Il 20 novembre si celebra in tutto il mondo la giornata internazionale dedicate alle vittime della transfobia



Il 20 novembre di ogni anno si celebra nel mondo il TDOR -Trensgender Day of Remebrance- Un'occasione per ricordare le tantissime vittime transessuali uccise ogni anno dall'odio e dalle violenze.
Il TDOR si tiene in onore di Rita Hester, una donna transessuale afro-americana uccisa il 28 novembre 1998 in Massachussets.Un crimine di odio. I media trattarono la notizia dell’omicidio, riferendosi a lei al maschile, come fece il “Boston Globe”, parlando di “doppia vita” e in altri casi non citando neppure il suo nome , sostituendolo con il termine “travestito”.

Rita fu uccisa per la seconda volta, nella sua dignità di persona, nelle consapevoli scelte di vita e libertà. Le indagini sull’omicidio di Rita Hester, come nella maggior parte dei casi di omicidi di persone transgender, non si sono ancora concluse.
L’assassinio di Rita Hester, ha dato inizio al progetto web "Remembering Our Dead" ed alla fiaccolata a San Francisco nel 1999, cui sono seguite commemorazioni in tutto il mondo nella giornata del 20 di novembre.

Anche quest'anno, nel mondo, oltre 200 vittime hanno perso la vita. L'Italia è seconda nel mondo per numero di vittime dopo la Turchia
La discriminazione e l'odio transfobico non producono soltanto cadaveri, ma anche morti viventi. Negando alle persone transessuali/transgender il diritto all'autodeterminazione, al lavoro, a quella naturale progettualità necessaria per vivere una vita dignitosa, una cittadinanza alla pari. Costruendo ostacoli sociali e giuridici che rubano la vita "alla vita.

Migliaia di persone i tutto il mondo hanno onorato le centinaia di persone uccise a causa della loro identità di genere sul Transgender Day of Remembrance .


Ci sono stati eventi per l'occasione in tutto il mondo, dal Canada agli Stati Uniti , Francia, Nuova Zelanda e Sud Corea.


Veglie a lume di candela sono state fate in diverse città, tra cui Manchester, nel nord dell'Inghilterra, Sacramento, nello stato americano della California e Genova in Italia.


Un evento a Kuala Lumpur, Malesia dove esperti hanno parlato di come di come vieni tratto sui media, sui diritti e la religione che ha portato alla violenza contro le persone transgender.


Mentre la chiesa a Groningen, dei Paesi Bassi, hanno fatto un gioco chiamato 'De gendermonologen' (I monologhi di genere) con un discorso della turca Sevval attivista trans Kiliç.


Natacha Kennedy, co-organizzatrice della TDoR London ha detto: 'le persone trans sono sempre esistiti in ogni civiltà nel corso della storia umana.


'La loro persecuzione, tuttavia, è, relativamente recente, risalente probabilmente non più di 500 anni nella maggior parte dei casi.'


I nuovi dati rilasciati questa settimana dal progetto Trans monitoraggio Murder mostra che 265 persone trans sono state vittime di uccisioni violente in tutto il mondo nel corso degli ultimi 12 mesi.


I dati mostrano un aumento di quasi il 20% rispetto allo scorso anno, quando 221 omicidi trans sono stati segnalati.


transfobia: lettera aperta ai candidati alle primarie
pubblicata da Michela Angelini il giorno Giovedì 22 novembre 2012 alle ore 15.06


Scrivo questa lettera aperta ai politici che si presentano alle primarie, che inseriscono nelle “carte di intenti” e “road map” una legge contro l'omotransfobia, perché ho il timore che non abbiano chiaro di che si parli quando usano questo termine. Tutti i candidati, nessuno escluso, dimostrano insicurezza e scarsa conoscenza dell'argomento quando, nei dibattiti, l'argomento transfobia viene sfiorato.


Ieri, 20 novembre, sono state commemorate le vittime di omicidi transfobici che, per quest'anno, sono 1083 nel mondo. L'Italia con le sue 15 vittime si conferma il primo paese dell'Unione Europea per omicidi di persone transessuali e, considerando tutto il continente europeo, è seconda solo alla Turchia con 23 morti.


“È terribile e faremo qualcosa nei primi 100 giorni di governo!”, risponderebbe un mio ipotetico interlocutore politico. Non possono esistere, nel 2012, persone giustiziate con colpi di pistola, mutilate vive, picchiate fino morire di traumi interni solo perché facenti parte di una minoranza discriminata. Palese che, chiunque, condannerebbe questi atti di efferata violenza ma cos'è la violenza?


L'Organizzazione mondiale della sanità definisce la violenza come “utilizzo intenzionale della forza fisica o del potere, minacciato o reale, contro se stessi, un’altra persona, o contro un gruppo o una comunità, che determini o che abbia un elevato grado di probabilità di determinare lesioni, morte,danno psicologico, cattivo sviluppo o privazione. ”


Leggendo questa definizione mi viene da pensare ad un soggetto. Lo Stato, nella figura di medici, giudici, giuristi, avvocati, impiegati pubblici. Poi, però, mi viene da puntare lo sguardo anche sulla società che ci circonda ed includo in quella definizione massmedia, farmacisti, datori di lavoro, impiegati postali, padroni di casa. Ogni soggetto cui siamo costretti a mostrare un documento o il codice fiscale è potenzialmente artefice di transfobia. Come possiamo essere soggetti attivi e partecipi di questa società se ogni giorno subiamo danni psicologici da mal-educati cittadini e istituzioni, cui non interessa minimamente impegnarsi nel riconoscere la nostra identità e garantirci i diritti costituzionalmente dovuti a tutti gli italiani, noi compresi?


Lo stato, nella figura di uno psichiatra di un ospedale pubblico e nella figura di un endocrinologo di un ospedale pubblico, ci consente l'avvio dell'iter di transizione prima e ci prescrive ormoni poi. Lo stato, tramite la legge – sanatoria 164/82 accetta che la transessualità sia una variante di genere e che, chi ne fa richiesta, debba essere assistito dal servizio pubblico nella transizione. Questo non è sempre vero, soprattutto al sud Italia, carente di strutture con personale educato alle nostre problematiche, non è così raro incontrare professionisti che si rifiutano di ottemperare al loro dovere o rendono molto difficoltoso l'inizio del percorso. Non è transfobia questa?

L'interpretazione data alla sopracitata legge, da parte della giurisprudenza, ci permette di cambiare i documenti non quando cambiamo lineamenti del viso e forme del corpo, ma solo a seguito di interventi chirurgici genitali. Arriva, per tutte e tutti, quel momento in cui non si è più credibili nei panni del sesso che il documento indica, ma allo stato non importa. Ci costringe a vivere in società con la faccia che dice donna e i documenti che dicono uomo o con la faccia che dice uomo e i documenti che dicono donna.

Lo stato aiuta, così facendo, le persone transfobiche ad identificarci come diversi ogni qualvolta sia necessario mostrare un documento: ufficio di collocamento, lavoro, posta, farmacie, controlli delle forze dell'ordine, stipula di un contratto d'affitto, iscrizione alla palestra o quando si richiede la tessera per la raccolta punti al supermercato. Lo stato, restando in silenzio e additandoci come persone diverse, non si rende colpevole di transfobia? Come può, la sola legge contro la transfobia impedire, a chi ci sottopone a colloquio di lavoro, di scartarci con qualche scusa? Non potremmo, ad esempio, essere inclusi in una qualche categoria protetta, per facilitarci l'ingresso (e la permanenza) nel mondo del lavoro? La transfobia si combatte dando visibilità positiva alle persone transessuali e, facilitare l'assunzione, è uno tra i modi migliori di favorire l'integrazione.


Che messaggio si da quando ci mostrano, in tv e sui giornali, solo ed esclusivamente come donne aggettivate al maschile, come fenomeni da baraccone cui non è concessa nemmeno la dignità del pronome corretto, come prostitute e consumatrici di droghe? Perché non si parla di quelle transessuali integrate nella società che contribuiscono a mandare avanti l'Italia? Quanti sanno che esistono anche uomini transessuali? Non è transfobia questa?


Quante volte, durante una causa di separazione, l'avvocato consiglia a persone transessuali (ma anche, purtroppo omosessuali) di non avanzare troppe richieste al partner (anche se legittime) perché “non si sa mai che giudice si incontri all'udienza”? Non è omotransfobia questa?


Come accennavo, non per legge ma per interpretazioni della giurisprudenza, dobbiamo sottoporci ad interventi chirurgici distruttivi e ricostruttivi, disposti da un giudice, per poter avanzare richiesta, al tribunale, di adeguamento dei documenti.

Pare sia più importante aver documenti congrui ai genitali che alla faccia, ma noi non giriamo nude e nudi tra la gente. Probabilmente vi passiamo accanto ogni giorno senza che nemmeno ve ne accorgiate. Porre il focus sulla presenza o assenza di gonadi invece che sull'apparenza non è transfobia?


Avete mai pensato a chi appartiene il vostro corpo? Volendo fare una mastoplastica esagerata, tatuarvi da testa ai piedi, riempirvi di piercing ovunque, rifarvi naso, polpacci e glutei o chiedendo di dividere la lingua in due parti, per farla assomigliare a quella di una lucertola, verrebbe da pensare che appartenga all'individuo che lo abita. Se siete transessuali non la pensereste così. Nonostante fior fior di medici che, con visite e relazioni, dichiarano che non siamo affatto pazzi, ma che dobbiamo cambiare il nostro corpo per star bene con noi stessi e con gli altri, dobbiamo chiedere il permesso a un giudice, che autorizzerà un chirurgo ad intervenire:

Per rimuovere il seno e creare un simil pene ad un uomo transessuale (ftm) o creare una simil vagina ad una donna transessuale (mtf) serve, quindi, il benestare di un tribunale.


Dal chirurgo non è richiesto un certificato che dica che siamo capaci di intendere e di volere, ma una sentenza, che lo autorizzi a procedere, probabilmente per non essere accusato di lesioni personali.Occorrerà, quindi, un giudice che valuti la correttezza del nostro percorso di transizione avviato da medici di ospedali pubblici (già in atto quando ci si presenta in tribunale), che hanno scritto nero su bianco una diagnosi: soffriamo della differenza tra la nostra apparenza esteriore ed il nostro sentire interiore che non ci permette di vivere serenamente e, per questo, necessitiamo di cure mediche atte a far coincidere le due cose.

Per raggiungere lo stato di salute ci sarà, quindi, chi ha necessità di intervenire chirurgicamente e fare, ad esempio, di un pene una vagina, ma anche chi necessita solamente di vivere nei panni sociali del genere opposto e che non ha la minima intenzione di sottoporsi ad interventi mutilanti.


Questo giudice, la cui necessità reale non mi è ancora chiara, potrebbe leggere la documentazione fornita dal nostro avvocato, composta di relazioni di psicologi, psichiatri ed endocrinologi, tutti professionisti statali, che dicono all'unisono, che la persona portata a giudizio sta seguendo un iter medico trasparente e legale. Sarebbe troppo facile.

Il giudice prenderà tutta la documentazione medica e, senza farsi troppe domande, chiederà ad un CTU, un medico assunto dal tribunale ma pagato dalla persona transessuale, di verificare la documentazione medica fornita. L'udienza verrà così rimandata di due o tre mesi, per dare tempo al perito di indagare sul percorso di transizione.

Cosa dovrei pensare quando vengono date motivazioni del tipo “verificare se è veramente questa la strada migliore da percorrere”, come giustificazione all'imposizione di tecnico di parte? Devo pensare che un rappresentante della giustizia italiana non si fidi di un team di medici della sanità pubblica italiana? Vorrei poi sapere, visto che si chiede se la chirurgia sia la strada migliore da percorrere, quali possano essere le possibili alternative per una persona che, come minimo, prende ormoni da un anno al momento della prima udienza.

Questo ipotetico giudice costringerebbe, forse, un ragazzo FtM a vivere per sempre con il seno, producendo “l'effetto donna barbuta del circo” ogni volta che, questo, si trova in contesti sociali? Decreterebbe, forse, che i medici che hanno condotto questa donna a diventare uomo si son sbagliati, imponendo di assumere estrogeni per tornare come prima? Quali competenze ha un giudice del genere per valutare se far procedere o meno una persona transessuale nel percorso di transizione?

Richiedere una verifica, inutile, a spese della persona transessuale, riguardo il lavoro fatto da medici statali non è transfobia?


Poi c'è l'ultimo grave atto di violenza sociale. Ad oggi, sono state autorizzate persone al cambiamento dei documenti solo a seguito di avvenuta sterilizzazione per rimozione chirurgica degli organi genitali, maschili per le MtF o femminili per gli FtM, ad esclusione di un unico caso dove, però, la sentenza sottolinea che anni di terapia con androcur, il farmaco che, oltre ad abbassare i livelli di testosterone distrugge le cellule testicolari, sono ragionevolmente sufficienti per essere sterile. Non è transfobia costringere una persona alla sterilizzazione? Non è transfobia negare il cambio di documenti, ad inizio terapia, costringendo le persone transessuali ad anni di stigma sociale, in una società che lo stato non educa alle diversità? Non è transfobia far firmare un consenso informato che ci avvisa della probabile sterilità, data dalla terapia ormonale, invece di indicarci come conservare i gameti?


Ecco qua la transfobia legalizzata, quella continua violenza psicologica ed esclusione sociale prodotta dal nostro stato menefreghista, perpetuata ai danni del gruppo dei e delle transessuali. Prima, ci negano la dignità di aver documenti conformi al nostro essere, rendendo difficoltoso l'accesso al lavoro e amplificando lo stigma sociale di tutte quelle persone che incrociano i nostri documenti. Poi, vestendo la toga di un giudice, decide se autorizzare o meno un chirurgo ad intervenire sul nostro corpo. Infine, nei panni di una giurisprudenza basata sul pregiudizio, ci costringe ad essere sterilizzati per adeguare i documenti, anche se non sentiamo la necessità di sottoporci a chirurgie distruttive.

Il costo di questa violenza, alla faccia della gratuità del percorso, tra terapia, psicologi, relazioni psichiatriche, perizie di parte e spese legali può arrivare anche a 15.000 euro.


Reputo lo Stato primo soggetto da denunciare al varo di una legge che punisca la transfobia, perchécolpevole di alimentare la violenza nei nostri confronti quando dovrebbe essere al nostro fianco, come garante della nostra salute.


Chiudo con una domanda: volete rischiare che lo Stato sia il primo ad essere chiamato al banco degli imputati, o nelle vostre “road map” e “carte di intenti” è previsto qualcosa di pratico per cambiare le cose e permetterci di vivere dignitosamente e serenamente all'interno della società?


In bocca al lupo per le primarie, spero vinca il più sensibilizzato da questa mia lettera.

Inviata in data 22/11/2012 alle email dei candidati alle primarie del centrosinistra. Risponderanno?

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