fare la nostra parte, parlarne a casa, al lavoro, nelle nostre scuole e nelle comunità, ed essere solidali ".

La signora Pillay Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani

Martedì 1 febbraio, 2011 14:40
Scritto da Navanethem Pillay

Traduzione: Vanessa Mazza

Fonte:http://www.southfloridagaynews.com/editorial/publishers-editorial/3024-guest-editorial-what-david-katos-death-can-teach-the-world.html