La Svezia discute le differenze di genere e i diritti dei transessuali



Di Martina Greco




Stoccolma – Fa discutere l’inserimento, avvenuto qualche giorno fa nella versione on-line dell’Enciclopedia Nazionale svedese, di un nuovo pronome personale, il neutro hen, che potrà essere usato indiscriminatamente al posto del maschile han, e del femminile hon.

Sembra incredibile che un semplice pronome personale possa scatenare dibattiti, eppure la questione linguistica è solo la spia di un cambiamento ben più grande. Sempre più diffusi sono i nomi neutri per i nuovi nati svedesi e molte catene di giocattoli propongono, nei loro dépliant, bambine avventurose in sella a moto da corsa, oppure piccoli spiderman intenti a spingere una carrozzina.

Da sempre all’avanguardia nella lotta contro le discriminazioni sessuali, la Svezia punta negli ultimi anni a una neutralità che dovrebbe permettere a ogni individuo di essere se stesso, senza pregiudizi e senza imposizioni da parte della società.

Il pronome hen, prima utilizzato solamente nei circoli Lgbt e femministi, rappresenta lo stendardo di questa battaglia contro le discriminazioni sessuali, tanto da essere inserito nelle regole comportamentali di asili come Egalia, struttura unica per ora, nella quale le maestre, seguite costantemente da un esperto di differenze di genere, si rivolgono ai piccoli alunni – tutti fra uno e sei anni – con il pronome neutro hen, o con il termine friend, anch’esso neutro. All’interno della scuola i giocattoli non sono divisi in aree “femminili” e “maschili” e ai bambini vengono lette storie come quella dell’amore fra due giraffe maschio. Il progetto riscuote un certo successo, molte famiglie sono in lista d’attesa per l’iscrizione dei proprio piccoli fra i 33 alunni dell’Egalia, ma non mancano le critiche. Molti opinionisti si chiedono se la spinta verso la neutralità non crei confusione e disorientamento nei piccoli e nella costruzione della loro socialità futura.

L’attenzione del governo di Stoccolma e della società svedese verso le differenze di genere e la libertà di espressione dei singoli individui, sembra però incagliarsi sulla questione del riconoscimento giuridicodelle persone transessuali e transgender.

Negli ultimi mesi una forte polemica si è scatenata sul web a causa della discussione di una legge che, in un certo senso, obbliga le persone che vogliano essere riconosciute giuridicamente come appartenenti a un altro sesso, a intraprendere il lungo iter verso la cosiddetta “riassegnazione chirurgica del sesso”.

La questione è stata erroneamente presentata come una “sterilizzazione forzata” dei transessuali a opera del governo conservatore svedese, guidato dal 2006 da Fredrik Reinfeldt. In realtà l’utilizzo del termine “sterilizzazione” è quanto mai errato. I transessuali non vengono sterilizzati, ma privati degli organi riproduttivi, per portare a termine il passaggio da un sesso all’altro.
Ciò che viene messo in discussione è, casomai, ilmancato riconoscimento giuridico per quelle persone che non vogliono sottoporsi alla riassegnazione chirurgica del sesso, ovvero a una lunga terapia ormonale e psicologica prima, e a un’operazione che completi il passaggio all’altro sesso, poi.
Semplificando potremmo dire che le persone transgender che non vogliano operarsi e che desiderino quindi mantenere le proprie caratteristiche riproduttive, non possono essere riconosciute dalla legge come appartenenti all’altro sesso. Si potrebbe quindi intendere che vengano “costrette” a operarsi, rinunciando de facto alla possibilità di procreare.
Inoltre, la legge svedese proibisce a chi chiede la riassegnazione chirurgica del sesso di conservare, criogenizzandoli, il proprio sperma o i propri ovuli. Ed è proprio questo che ha scatenato le proteste contro il governo svedese, accusato di subire le pressioni di lobby cattoliche e di voler limitare la libertà dei suoi cittadini.
Human Rights Watch ha dichiarato che la normativa «viola i diritti fondamentali degli individui» e il suo portavoce per le campagne Lgbt, Boris Dittrich ha scritto al Primo ministro chiedendone la rimozione.
«La legge svedese causa discriminazione per le persone transessuali che non vogliono sottoporsi ad interventi del genere – ovvero la riassegnazione chirurgica del sesso – che sono oltremodo invasivi, per varie ragioni, come il desiderio di diventare genitori, un giorno», afferma la petizione di Dittich.
Fa riflettere che, in un Paese come la Svezia, nel quale viene posta l’attenzione persino sull’utilizzo dei pronomi personali come mezzo per scardinare le imposizioni della società riguardo le differenze di genere e permettere a ogni cittadino di esprimere se stesso in libertà fin da bambino, si assista a una discussione simile.
Parlare di “sterilizzazione forzata” e di leggi eugenetiche, è decisamente un’esagerazione, ma resta aperta la questione delle libertà personali, del diritto individuale di esprimere se stessi anche attraverso il genere, inteso come insieme degli aspetti culturali e soggettivamente connessi alla percezione della propria sessualità e non solo tramite l’affermazione del sesso biologico e il suo riconoscimento legale.


                                                                                                                                      

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